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Buon Natale Sud

"L'augurio che rivolgo ai ragazzi del Sud è quello di trovare, nelle proprie competenze, nel proprio entusiasmo, il coraggio e la forza di restare, ma anche di andare e tornare"

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Da un anno collaboro con Basilicata24. In piena libertà di espressione, per parlare di un Sud che non racconta nessuno. È quello di chi resta e lotta in un contesto troppo spesso avverso a chi non faccia parte di congregazioni, fratellanze, gruppi di potere, apparati.

Di chi preferisce mantenere intatta la propria dignità, cercando liberi spazi di espressione e di crescita, all’insegna del merito e della legalità. All’insegna, soprattutto, della Costituzione: è il più grande potenziale di cambiamento a disposizione e tutela della creatività dei cittadini italiani.

Mi accade, sempre più di frequente, di trovarmi di fronte persone che, preoccupate per quanto io possa dire nel corso di un incontro con studenti o nella presentazione del mio libro, mi invitano in modo esplicito a “parlare solo di cose belle”, a trasmettere ottimismo. A me sembra una nuova forma del più ruvido “qui non si parla di politica”. In fondo, oggi si straparla, per il Sud, di “vocazioni naturali all’agricoltura e al turismo”, come allora di “granaio d’Italia”. Io colgo solo un’invitta vocazione al becero conformismo. Nel paese del Gattopardo, è buona norma che cambino le scatole, ma non i contenuti. Se costoro lo avessero letto, Il nostro libro (A me piace il Sud, di A. Cannavale, A. Leccese, Armando Editore, 2017), si sarebbero risparmiati superflui inviti: è pervaso del tutto dall’ottimismo della volontà. Di contro, bisogna usare sincerità, coi ragazzi.

Non avrebbe senso, l’ottimismo, senza l’onestà di chiarire le condizioni al contorno. In caso contrario, la realtà ci sorpasserebbe spernacchiando e la gravissima disillusione conseguente all’impatto con le logiche del mondo del lavoro porterebbe anche loro a imboccare rapidamente la via d’uscita per evitare l’asfissia o l’omologazione. Perchè spesso, chi parla e invita alla calma e alla moderazione, poco sa di call-center, multinazionali, ricatti occupazionali, minacce all’ambiente, all’aria, all’acqua, al mare. Il “quieto vivere” è un narcotico dannosissimo, una palude assai mal frequentata.

In tutta evidenza, un Sud che lascia andare mezzo milione di giovani è un Sud che ha chiuso i conti con la speranza e si lascia dominare da parassiti e raccomandati che hanno assorbito tutte le risorse e, oggi, sono terrorizzati da chiunque decida di aprire le finestre e lasciar passare un poco di luce nelle stanze. Fateci caso: i numeri parlano di fallimento, mentre le servitù politico-mediatiche mettono mano alle narrazioni. Leccano, lisciano, addrizzano. Secondo il Rapporto Svimez 2017, è in corso un’ “emigrazione selettiva”: tra il 2002 e il 2015 sono andati via più di 500000 giovani, di cui 200 mila laureati; il tasso di proseguimento scuola-università è passato dal 74% circa del 2003 a meno del 55% del 2016; mancata formazione e investimenti in formazione e cultura nel Sud sono una scelta criminogena, che alimenta solo la diffusione del malaffare, della corruzione, delle mafie.

L’augurio che rivolgo ai ragazzi del Sud è quello di trovare, nelle proprie competenze, nel proprio entusiasmo, il coraggio e la forza di restare, ma anche di andare e tornare. Di essere cittadini non del Sud ma dell’Italia e dell’Europa (almeno), di sgomberare il campo dal provincialismo mediocre per essere propulsori di cambiamento, ovunque. Di non adeguarsi al fetido compromesso, di avere sempre in tasca il biglietto per l’altra opzione, di fronte al tertium non datur degli esperti del “qui non cambierà mai nulla”. E a chi decida di andar via auguro di tornare ma non con la stessa mentalità dei gattopardi che qui non hanno mai cessato di comandare. Bensì per capovolgere, con arrischiato coraggio, abitudini, consuetudini, pensieri e scrivanie.

L’augurio che rivolgo al Sud è quello di diventare un luogo attraente non solo per chi voglia venirci in vacanza ma, soprattutto, per chi ci nasce e vive.

La storia e la letteratura lo descrivono come un posto dominato da un sortilegio strano, in base al quale esso appare, a chi lo osservi dall’esterno, come un’immagine contenuta nei versi di Vittorio Bodini: un cavallo che cammina all’indietro su una vasta pianura. Versi che esprimono con incredibile chiarezza l’assurdo contrasto tra le immense potenzialità e le reali condizioni, mentre gli abitanti vivono, sempre secondo il Poeta, nell’attesa, “Nell’attesa che ci dia/ tutte assieme la vita/ le cose che crediamo di meritare”.

Che non sia un altro anno di attesa, il prossimo.

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