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Imboccare il bivio, pensiero radicale e approccio rivoluzionario

Tracce per la ricostruzione di una sinistra italiana e europea

Non è più il tempo del riformismo. Esiste un divario tra la lentezza, necessaria, del procedere riformista e la velocità con cui si muove il mondo che si vorrebbe riformare. Il riformismo ha esaurito le sue potenzialità trasformatrici, ormai da tempo. Oggi non è riconoscibile né praticabile se non sottoforma di “fatica di Sisisfo”. Questa fatica si trasforma in inganno perché lascia credere che qualcosa stia cambiando, che le cose si possano cambiare, ma lentamente, con pazienza anche se con insistenza. E invece il macigno torna sempre a valle. Nessuna promessa è mantenuta, da decenni. Tutti i meccanismi di ridistribuzione della ricchezza sono in default. La povertà dilaga e con essa il disagio sociale, l’anomia, l’incertezza, la paura, la confusione. Occorre un pensiero “radicale”, capace di agganciare in corsa la storia, i cambiamenti, gli accadimenti e fare in modo che mutino direzione.  Un nuovo radicalismo umanitario che assuma un approccio rivoluzionario.

L’ala radicale del movimento liberale del diciottesimo secolo realizzò nel tempo una vera e propria rivoluzione civile e politica: il suffragio universale, l’abolizione dei titoli nobiliari, la separazione tra Stato e Chiesa, la repubblica, e così via. La differenza storica tra i radicali di allora e il radicalismo di cui oggi abbiamo bisogno è nella velocità dei cambiamenti. Allora i mutamenti sociali, civili, economici e politici avevano un ritmo storico più lento che consentiva un approccio riformista nell’azione, anche se rivoluzionario nel pensiero. Oggi, per causa dei repentini sviluppi delle tecnologie e dei mutamenti profondi nel sistema delle relazioni sociali, occorre un pensiero radicale e un’azione rivoluzionaria.

Per ottenere il suffragio universale ci sono voluti, in Europa, mediamente 100 anni dalla nascita del pensiero radicale. Un secolo di battaglie. Oggi nessuno si può permettere di aspettare cento anni, a colpi di piccole riforme, per realizzare cambiamenti necessari, vitali, per la sopravvivenza di una società che sia democratica, solidale, civile, libera dal dominio del pensiero unico del neo capitalismo digitale e finanziario.

Alla luce di questa riflessione, il dibattito politico attuale, appare sempre più “infantile”, storicamente inadeguato. Indebolito dall’ansia del consenso elettorale cash. Sottoposto ai voleri e alle pressioni delle oligarchie finanziarie, delle “monarchie della rendita” o, se vogliamo, dei Mercati.

Esiste un gap di politica tra gli enormi mutamenti epocali che coinvolgono le società e “la rozza materia” della vita quotidiana di milioni di persone. Ci sono enormi problemi di democrazia e di equità sociale, ma bisogna occuparsi del disoccupato di Frosinone. Enormi problemi di disuguaglianze, di inquinamento, di cambiamenti climatici, di migrazioni che coinvolgono vaste aree del pianeta, ma occorre risolvere il problema della sicurezza nelle periferie di Bari o di Milano. Ecco la distanza tra gli orizzonti problematici che richiamano a una progettualità politica di ampio respiro e i fatti immediati, le “rozze materie” della vita quotidiana delle persone. Questa distanza, questa sconnessione tra i due punti, è il vuoto che accoglie il fallimento della politica e della democrazia contemporanee. La distanza tra l’orizzonte e il pianerottolo.

I partiti e i movimenti politici, a partire dall’ultimo ventennio del secolo scorso non sono più riusciti ad agganciare il filo della storia. Hanno dovuto inseguire i fatti e la “rozza materia” mentre gli scenari economici e sociali mutavano velocemente per via dell’invasione degli algoritmi digitali e del neoliberismo finanziario. Hanno inseguito fatti e rozza materia senza tuttavia ottenere risultati soddisfacenti, anzi. I problemi sociali e economici sono cresciuti proprio per causa dei mutamenti che la sfera politica non ha considerato. Si è fatta l’acqua col ghiaccio e si è misurato il tempo con la clessidra.

Occorrono, invece, misure politiche radicali capaci di rivoluzionare alcuni fondamentali principi che regolano la convivenza civile, il funzionamento del mercato e il sistema dei diritti.

Tutti i tentativi di contrastare la miseria di milioni di persone sono falliti. E sono falliti anche perché la politica ha provato a privatizzare la ricchezza e a statalizzare la povertà.

Purtroppo è tardi per risolvere definitivamente il problema della povertà di chi è senza lavoro, senza casa, senza speranza, oggi. Oggi, nella maggior parte dei casi, si può solo intervenire con mezzi finalizzati alla riduzione del danno, di emergenza. Oggi non puoi fare altro che distribuire il pane agli affamati, poco di più. E’ al contrario possibile evitare che tra venti anni ci siano ancora milioni di poveri. Con interventi ex ante e non ex post. Con politiche di lungo respiro, di contrasto alle condizioni generatrici di povertà e fragilità sociali. Con politiche di sviluppo e non solo di crescita. Torno a dire ciò che la Storia insegna, la cui lezione è sotto i nostri occhi: la crescita economica, specie quella misurata col Pil, non equivale necessariamente allo sviluppo. Crescita e sviluppo non sono sinonimi.

E quando parlo di politiche di sviluppo il richiamo è agli argomenti della democrazia, della partecipazione, della salute, delle libertà e dei diritti, dell’istruzione, della buona vita delle bambine e dei bambini, della qualità complessiva dell’esistenza umana in un territorio.

E allora, chi oggi dice che la sinistra perde terreno perché non ha saputo intercettare i veri problemi della gente, non ha saputo fornire “protezione” alle persone fragili, alle famiglie disagiate, sbaglia e si mette nel solco degli errori commessi fino ad oggi.  La protezione e la tutela sono argomenti da usare sul breve periodo, sono appannaggio dell’emergenza, e guai se li si utilizza per “avvicinare la gente”, per “riprendersi i voti persi”, come pare dica qualcuno a sinistra.  Gli argomenti che avvicinano all’orizzonte, che guardano al futuro e allo sviluppo, che possono aiutare a rilanciare una sinistra moderna e liberale sono altri: promozione, libertà, emancipazione.

Promuovere cittadini consapevoli, capaci, colti, creativi, empatici, responsabili, e quindi un capitale sociale umano all’altezza delle sfide del futuro. Ciò vuol dire una riforma radicale della scuola e del sistema di istruzione, investimenti massicci nella cultura, nell’arte, nella bellezza. Proteggere è il contrario di promuovere se la protezione, come spesso accade, è a oltranza. Chi resta indietro non va solo protetto, ma va promosso con ogni mezzo legittimo.

Liberare le persone dalle condizioni di disagio, di fragilità, di subalternità, e promuoverne l’emancipazione. Non “assistere”, non “tutelare”, ma liberare. Ciò richiede una riforma complessiva del welfare sociale, un rovesciamento della cultura del lavoro, un ripensamento radicale del rapporto tra lavoro e esistenza. Liberare dalle condizioni indesiderate è il contrario di tutelare le persone in quelle condizioni. Va messo dunque in soffitta il vecchio sindacalismo e la vecchia cultura lavoristica e industrialista.

Emancipare le persone nella libera iniziativa, nella creatività, nella partecipazione, nella vita economica. Ciò vuol dire rimettere al centro delle politiche la questione della democrazia economica. Un mercato è libero se vi agiscono persone libere di parteciparvi, di provare, di esserci, senza condizionamenti, ostacoli, prevaricazioni. L’impresa sociale, l’impresa cooperativa, sono un’esperienza che, se capace di autoriformarsi e ritrovare le proprie autentiche origini, va valorizzata. La partecipazione consapevole delle persone, dei cittadini, all’economia, è una delle condizioni della democrazia economica e della Democrazia. Ed è una delle condizioni per evitare che la Società sia società di mercato e null’altro.

La politica e la cultura di una nuova sinistra promuovono farfalle. Crea le condizioni affinché ogni bruco possa diventare farfalla, libera, consapevole, forte del suo percorso fino alla crisalide. Percorso nel quale ha avuto tutti gli strumenti a disposizione per agire con le proprie forze e in piena libertà.

Queste sono alcune delle basi fondamentali intime per la ricostruzione di una sinistra che sia necessariamente liberale (nel senso di liberalismo e non di liberismo), radicale nel pensiero rivoluzionaria nell’azione.

Una sinistra che riparta da queste basi è necessariamente laica e europeista, per un’Europa dei popoli, difende e promuove i diritti sociali e civili, i diritti umani, si spende per l’affermazione di un nuovo umanesimo che vuol dire l’incontro di differenze culturali. Che rispetta, traduce e rivaluta i diversi bisogni di credere e i desideri di sapere che sono patrimonio universale di tutte le civiltà. Un nuovo umanesimo capace di restituire agli esseri umani quella libertà creativa e quella gioia di vivere che i miti attualmente dominanti stanno distruggendo. E perciò un nuovo umanesimo deve nutrire le ragioni di un neo illuminismo a cui la sinistra deve fare riferimento.  E cioè un  pensiero che voglia “illuminare” la mente degli uomini, oscurata dall’ignoranza prodotta dalla dipendenza digitale e dai nuovi miti (Mitoidi), servendosi della critica della ragione  e dell’apporto della conoscenza, sottratti al dominio del tecnicismo, del nuovo consumismo e del pensiero calcolante.