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Ospedale San Carlo, lo spettacolo continua

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Mentre la Torre Guevara rimane appannaggio solo dell’ammirazione delle autovetture del personale della scuola che la protegge alla vista dei più, il Sindaco De Luca si appella al centro sinistra perché collabori a un progetto che veda la rinascita di Potenza. L’idea politica, evidentemente, è quella dell’ “insieme è meglio”, in pratica evitando una opposizione e sedendo tutti allo stesso tavolo. Tutto abbastanza logico, mi chiedo solo che cappero votiamo a fare se alla fine i contendenti vanno a braccetto evitando il gioco della democrazia che consiste nell’eterno contrasto fra chi governa e chi controlla. Al San Carlo nel frattempo i fuochi di artificio. Santarsiero, e non solo, attacca Napoli perché fa l’avvocato e il politico contemporaneamente. Napoli si ribella riferendo che il suo interessamento da professionista era cessato, e comunque inconferente coi fatti di cui si discute, ma in agosto era in azienda col suo cliente, insinua qualcuno. Poi l’ipotesi depistaggio. E poi la relazione degli esperti, con esclusione del caso oggetto dello scandalo. Poi la notizia che il fatto era arcinoto in azienda da tempo. E poi gli anonimi, le confessioni rubate, il tirarsi fuori, il “ma lui è bravo”, il “ma io ho fatto tutto”, le inchieste giudiziarie, le faide fra testate, il “ti dico io come si fa il giornalista”, e le raccomandazioni sì, le raccomandazioni ma quando mai. E poi il dimettiti, io?, dimettiti tu, il dimettetevi tutti, il “aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso”, “ho fiducia nella giustizia”, io non c’ero. E poi una registrazione nascosta per mesi che un bel giorno qualcuno fa uscire. E poi “ma la registrazione ha dei tagli”. E poi il sindacato che ricorda come le sospensioni siano probabilmente nulle (obiezione giuridicamente corretta) e che andrebbero perseguiti coloro che non hanno tempestivamente attivato il procedimento disciplinare. Insomma la morte della signora Elisa da presunto caso di malasanità a caso politico, a chiave di volta per scoperchiare un covo di vipere, o quantomeno un reparto da far west che una direzione manageriale fatica a gestire mostrando crepe nel requisito essenziale della capacità, a chiave di lettura di una comunità allo sbando, di una società marcia. In sintesi un pantano melmoso, nauseabondo, nel quale ognuno prova a sguazzare mettendosi in mostra, cercando visibilità. A brillare la figura della famiglia della presunta vittima, chiusa in un dignitoso e austero silenzio. In fondo cosa conta? Conta il potere, conta gestirlo. Tutti i poteri risultano coinvolti nella vicenda. Complimenti, nessuno avrebbe potuto fare meglio. Lo spettacolo, però, e c’è da giurarlo, continua. Peccato sia uno spettacolo rivoltante.

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