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Pensioni, anche ai coltivatori diretti va esteso il criterio del lavoro gravoso e usurante

Sempre più numerosi gli agricoltori lucani over 65 anni che, per sopravvivere, aiutare la famiglia e arrivare a fine mese, continuano ad occuparsi dei lavori nei campi

Estendere la platea dei lavori gravosi e usuranti anche ai Coltivatori diretti e Imprenditori agricoli professionali (Iap), che ora sono esclusi. Lo chiedono la Cia-Agricoltori Italiani e l’Anp (Associazione Nazionale Pensionati).

Anche sull’aspettativa di vita, la Cia e l’Anp si oppongono al criterio usato dalla legge Fornero per portare l’età pensionabile a 67 anni dal 2019.

Il metodo utilizzato ha già mostrato le sue contraddizioni, non tenendo conto per esempio di anni come il 2015, in cui la speranza di vita è invece diminuita.

Questo meccanismo assurdo porterà inevitabilmente ad alzare l’età minima delle pensioni di vecchiaia a livelli assolutamente insostenibili, con ripercussioni sia sulla popolazione anziana sia in termini di ricambio generazionale. Questo finirà per pesare soprattutto sugli agricoltori, dove il turn-over nei campi è tuttora fermo al 7%.

Al di là della discussione in atto sulle pensioni, gli assegni pensionistici degli agricoltori italiani restano tra i più bassi d’Europa. Per questo, in vista dell’iter in corso di approvazione della legge di Bilancio, la Cia propone un intervento significativo per garantire pensioni dignitose a Coltivatori diretti e Iap, prevedendo l’istituzione di una pensione base (448 euro) a cui aggiungere la pensione liquidata interamente con il metodo contributivo.

In tal senso, alcune proposte di legge attualmente depositate in Parlamento, come ad esempio la numero 2100 giacente alla Camera, rappresentano una buona base giuridica da cui partire.

Nelle aree rurali lucane – sottolineano Cia e Anp Basilicata – la media percepita di indennità pensionistica si abbassa notevolmente, ed è proprio qui che si registra la massima concentrazione di pensioni minime, inferiori alla soglia di 500 euro mensili. In Basilicata ben il 78 per cento dei pensionati della regione (circa 135 mila) percepisce un’indennità che è inferiore di un terzo alla minima. 

Nelle aree di campagna gli effetti della crisi sono amplificati, soprattutto per gli “over 65”, perché agli assegni pensionistici mediamente più bassi si unisce la carenza a volte strutturale dei servizi sociali -sottolinea l’Anp- aggravata dai continui tagli alla sanità e in particolare al Fondo per la non autosufficienza.

La conseguenza è che oggi sono 7 su 10 i pensionati delle aree rurali a rischio di povertà o esclusione sociale: un rapporto ancora più allarmante di quello relativo alla popolazione italiana, che tocca il 30 per cento. 

Gli ultrasessantenni -evidenzia ancora l’Anp-Cia Basilicata- sono circa il 20 per cento della popolazione ed entro 15 anni raggiungeranno il 25 per cento. Attualmente oltre l´80 per cento (in pratica 8 su 10) degli anziani chiede servizi sociali, sanitari e assistenziali pronti ed efficienti. 

Ciò comporta che sono sempre più numerosi gli agricoltori lucani over 65 anni che, per sopravvivere, aiutare la famiglia e arrivare a fine mese, continuano ad occuparsi dei lavori nei campi. Una distorsione che azzera il ricambio generazionale in agricoltura. 

L’impegno di Cia e Anp è esteso a quanti andranno in pensione: in Basilicata gli operai agricoli dipendenti di 3.577 aziende con dipendenti sono 27.436; le classi di età più numerose sono 45-49 anni e 40-44 anni Ad essi si aggiungono 8.283 coltivatori diretti autonomi (5.012 uomini e 3.271 donne) per un totale di 7.779 aziende. A questo universo di pensionati dei prossimi 15-20 anni bisogna pensare per garantire una pensione dignitosa.