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Eolico selvaggio. Gli interessi forti di Terna spa e la Trasversale Lucana foto

L’impianto di Oppido Lucano di cui ci siamo già occupati è una prateria di anomalie e irregolarità con effetti devastanti sul territorio e sui cittadini. Ma si deve fare. Perché?

La realizzazione della “Trasversale Lucana” include 4 stazioni Terna, di cui una nel Comune di Oppido, ubicata sopra un bacino idrogeologico, in violazione alla Direttiva Quadro sull’Acqua 2000/60/CE con il rischio ineludibile di inquinare la falda acquifera sottostante, serbatoio naturale per la sopravvivenza delle aziende agro-zootecniche e delle comunità residenziali, che nello studio d’impatto ambientale non sono state rilevate.

La presenza della Stazione Terna, in contrada San Francesco, in agro di Oppido Lucano, è predisposta, secondo la Relazione del progettista , per il convogliamento di energia di ben 11 parchi eolici e relative sottostazioni di trasformazione 30/150 KV, adiacenti alla Stazione, che dimostrano un evidente lottizzazione industriale dei terreni agricoli.

In questo caso, per evitare il rispetto della normativa europea e italiana della Via (Valutazione di impatto ambientale) cumulativa e della Vas (Valutazione ambientale strategica), i progetti dei singoli parchi eolici sono stati autorizzati con provvedimenti separati che hanno disatteso la direttiva 2014/52/UE, la sentenza della Corte di Giustizia Europea dell’11 febbraio 2015 e il Decreto legislativo 152/2006 (Codice Ambiente italiano), dove è sottolineato che deve essere sempre assicurata la valutazione dell’effetto cumulo.

La Trasversale Lucana sarebbe stata approvata contro la legge (art. 3 comma 1 e 2 del Decreto ministeriale del 10 settembre 2010 e  Delibera di giunta regionale n. 279 del 2013), come opera connessa a un minuscolo parco eolico di 20MW, e interessa i territori di Genzano, Oppido Lucano, Tolve, Vaglio e prossimamente Potenza/Avigliano, collegate tra loro con doppio elettrodotto ad Alta Tensione in entra/esce a 150 KV per complessivi 50 Km e asservimento di circa 500 ettari di terreno agricolo coltivabile.

Sebbene il progetto riguardi il territorio di gran parte dell’area nord della Regione Basilicata, esso è stato confezionato a piccoli lotti per camuffare la grandezza dell’opera che per legge doveva essere autorizzata a livello ministeriale e non dalla Regione.

Ai sensi di legge tutte queste opere, insistendo in aree agricole, imponevano varianti ai Piani urbanistici comunali, ai fini dell’asservimento ed espropriazione per pubblica utilità.

Al contrario i Comuni interessati hanno dato un generico parere favorevole e pur di recuperare “illecitamente” i ristori ambientali, che erano stati negati nella conferenza di servizio, hanno tollerato la realizzazione delle opere in violazione della Direttiva 2001/42/EC e delle leggi vigenti nazionali pregiudicando gli interessi della collettività e dei soggetti privati. (Continua nella pagina seguente)