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Calcio, Potenza non ha bisogno di surrogati

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Da oltre mezzo secolo in questa città si è vissuto di ricordi. Tanti, legittimi, torbidi (nella stragrande maggioranza dei casi), gloriosi (se ne contano sulle dita e nemmeno tutte, di una mano), struggenti e normali. Ricordi abbarbicati su una rampa arrugginita su cui c’è un leone che non riesce più a risalire. Ci si è specchiati in un passato riflesso, incensarlo con gli allori. Oggi, invece, ci si culla sui fantasmi. Quella che in un tempo – questa volta non troppo lontano – è stata la massima espressione calcistica regionale è stata uccisa.

Il Potenza (non i Potenza), è stato dilaniato dalla sua stessa città. Una parte ovviamente. Quella “bene” per intenderci, quella “perbene” non c’entra un fico secco. E il confine tra il “bene” e il “perbene” non è sottile: è macroscopico. Il “bene” è quel concetto che come diceva qualcuno “perpetrava il male per garantire il bene”, specularmente il “perbene” è la vittima di quel “bene”. Strumentalizzato e vessato dal consenso e dal ricatto morale di tanti potentati.

Non si può vivere di ricordi. Oggi Potenza calcistica, e non solo, – perché anche le altre realtà sportive sono state strappate agli appassionati – non può più permettersi di vivere di ricordi. Nessun ultimatum, nessun fondo toccato, qui si raschia il barile. Alla gente, della serie B onestamente non importa più nulla. Degli attacchi “mitraglia” non sa che farsene perché è costretta oggi a vivere in trincea. Li rispetta, certo, ma ha bisogno di guardare avanti. Sta di fatto che avanti potrebbe non esserci nulla. Non c’è nulla da tre anni a questa parte – non per sminuire i tentativi dei “tanti Potenza” che hanno calcato il Viviani – ma la palla che gonfia la rete dev’essere destinata solo ad un Potenza. Punto. Quale sarà non importa. Anche a costo di partire da una terza categoria. Real, Dinamo, Rossoblù, Deportivo, Atletico, Sparta, Slavia o Fc. I surrogati non giovano a nessuno. Se il prossimo anno le realtà calcistiche dovessero essere più d’una, non avrebbe senso riaprire il circo.

Le priorità, ci mancherebbe altro, non sono un calcio ad un pallone o una “bolletta” su cui puntare. Potenza ha fame di lavoro, giustizia sociale, legalità, famiglia. Ma anche di uno spazio in cui ritrovare leggerezza e coesione esultando per un gol. E invece qualcuno si mette di traverso a sindacare; qualcun altro infine, si mette a discettare dell’unico argomento che da oltre mezzo secolo ha rimpinzato le pance dei potentini: la politica. Qualcuno potrebbe domandarsi: “il Potenza è stato ucciso ma chi li mette i soldi per ripartire?”. Sacrosanto. I soldi e le idee in questa città per una programmazione calcistica non ci sono mai stati. Si preferisce tenerli nascosti sotto un ‘mattone’, una ‘trivella’ o qualche ‘pala eolica’. Il campanilismo serve solo sugli spalti, mentre di fronte alla gestione di un Cupparo (Francavilla calcio) o di un Maglione (Melfi calcio), bisogna togliersi il cappello. Il tessuto imprenditoriale autoctono e forestiero, tranne alcune eccezioni, quando ha provato a puntare in alto a Potenza, è stato allontanato dai colletti bianchi. Il doppiopetto, oggi, è il tessuto imprenditoriale che avanza. E si chiama politica. Le elezioni regionali sono alle porte. Tante serrature sono state chiuse solo in apparenza, altre si apriranno a doppia mandata spinte dalle solite prebende. Infine ci sarà sempre chi proverà ad entrare dalle finestre o dalle porte di servizio per rifarsi una verginità. Oggi tutto passa da lì.

Potenza ha bisogno del ‘Potenza’ e dei suoi tanti sport, volani e serbatoi di risorse alle quali attingere se queste fossero utilizzate nella maniera più consona possibile. Un patrimonio che va tutelato non solo per acquisire consenso in vista delle tornate elettorali. I rotoli di carta si lanciano dagli spalti, le “coreografie” non si fanno raccogliendo scontrini da terra. Non si vive di ricordi. Con tutta la riconoscenza possibile la gente è stanca dei vari Boninsegna, degli spareggi di Bari, dei fasti del 1992 ed anche di Benevento. I cavalli di ritorno “non ritornano” indietro e i cavalieri sono stanchi di lottare contro i mulini a vento. Non si può e non si deve più vivere di ricordi. Bisogna guardare avanti con normalità, senza proclami, ma con programmazioni semplici per fare in modo che “il futuro non sia solo il ricordo di uno stupendo passato”. (Articolo scritto da Francesco Caputo)

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