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Gli astensionisti misti e il peso dei cittadini

Ho sempre difeso il diritto/dovere di voto, ma stavolta temo che dovrò rivedere questo inflessibile senso civico, per motivi che tenterò di spiegare

Volevo astenermi (anche) dal fare qualsiasi commento sul fenomeno drammatico dell’astensionismo, ma a pochi mesi dalle elezioni mi sembra opportuno e doveroso condividere qualche considerazione che, spero, possa chiarire alcuni equivoci.

La galassia dell’astensione è talmente variegata che non avrei tempo, né ho conoscenze adeguate, per analizzarla nei dettagli, né vorrei, però, che qualcuno la stigmatizzasse come accozzaglia indistinta di rassegnati e vili! Ed è questo il senso del mio intervento, anche perché di umiliazioni ne abbiamo patite sin troppe, e ad una donna di mezza età come me spetta forse ostinarsi a spiegare ciò che non si può più praticare!

C’è un’area, a cui sto pensando di aderire, formata non da inetti, qualunquisti o pavidi, ma da giovani e adulti che hanno provato a partecipare attivamente a formazioni politiche, a cui hanno creduto sinceramente, dedicandovi tempo ed energie, convinti che la Politica potesse aver bisogno di tutti, indipendentemente da relazioni personali e familiari accattivanti e favorevoli, che il merito fosse importante valorizzarlo e condividerlo, che il bene pubblico fosse un obiettivo talmente solido da anestetizzare ambizioni e conflitti personali, che la frequenza di una sezione di partito potesse servire ad imparare tanto e più di quanto si possa apprendere in uno studio autonomo e solitario.

Ho sempre difeso il diritto/dovere di voto, ma stavolta temo che dovrò rivedere questo inflessibile senso civico, per motivi che tenterò di spiegare, soprattutto a chi giudica con snobistico senso di superiorità una condizione sofferta e dolente, come quella in cui vivo io e sicuramente molti altri. Abbiamo assistito impotenti ad assemblee soporifere, dove il microfono era conteso tra logorroici aspiranti candidati, dove nessun moderatore moderava nulla o presentava i relatori (conosciuti però dagli storici esponenti politici territoriali); non credo di poter essere smentita, se dico che una domanda inserita in un intervento non obbligava nessuno a fornire una risposta, e che la prassi consolidata nel tempo ignora i nessi logici tra una relazione e l’altra, per cui tutti si accontentano di monologhi e, nel peggiore dei casi, di affermazioni che, con leggere variazioni lessicali, ripetono quanto già detto da altri.

La durata di questi convegni era simile alle maratone di Mentana e, a notte fonda, si rientrava a casa con l’ansia di dover affrontare, dopo poche ore, una giornata lavorativa in uno stato pietoso, anche perché la confusione e lo stordimento non erano solo dovuti all’orario notturno, ma alla certezza che all’uscita si sapeva molto meno di quanto se ne sapesse all’entrata. Evito di parlare di congressi-farsa in cui si fingeva di discutere su temi e candidature già decise a tavolini ristretti almeno un anno prima!

Abbiamo partecipato a campagne elettorali faticose ed estenuanti per sostenere candidati che, all’occorrenza, hanno cambiato partito e non si sono neanche degnati di chiederci scusa; altri candidati hanno accolto voti di destre più e meno moderate, perché “il compromesso è inevitabile in politica”; alcuni assessorati sono stati assegnati su deleghe esterne, senza averne spiegato motivi e criteri; alcune donne (poche) sono state “promosse” ad incarichi importanti per ragioni tutt’altro che dettate da meriti personali; altre sono state escluse perché prive di famiglie numerose (bacino di voti!) o di mariti, compagni e amanti influenti.

Capisco l’imbarazzo generale della politica nell’elaborare proposte che incentivino gli astenuti, vecchi e nuovi, a ritornare a votare, ma ne apprezzerei lo sforzo, mentre si vede il solito teatrino di chi è più scaltro a rubare il voto all’avversario o al condomino! E quando, recentemente, Fratoianni, invitato in tv da Myrta Merlino, e sollecitato a chiarimenti sull’autoanalisi ed autocritica a sinistra, risponde che l’urgenza è lessicale e che solo nel linguaggio bisognerà rinnovarsi, allora si comprenderà che il mio disgusto e la mia indignazione non hanno nulla a che fare con attese personali frustrate, ma con un vuoto etico, prima che politico, che difficilmente si può colmare, se non col ricorso all’otium antico e agli esempi (si parva licet componere magnis) di autorevoli uomini, come Cicerone e Seneca che, esclusi dall’impegno attivo e utile alla res publica, si sono dedicati agli studi filosofici e letterari, in attesa di tempi migliori, in cui il dissenso sia possibile e fertile, “quando gli onesti avranno più valore dei molti, e i cittadini si potranno pesare e non contare”.

Sicuramente questa politica non fa per me, giacché non tutti siamo adatti a tutto, ma tanti giovani che condividono le mie considerazioni avrebbero sì il diritto di inclusione e di ascolto, non formale e rituale ma attento e sollecito! Spero che alcuni militanti ad oltranza la smettano di insultare chi si è ritirato a vita privata; la Politica è fatta anche, e soprattutto, di dignità e non di luoghi!

Anna Daniela ROSA