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Il terremoto del 1980 non ci ha insegnato nulla perché nulla abbiamo voluto imparare

Con  quella montagna di denaro in una altro Paese avrebbero creato praterie di sviluppo.

Non abbiamo imparato l’onestà. Subito dopo il tragico evento una gigantesca macchina degli affari si mette in moto. Tanti piccoli furbetti cavalcano l’onda di lacrime per ottenere contributi a cui non hanno diritto. Lo Stato ci mette la mano larga. Gli ordini ai collaudatori sono chiari, ma non ufficiali: anche in situazioni sospette chiudete un occhio, certificate il danno. Ed ecco ingegneri e geometri che da poveri diventano immediatamente ricchi. Ed ecco che i Comuni colpiti, da circa 340 diventano quasi 700. E’ così che molte risorse prendono la strada verso zone che non ne hanno diritto. Casolari già decrepiti che diventano gravemente danneggiati dal terremoto, stalle inutilizzate da decenni si trasformano in aziende agricole distrutte dal sisma. E così via. Si moltiplicano i professionisti della falsificazione delle pratiche per la ricostruzione.

Non ci ha insegnato a programmare lo sviluppo e a cogliere le opportunità. Opportunità e risorse che abbiamo sprecato e inghiottito in un famelico egoismo. Anziché puntare sulle vocazioni e le potenzialità locali, si è preferito “investire” sul rilancio industriale. Vale a dire sul rilancio del nulla, considerato che tutto il territorio colpito dal sisma non presentava già prima della tragedia alcuna caratteristica industriale. E siccome l’esperienza del terremoto non ci ha insegnato l’onestà, la pioggia di contributi per l’industrializzazione è finita nelle mani di faccendieri di ogni tipo, spesso con la complicità di sindaci e funzionari locali. Praticamente soldi rubati da imprese che fallivano subito dopo aver intascato il contributo. Le mafie in quegli anni si danno da fare.

Decine di banche aprono nuovi sportelli e finiscono per finanziare le aziende del nord, le stesse che scappano con la cassa. Intanto però le banche ci guadagnano.

La stima dei danni ammonta a 8mila miliardi di lire, ma la cifra salirà fino a circa 70miliardi di euro al cambio di oggi. I costi delle infrastrutture, alcune ancora non completate, lievitano di circa 30 volte rispetto alle previsioni originarie.

Intanto le aree della Basilicata e dell’Irpinia colpite dal sisma non sono mai decollate. Anzi la loro economia è dopata dalle risorse pubbliche per la ricostruzione. Con  quella montagna di denaro in una altro Paese avrebbero creato prateria di sviluppo.

Non ci ha insegnato a vergognarci e a chiedere scusa. I segni di quel sisma resistono nel tempo a testimoniare l’inerzia, l’incapacità e la furbizia di una classe politica che non si è mai vergognata. Bucaletto a Potenza, alcuni quartieri di Torre Annunziata, alcune aree cosiddette industriali che sono diventate un deserto di lacrime continuano a tenere viva la fiammella di un gigantesco fallimento. E come in tutte le “italianate” non poteva mancare una Commissione parlamentare di inchiesta. Servita soltanto a certificare, in parte, lo schifo di cui già tutto il mondo sapeva.

Non  ci ha insegnato la responsabilità, né a pagare quando si sbaglia. Sono le indagini della magistratura a scoprire il malaffare e il sistema corruttivo intorno alla ricostruzione. Anche la stampa di opposizione con le sue inchieste rivela fatti eclatanti che coinvolgono personaggi noti e meno noti della politica, delle istituzioni locali, delle banche e delle imprese. Ma a pagare saranno in pochi e nemmeno quelli di primo piano. Come al solito.

Il terremoto del 1980 non ci ha insegnato nulla. Perché nel frattempo nulla è cambiato. Neanche le celebrazioni dell’anniversario, ogni anno sempre la stessa litania e la stessa ipocrisia.