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Assegno di ricollocazione, un autentico flop anche in Basilicata

Vaccaro (Uil): Nostre preoccupazioni si sono rivelate fondate

Purtroppo le nostre preoccupazioni espresse alla vigilia della fase di avvio dell’ assegno di ricollocazione, considerato il “fiore all’occhiello delle politiche attive del Jobs Act”, si sono rivelate più che fondate.

Secondo il monitoraggio effettuato dall’Anpal, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, al 31 agosto scorso, su 28.122 coinvolti con lettera inviata, i disoccupati attivati sono stati 2.561, di cui un terzo del Sud.

E quindi quelli lucani si contano sulle dita di una mano. A sostenerlo è il segretario regionale della Uil di Basilicata Carmine Vaccaro per il quale risulta evidente da questi numeri che quello che è considerato un “cantiere sperimentale” è un autentico flop.

Previsto dal Jobs Act del precedente governo Renzi e partito con mesi e mesi di ritardo, l’assegno – ricorda la nota della Uil – è stato sbloccato a metà marzo con tanto di annuncio solenne del premier Paolo Gentiloni.

La fase sperimentale ha visto la spedizione delle lettere a 30 mila disoccupati, estratti a sorte dagli archivi Inps tra i titolari di Naspi (l’indennità di disoccupazione riformata) da più di quattro mesi (oltre 1,1 milioni secondo la Fondazione dei consulenti del lavoro).

In teoria, i destinatari, ricevuta la comunicazione, avrebbero dovuto e potuto registrarsi sul portale dell’Anpal e seguire le istruzioni per l’uso del ticket ricollocazione: in sostanza, profilarsi e decidere da chi farsi assistere (un Centro per l’impiego pubblico o un’Agenzia per il lavoro privata) per la ricerca di una nuova occupazione. 

A sua volta, l’Anpal, verificato il risultato raggiunto (la nuova assunzione del lavoratore), dovrebbe provvedere al versamento dell’assegno all’operatore che ha reso il servizio, secondo un ammontare variabile da 250 a 5 mila euro a seconda del livello di occupabilità e del tipo di contratto ottenuto dal disoccupato.

Vaccaro sottolinea: come sindacato avevamo denunciato, quando era stata annunciata la sperimentazione, che l’inadeguatezza, sia dell’infrastruttura informatica che della rete sul territorio, avrebbe provocato rallentamenti, ma non siamo stati ascoltati.

Il ministro Poletti al riguardo aveva annunciato l’assunzione, anche se a termine, di 1.000 addetti per la rete dei servizi sul territorio ma ancora non si è visto niente con i nostri Centri per l’Impiego sempre più in affanno. 

E per il segretario della Uil è proprio il meccanismo alla base della sperimentazione che non va: “La sperimentazione sarebbe utile se puntasse a dare un criterio da potere utilizzare poi sulla platea più ampia, che a regime potrebbe arrivare a 900mila persone.

Invece così com’è oggi si tratta solo di un algoritmo, che non tocca il tema più importante e cioè il rapporto tra l’utente, il lavoratore e chi lo dovrà prendere in carico per la ricollocazione”. 

Per la Uil “la febbre nei territori è ancora alta e il piano del governo serve solo ad abbassarla ma non cura la malattia. E’ un tampone e ora serve un provvedimento più approfondito che salvaguardi anche i lavoratori al di fuori delle aree di crisi anche se apprezziamo che il governo abbia avviato una riflessione sul Jobs Act e che prenda atto della necessità di modificare la riforma degli ammortizzatori sociali”. 

“L’obiettivo a cui noi di certo non rinunciamo – conclude – è di favorire al massimo il ritorno ad una occupazione per la maggior parte dei lavoratori in un tempo breve, senza aspettare la scadenza degli ammortizzatori”.