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I Cinque Stelle, Pittella e la sfida d’autunno

Per vincere le elezioni regionali bisogna dare i numeri

La rendita di consenso della vecchia politica si è consumata, ma non esaurita. La batosta elettorale dei vecchi partiti è stata dura, ma non mortale. Il perimetro del parco delle clientele e dei favoritismi, costituito da decine di migliaia di persone, si è ridotto per effetto del cambio generazionale e del pensionamento di molti beneficiari delle prebende. La rendita di voti prodotta da quel parco rimane tuttavia significativa. A ciò si aggiungono lo zoccolo duro dell’elettorato Pd e i gruzzoletti di voti di proprietà personale dei “politici” sia del Pd sia dei partitini fiancheggiatori. Esultare in anticipo per la presunta “dipartita” del Partito Regione e del suo sistema di potere potrebbe condurre a gravi delusioni.

Pittella rilancia con una sua proposta il percorso del centro sinistra verso le elezioni a partire dalle azioni del governo che dirige. E lo fa con un piano di otto punti. I titoli di quel piano somigliano molto a un’azione tattica, elettoralistica, che nulla ha a che vedere con gli interessi e lo sviluppo della Basilicata. Ha molto a che vedere con la raccolta di consenso cash, utile al tentativo di salvaguardare la sopravvivenza del sistema consolidato ma barcollante, e dei suoi alleati interni ed esterni.

A prima vista, il piano del presidente potrebbe funzionare allo scopo. Calamitare migliaia di voti nell’area della disoccupazione, mille posti nelle imprese, trecento nella pubblica amministrazione. È l’amo lanciato ai giovani precari e disoccupati. È la continuazione della politica del precariato, finalizzata al consenso, delle assunzioni interinali nella sanità, all’Arpab e negli altri enti. Tra i punti “programmatici”, la puntualità nei pagamenti delle retribuzioni agli operai forestali e una loro parziale stabilizzazione in capo ai Comuni. In quegli otto punti è svelata e confermata l’inadeguatezza politica e di governo dell’attuale leadership del centro sinistra. Pittella propone l’ovvio, e cioè la puntualità nei pagamenti delle retribuzioni agli operai forestali, e lo tratta come il punto di un programma di governo.

Accanto alla pesca nel mare del disagio, Pittella immagina un coinvolgimento massiccio dei sindaci Pd i quali, forti della loro popolarità e vicinanza alla gente, potrebbero aggiungere valore al risultato elettorale. Sarebbero loro, i “migliori” di loro, ad affollare le liste di centro sinistra alle prossime elezioni regionali.

Ripeto ancora: è una strategia che può funzionare. Anche perché poggia le basi su un sistema largo di controllo della pubblica amministrazione e delle risorse pubbliche, ancora resistente. In breve, il Pd, con i suoi alleati presenti e futuri, può ancora vincere.

Le forze politiche alternative

L’alternativa è far vincere la Basilicata. Gli oppositori, in primis i 5 Stelle che di sindaci non mi pare ne abbiamo numerosi, devono considerare questa realtà ed evitare di appoggiarsi emotivamente sulla “papagna” delle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Sul consenso elettorale il marchio del Movimento inciderà al massimo per il 20-22 per cento non di più, sempre che Di Maio non faccia gravi errori nella gestione di questa fase politica. Il resto, come è noto, dipende dai candidati in campo, dalla loro autorevolezza pubblica e, soprattutto, dalle proposte per una Basilicata migliore.

E’ dunque sui penta stellati che si concentra l’attenzione degli osservatori, perché probabilmente, piaccia o non piaccia, saranno l’unica forza politica in grado di provare a cambiare il governo di questa Regione.

Per governare la Regione, però, occorre un consenso che va oltre il peso del marchio. Il metro di misura è nelle aspettative degli elettori lucani. E molti lucani si aspettano programmi chiari di rilancio dell’economia e dello sviluppo della Basilicata. Si aspettano idee e misure per l’occupazione, per il contrasto alla povertà, per la tutela dell’ambiente e della salute, per frenare lo spopolamento e la fuga dei giovani.

Al momento non sembra che questo sia chiaro a tutti. Sarebbe il tempo che i 5 Stelle cominciassero a discutere. Non di chi debba essere candidato qua e là, ma di quale programma candidare al consenso degli elettori. E un programma è fatto di contenuti e quei contenuti bisogna farli propri, saperli usare e applicare. E questa discussione non può avvenire esclusivamente nelle stanze degli iscritti, ma deve svilupparsi nel segno dell’ascolto degli “altri mondi” e con umiltà. Non sono gli altri che devono avvicinarsi ai 5 Stelle, ma sono i 5 Stelle che devono raggiungere gli altri. Se non si assume questa realtà, il vecchio sistema continuerà a sopravvivere, seppure sotto spoglie diverse.

E anche gli altri, i gruppi ambientalisti o legati a piccoli partiti alternativi al sistema devono fare qualche passo indietro e puntare su chi può farcela, portando un contributo specifico. Non si dimentichi che la divisione dei corpi elettorali alternativi ha contribuito a garantire la sopravvivenza del Pd e dei suoi antenati.

Le novità da introdurre nella campagna elettorale

Occorre sfidare gli altri sul terreno della concretezza e dell’affidabilità. Questo vuol dire rendere credibile fin nei dettagli il programma, assumersi la responsabilità del successo o dell’insuccesso delle proposte affidate all’approvazione dei cittadini elettori. In breve, bisogna “dare i numeri”. Dare i numeri significa fornire a se stessi e ai cittadini il metro di misura della capacità di governare e di portare a termine, nei fatti, i contenuti di un programma. Quattro cinque punti misurabili su cui mettersi in gioco. Gli altri, fino ad oggi, hanno realizzato quasi nulla dei loro programmi. Da De Filippo a Pittella, basta riascoltare o rileggere i loro proclami elettorali.  Hanno potuto mentire perché quelle promesse non erano misurabili. Gli elettori si aspettano che qualcuno dica: “Porteremo il tasso di occupazione da n a n+ entro 3 anni e il tasso di povertà assoluta da n a n- entro 4 anni e se ciò non avverrà ci dimetteremo.”

Ecco un modo per dare ai cittadini la possibilità di misurare la qualità e l’affidabilità di chi governa. E’ un impegno che bisogna assumere per fare la differenza con gli altri. Si scelgano due, tre settori non esposti alle dinamiche e ai vincoli internazionali, e si dica non solo cosa, ma anche come. Si dica quali risultati realisticamente si vogliono raggiungere e si dia a questi risultati il metro di misura capace di stabilire se “ciò che ho detto l’ho anche fatto.”

Un’altra differenza bisogna marcarla sulle politiche per chi non vota. Le bambine e i bambini devono essere al centro della proposta di quelle forze politiche che voglio davvero un futuro migliore per questa Regione.

E ancora. Condividere una Visione della Basilicata, che non sia suggestione, punto di vista o illusione. Ma una Visione.

Ancora una differenza, non ultima, bisogna marcarla sugli argomenti dello sviluppo. E i titoli devono essere chiari. Identità allo sviluppo, tutela e messa a valore economico dei patrimoni specifici del territorio (dall’acqua, all’ambiente, dal capitale naturalistico e paesaggistico, all’agricoltura, per dirne alcuni) intorno a cui costruire nuovi sentieri di crescita, integrati con l’innovazione tecnologica, con le necessarie infrastrutture nei trasporti, nella mobilità delle persone e dei beni e servizi, con le infrastrutture sociali e culturali. Acqua, risorse naturalistiche, agricoltura d’avanguardia, enogastronomia di alta qualità, arte e cultura, infrastrutture per l’esercizio della cittadinanza e per la crescita del capitale sociale civile. Non sono slogan né possono essere trattati come tali. Sono chiavi fondamentali. Come si usano queste chiavi è un tema serio. Sappiamo però come non si usano. Certamente non si usano come hanno fatto coloro che hanno guidato la Basilicata fino ad oggi.