Basilicata24 - Il quotidiano online di inchieste, approfondimenti e notizie di politica, cronaca, economia, cultura, ambiente, sport - Il quotidiano online della Basilicata dedicato a notizie di politica, cronaca, economia, cultura, sport

Ricercatori precari pugliesi: “Pur di continuare questo lavoro sono disposta anche a emigrare all’estero”

Sta facendo molto discutere, nel mondo della ricerca pugliese, la recente decisione della Regione di bandire una nuova e analoga misura per reclutare altri precari, senza preoccuparsi di quelli che devono terminare il proprio triennio

Sono circa 170 i ricercatori precari che in Puglia stanno chiedendo di continuare le proprie ricerche innovative. Questi ricercatori rischiano di restare disoccupati o emigrare, vista la scarsa disponibilità di risorse nei dipartimenti delle università pugliesi. 

Sta facendo molto discutere, nel mondo della ricerca pugliese, la recente decisione da parte della Regione di bandire una nuova e del tutto analoga misura per reclutare altri precari, senza preoccuparsi di dare necessario respiro e continuità ai ricercatori che ancora si accingono a terminare il proprio triennio.

Nei giorni scorsi abbiamo sentito il Governatore Emiliano, che ha personalmente ipotizzato l’apertura di un auspicabile “tavolo tecnico” per affrontare concretamente la questione. 

Intanto ne abbiamo parlato con Alessandra Operamolla, chimico dell’Università di Bari Aldo Moro. Alessandra è una fra i tanti ricercatori a tempo determinato oggi a rischio.

Innanzitutto, come ci siete arrivati sin qui?

La misura regionale denominata FutureInResearch fu avviata dalla Regione Puglia a fine 2013, con un invito, rivolto ai dottori di ricerca pugliesi, a presentare idee progettuali attinenti alle aree tematiche di interesse strategico per il territorio. Si parla dunque di progetti ad alto contenuto tecnologico, che spaziano in tutte le aree disciplinari, da quelle umanistiche a quelle tecniche, mediche e scientifiche.

Dopo una prima fase di selezione delle idee migliori, ne fu avviata una seconda di selezione dei ricercatori che avrebbero svolto i progetti. E così dopo circa due anni dall’avvio della procedura, nella seconda metà del 2015, i ricercatori hanno preso servizio nei Dipartimenti per svolgere le ricerche innovative che tanto servivano alle università pugliesi per incrementare la propria competitività.

Non è un mistero infatti che le università del Sud abbiano pagato a caro prezzo la riduzione dell’organico seguita alle misure di Brunetta (2008) e Gelmini (2010), subendo di fatto un blocco quasi totale del proprio turnover. In queste condizioni spesso anche assicurare il regolare svolgimento delle attività didattiche risulta affannoso, quando pochi professori devono coprire una moltitudine di corsi.

Così, dalle esigenze degli Atenei e dall’interesse regionale nel produrre attività di ricerca di potenziale interesse anche per le aziende presenti nel territorio, è nata la misura FutureInResearch, che aveva anche come preziosa finalità quella di “garantire il ricambio generazionale” negli Atenei.

Ora però questa finalità, indicata chiaramente nell’invito regionale a cui tutti noi abbiamo fiduciosamente risposto, sarà interpretata in un modo per noi inaspettato: il ricambio generazionale riguarda il precario, cioè noi, e non il professore che va in pensione. Infatti, non solo per noi non ci sarà alcun rinnovo contrattuale, ma al posto nostro saranno reclutati 170 nuovi ricercatori.

Con queste premesse, cosa chiedete alla Regione Puglia e perché?

Francamente ritengo imbarazzante che la Regione Puglia non abbia potuto prevedere che una misura particolare come questa, fatta per aiutare le Università a venire fuori da un momento di impasse, alla sua scadenza avrebbe generato una serie di problemi.

Innanzitutto, bisogna precisare che noi siamo quasi tutti ricercatori senior, ovvero quelle figure, precarie da ormai un decennio, che in un momento meno difficile per le Università sarebbero state già completamente assorbite come ricercatori a tempo indeterminato, figura che al contrario la riforma Gelmini ha cancellato. Quindi quando la maturità è arrivata per noi, l’unica possibilità era costituita dall’accesso a questi contratti da ricercatore a tempo determinato (RTD) di tipo a, che chiamiamo per semplicità contratti junior.

Al contratto junior ora dovrebbe seguire un rinnovo per due anni, e poi un contratto senior, l’unico in grado di offrire l’ingresso nei ruoli accademici a tempo indeterminato. Invece la mancanza di una pianificazione politica del reclutamento nelle università ci condanna alla disoccupazione. Voglio qui sottolinearlo: noi abbiamo già affrontato e vinto diverse selezioni, il problema è radicato nella mancanza di risorse. E delle misure una tantum, come i piani straordinari ministeriali o gli interventi regionali come questo, possono soltanto tamponare, in modo spesso insufficiente, il problema che ormai coinvolge a livello nazionale decine di migliaia di precari.

Ecco, la Regione dovrebbe farsi carico di questo problema aiutandoci a mediare una soluzione col MIUR, e soprattutto, non dovrebbe abbandonarci, visto che è stata lei a crearci. Invece la risposta alla nostra vertenza per il rinnovo contrattuale è ancora negativa, anzi ci viene prospettata l’ipotesi di partecipare a una nuova misura identica a questa, con tutte le incertezze che questo comporta.

Innanzitutto, sperimenteremo davvero una sospensione nelle nostre attività e un periodo di disoccupazione, dovremo cambiare linea di ricerca e potremmo anche non essere nuovamente selezionati, questo non certo per incapacità, ma semplicemente perché le nuove linee di ricerca del nuovo programma potrebbero essere distanti dalle nostre.

Quanti siete? Quali sono le università coinvolte nella vostra battaglia? Vi siete organizzati?

Siamo 170. Per la precisione siamo 150 assunti con la misura FutureInResearch più altri 20 assunti per effetto di una legge regionale che mirava a potenziare i poli di Taranto e Foggia. Nella nostra vicenda sono coinvolti tutti gli Atenei pugliesi, le Università di Bari, Foggia, del Salento, il Politecnico di Bari e la LUM.

Devo dire che le Università hanno ascoltato le nostre istanze. Noi ricercatori di Bari ad esempio siamo stati auditi in Senato accademico e il Consiglio di Amministrazione ha liberato delle risorse per i nostri rinnovi. Sfortunatamente queste non sono però sufficienti e dovremo cercare di procurarci fondi per integrare le risorse del nostro Ateneo. Ci stiamo pertanto impegnando con la scrittura di progetti per ottenere i finanziamenti, ma sappiamo che questi potrebbero non arrivare in tempo. Certo, se la Regione intervenisse potremmo continuare le nostre ricerche in tutta tranquillità come pensiamo di meritare.

Siamo organizzati in coordinamento. Come gruppo unitario siamo stati ricevuti in audizione dalla Commissione bilancio della Regione e dall’Assessore Mazzarano lo scorso 22 gennaio, occasione in cui abbiamo esposto le nostre ragioni. Successivamente abbiamo incontrato più volte l’Assessore Sebastiano Leo. Nonostante il suo impegno però, le risorse necessarie ai nostri rinnovi ancora non sono disponibili. Vorremmo quindi incontrare il Presidente Michele Emiliano per cercare insieme a lui una soluzione. A luglio scadono i contratti dei primi ricercatori assunti, ormai siamo in uno stato di emergenza.

 Quali le vostre prossime iniziative?

Sicuramente incontrare il presidente Emiliano. E poi il futuro Ministro dell’Istruzione. Se non ci sarà una risposta positiva non ci resta che cercare lavoro altrove. Personalmente pur di continuare questo lavoro sono disposta anche a emigrare all’estero. Mi sembra però un paradosso che il mio Paese, dopo avermi formata e coltivata per 12 anni, mi lasci andare via così.