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Strategia energetica nazionale, si continua nel segno della devastazione di suolo e acqua

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Albina Colella insegna Geologia all’Università della Basilicata. Da diversi anni è impegnata in un’opera di divulgazione scientifica inerente l’impatto delle estrazioni petrolifere in mare e in terra e si batte con un’attività incessante per dare risalto mediatico agli effetti delle estrazioni petrolifere in Basilicata. Di particolare rilievo le sue denunce inerenti la presenza di idrocarburi nel Pertusillo, un invaso strategico che approvvigiona di acqua anche l’acquedotto pugliese, ma che è ubicato a meno di 2 km dal Centro Olio di Viggiano, un impianto di trattamento e desolforazione degli idrocarburi e delle acque di produzione del giacimento di petrolio della Val d’Agri.

Professoressa Colella, siamo passati dagli anni in cui si minimizzavano i rischi delle estrazioni petrolifere in Basilicata a vere e proprie inchieste giudiziarie che vedono coinvolte decine di persone. Cosa è successo nel frattempo? Cosa c’è di nuovo nella bozza della Strategia Energetica Nazionale (SEN) 2017?

La bozza della SEN 2017 presentata il 10 maggio dai Ministri dello Sviluppo e dell’Ambiente Calenda e Galletti sembra ripercorrere le scelte dei governi precedenti, puntando sulle energie fossili come priorità strategica per il Paese, e soprattutto sul gas. In particolare essa intende: incentivare lo sfruttamento delle scarsissime risorse petrolifere del Paese presenti in territori molto fragili e vulnerabili all’inquinamento, dove alti sono i rischi per l’ambiente, il paesaggio e la salute pubblica, a fronte di un ritorno economico esiguo; fare dell’Italia un corridoio energetico per l’importazione del gas dai paesi del Sud (Azerbaijan e paesi arabi), finalizzato non tanto ad aumentare le riserve nazionali in caso di crisi energetica, quanto al passaggio del gas per l’esportazione e vendita in Europa e per diversificare le fonti energetiche a causa di ragioni geopolitiche. Sono previsti grandi metanodotti (come il TAP) che attraverseranno tutta la penisola, stoccaggi di metano nel sottosuolo, impianti di rigassificazione a mare per il Gas Naturale Liquefatto (GNL) e opere connesse. La SEN 2017 racconta di voler garantire i fragili equilibri ambientali del territorio, purtroppo però i fatti recenti documentano qualcosa di molto diverso: come ad esempio l’approdo del gasdotto Tap sulle coste turistiche del Salento, la gestione del disastro ambientale del Centro Olio Eni Val d’Agri, gli arresti e i 57 rinvii a giudizio della Procura di Potenza con le accuse di smaltimento illecito dei reflui petroliferi in Basilicata. Uno sfruttamento di petrolio e gas che per vari motivi sta devastando acqua e suolo, grazie anche alla normalizzazione degli enti di controllo, così compromettendo anche la salute dei cittadini tutelata dall’art. 32 della Costituzione. I danni sul territorio lucano sono di vario tipo: dall’inquinamento delle acque sotterranee, dei corsi d’acqua superficiali e degli invasi strategici che forniscono acqua ad uso umano a tre regioni, ai danni al suolo e all’agricoltura con il dimezzamento delle aziende agricole in Val d’Agri e con il divieto di coltivazione di molti ettari di suolo in Val Basento, all’inquinamento degli alimenti in aree petrolifere, al deprezzamento delle proprietà, ai danni di immagine, ecc.

Quanto influisce secondo lei una corretta informazione mediatica nella formazione di un giudizio completo da parte dell’opinione pubblica su temi complessi come quello da lei trattato?

Una corretta e completa informazione mediatica è fondamentale per i cittadini, soprattutto su un tema come il petrolio, che è complesso e in rapida evoluzione, dove esistono anche segreti industriali e molti interessi economici, motivo per cui è importante una informazione diversificata. Quest’ultima purtroppo in Italia è carente e le poche voci critiche che hanno cercato di fare divulgazione hanno incontrato molte difficoltà, fino a vere e proprie intimidazioni. Le compagnie petrolifere hanno scelto di entrare pesantemente nei canali informativi, nella scuola, nelle università con finanziamenti di ricerca e di formazione, e hanno messo in campo anche attacchi intimidatori nei confronti della ricerca libera. Cinque milioni di euro per danno di immagine ha chiesto Eni alla sottoscritta, che si era limitata a fare il suo mestiere su sollecitazione degli stessi cittadini lucani, divulgando pubblicamente i risultati della propria ricerca sulla contaminazione da idrocarburi di falde acquifere in aree di reiniezione petrolifera, ma che potevano compromettere le sue attività produttive. Le compagnie petrolifere sono private e mirano al profitto, ed è noto che tendono a ridurre i costi, spesso violando le regole di sicurezza o risparmiando sui tempi di esecuzione e sulle competenze coinvolte, con la conseguenza di causare gravi impatti ambientali sul territorio. Il problema è che i costi ambientali e sociali delle attività petrolifere sono quasi sempre assenti dalle decisioni dei Governi dei vari Paesi, come dichiarano anche D. O’ Rourke e S. Connolly, due scienziati della University of California e del Massachussetts Institute of Technology. Tali costi vengono spesso occultati da un palese gioco delle parti tra compagnie petrolifere, amministratori a vari livelli e chi controlla distrattamente, che se ne avvantaggiano, permettendo così la devastazione dei territori. Chi ci perde sono i cittadini.

Qual è la responsabilità della classe dirigente? Qual è il ruolo che auspicabilmente dovrebbe assumere la cittadinanza?

C’è una classe di governo che spesso non è in grado di gestire i territori dal punto di vista ambientale e che sta causando danno pubblico. E’ pertanto necessario e urgente che i cittadini, cui appartengono le risorse naturali come l’acqua e il suolo in quanto beni comuni, mettano in campo una serie di azioni per riprendersi la sovranità sul proprio territorio, quali ad esempio: azioni legali e class action, utilizzando anche i nuovi delitti di inquinamento, disastro ambientale, traffico e abbandono di materiale radioattivo, impedimento del controllo e omessa bonifica, inseriti nel codice penale grazie alla legge 68/2015 sugli ecoreati; un ruolo attivo dei sindaci in materia ambientale, che hanno precisi doveri di intervento anche per la prevenzione dei danni alla salute pubblica; una attività di advocacy svolta da persone competenti, di indirizzo, idee, progettualità e informazione tecnico-scientifica per i cittadini e le istituzioni, allo scopo di favorire decisioni politiche e comportamenti collettivi volti a migliorare la salute del territorio e delle comunità; una attività di comitati e associazioni volta all’informazione ed educazione dei cittadini per cancellare l’ignoranza ambientale. Manca infatti la cognizione che il bene comune vitale per un uomo è tutto il territorio che ci circonda per decine di chilometri, e non conoscere i processi criminali degenerativi delle sue matrici ambientali acqua, suolo, aria, significa ignorare i problemi che prima o poi influenzeranno le sue attività economiche e la sua salute.

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