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La Basilicata è immobile, non muta d’accento né di pensiero

Siamo una Regione che si agita nell’immobilismo. Col culo sulla sedia a dondolo e con il cervello sull’altalena. L’orizzonte non si espande oltre l’ombelico e il futuro sta perdendo la vista

La società lucana appare sostanzialmente conservatrice e individualista, seppure negli ultimi due decenni sia stata interessata da un dinamismo civico legato soprattutto ai temi dell’ambientalismo. E’ in atto un’evoluzione civile che si muove nel quadro di un fragile equilibrio tra difesa degli interessi personali e familiari e tutela di un futuro collettivo ancora sfocato e privo di visione.

E’ una società che, nel migliore dei casi, ancora ragiona per obiettivi a breve. Obiettivi che ciascuno spera di realizzare nei circuiti di prossimità dove le affinità culturali, politiche, di interesse tra persone, circoli, gruppi garantiscono una certa sicurezza e affidabilità nelle relazioni. Tutto si muove in spazi stretti, accessibili ai simili, tracciati da confini che li separano da altri spazi a loro volta inaccessibili alle persone distanti. Distanza e prossimità si contrappongono rendendo difficile la costruzione di un senso di Comunità. Per farla breve, non siamo nella condizione in cui gli interessi comuni prevalgono a livello sociale, anche se prevalgono al livello dei circuiti di prossimità: interessi di gruppo, di circolo e, quindi, individuali.

Non a caso il proliferare di piccole associazioni, negli ultimi quindici anni, si è rivelato un fenomeno disaggregante, più legato al desiderio di uscire dall’anonimato da parte di cittadini più attivi che alla volontà di aggregare. L’associazionismo polverizzato, frammentato, confuso, ha aggregato per dividere. In condizioni economiche, politiche e sociali differenti da quelle attuali si sarebbe detto che le tante “diversità” sono una ricchezza. In Basilicata, paradossalmente, sono una povertà. Una massa critica sociale, capace di avere una visione, è praticamente inesistente. E questo fa il gioco delle consorterie partitiche radicate nei decenni.

In Basilicata la povertà relativa coinvolge quasi un quarto delle famiglie. Il 35% dei giovani lucani è disoccupato. L’analfabetismo funzionale è al 47%. Negli ultimi 12 anni 16mila giovani e 7mila laureati hanno lasciato questa terra. Queste sacche di disagio non rappresentano, in un quadro di società appena descritto, se non in piccola parte, un potenziale “rivoluzionario”, ma un bacino di consenso per il potere costituito. Per due ragioni fondamentali. Il disagio, economico e sociale, crea spazi di fragilità che inducono le persone a preoccuparsi del qui e ora. Paradossalmente non è in quel campo che si creano le condizioni per lo sviluppo di flussi di cambiamento, al contrario si creano le condizioni per alimentare il voto di scambio, le relazioni di interesse, atteggiamenti di sottomissione o, all’estremo, ribellismo inconcludente. In mancanza di un senso di Comunità, nel quadro di una massa critica sociale, il disagio legittima il potere tradizionale.

Un’altra ragione risiede nel fatto che la statistica non aiuta a comprendere fino in fondo la realtà sociale di un territorio. E’ il caso dei dati sulla povertà assoluta e relativa. Se li confrontiamo con quelli sulla povertà percepita, la situazione appare più complicata. La coppia di anziani di Aliano, che secondo l’Istat sarebbe in condizioni di povertà assoluta, non percepisce affatto quella condizione. Semmai il disagio percepito è più che altro esistenziale, non economico. Così come appare ampio il disagio esistenziale di migliaia di giovani che, pur avendo ogni giorno un piatto sulla tavola, hanno perso il senso del futuro.

All’altro estremo abbiamo una fascia di popolazione che vive in condizioni di “ricchezza relativa”. Concentrata soprattutto nelle città più grandi. Impiegati, funzionari, dirigenti, imprenditori, insegnanti, lavoratori a tempo indeterminato. Molti di costoro hanno aspirazioni personali di miglioramento delle condizioni economiche e lavorative per se stesse e per i loro parenti prossimi. Non hanno nel loro orizzonte la voglia di agire per un miglioramento delle condizioni complessive della società lucana.

Il dibattito pubblico è sintomatico di una condizione culturale provinciale, mediocre, a tratti stucchevole. Vittime anche noi del cinguettio su twitter, del chiacchiericcio su facebook, siamo diventati condomini digitali in cui ciascun inquilino litiga o fa comunella con gli altri sulle questioni tipiche del condominio. Circoli chiusi anche qui. Loro se la suonano e loro se la cantano. Un tot di like al giorno e la vita scorre. Nessuno influenza nessuno. Tutti arroccati sulle posizioni del proprio circuito, circolo, gruppo. Quintali di slogan, di insulti, di insinuazioni, di scempiaggini. Tutti alla ricerca di conferme delle proprie convinzioni. Senso critico nullo. Nessuna argomentazione. Ma questo è un problema che non riguarda solo i lucani. C’è un dato però che ci distingue: il dibattito, sia sul web, sia nei luoghi fisici di riunione, è politicamente denutrito.

La funzione pedagogica, culturale, della partecipazione politica è smarrita da tempo. L’appiattimento sugli strumenti e sulle modalità di discussione suggeriti dal web, fanno il resto. Nessuno capace di indicare una via, un’idea di sviluppo convincente, alternativa al disastro sociale ed economico, esistenziale, di questo lembo di terra. Nessuno ha voglia di scrutare l’orizzonte e di camminare sui lunghi percorsi. La discussione sul cambiamento è limitata a “mandiamo a casa chi ci governa”, “basta con le raccomandazioni”, “basta con l’inquinamento e con lo sfruttamento del territorio”. Basta con questo e basta con quell’altro. Come se un “basta”, sussurrato o gridato, fosse sufficiente a cambiare il corso della Storia. Manca il respiro politico e l’adeguatezza culturale in tutto ciò che facciamo. Gli argomenti non mancano, mancano le argomentazioni. Manca la voglia di ragionare. Il ragionamento è troppo faticoso e richiede approfondimento, studio, sforzo creativo, capacità critica. Siamo culturalmente sfaticati.

Questa mancanza è più grave nel ceto politico, che di camminare sui lunghi percorsi non ne vuol sapere. Molto interessato al consenso bancomat. Ciò che conta è risolvere i problemi della ggente, con la doppia g. Il che significa, in soldoni, rispondere al piccolo seppure legittimo interesse di Tizio o di Caio. Cavalcare l’onda degli zonzonauti di turno e dei boccaloni di ogni specie. A loro, a molti dei cosiddetti politici, interessa la vicinanza alla ggente che per alcuni significa cavalcare la rabbia, il risentimento, il richiamo a vecchie visioni autoritarie, per altri significa assecondare le illusioni, le paure, i sogni di seconda mano di aspiranti nocchieri del popolo.

Il risultato è che nel migliore dei casi siamo fermi, nel peggiore stiamo indietreggiando.

Siamo una Regione che si agita nell’immobilismo. Col culo sulla sedia a dondolo e con il cervello sull’altalena. L’orizzonte non si espande oltre l’ombelico e il futuro sta perdendo la vista. Diamoci una mossa, anzi diamoci una scossa.