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Petrolio lucano. Storia di ordinaria follia? foto

La morte dell’ingegner Gianluca Griffa e i problemi di produzione dell’Eni in Basilicata

In questa storia sono diverse le stranezze.

Flussi e riflussi

Nel marzo 2013, quando l’ingegner Gianluca Griffa era nel pieno delle contestazioni con i vertici Eni per via del petrolio a Monte Alpi, uno studio Eni analizzava e mostrava i problemi connessi al flusso di petrolio dai pozzi e lungo gli oleodotti Monte Alpi 6, 7 e 8.

Da anni Eni conosce il degrado causato da un fango denso che, accumulandosi, influenza la produttività. Sa che l’unico modo per liberarsene è usare acidi e solventi. Nel ’98 a proposito dei pozzi orizzontali del cluster Monte Alpi l’Eni stessa ricorda che Monte Enoc NW1 e Monte Enoc 9, perforati tra ’96 e ’97, erano “i primi esempi al mondo di pozzi orizzontali” e che per trivellare 1.358 metri di sezione orizzontale di Monte Enoc 9 Or, in una situazione con “molti problemi di stabilità della formazione”, erano obbligati a “ripulire” i buchi da detriti e depositi vari con miscele acide e solventi.

Nel ’99 Eni e Baker, con l’aggiunta della Schlumberger scrissero dell’acidificazione in profondità nei pozzi orizzontali della Val D’Agri parlando di ben sette pozzi orizzontali: Cerro Falcone 1, Monte Alpi 5, Monte Enoc NW1, Monte Enoc 2 Monte, Enoc 3 Monte Enoc 9, Alli 1, e d’aver completato Volturino 1 e Cerro Falcone 2, pozzi di drenaggio per aumentare la produttività nella roccia serbatoio, o immettere fluidi per stabilizzare la pressione di giacimento. Entrambi con piani di caratterizzazione presentati solo nel 2016 e vicino a sorgenti come Acqua dell’Abete, sequestrata 8 anni fa per la contaminazione riscontrata.

Pericoli e buoni risultati

Certo il Centro Nazionale delle Ricerche per Acqua dell’Abete aveva esposto il “pericolo di alterazione delle caratteristiche degli acquiferi derivanti da installazioni petrolifere capaci di porre in contatto acquiferi diversi e, soprattutto, fluidi diversi con l’assenza di azioni di sorveglianza della Regione”. Le corporation sapevano che l’acidificazione delle matrici rocciose di un pozzo orizzontale è problematica a causa dell’estensione delle zone da trattare, ma per ottenere buoni risultati a Monte Enoc 2 Or pomparono acidi ad alta pressione con getti diretti perché oltre le fratture conduttive c’erano fratture cementate da calcite difficili da aprire. Raccontano d’aver usato 15 mila litri di fluidi a base d’acqua con acido cloridrico (HCl, ndr) mescolato a un agente gellificante e un sale metallico, e sulla base di altre operazioni di acidificazione effettuate in Val D’Agri decisero di pompare a 800 litri al minuto circa 65 mila litri di fluidi a base di acqua e HCl alla più alta concentrazione compatibile ai livelli di sicurezza in termini di corrosione, con dentro inibitori di corrosione, agenti di controllo del ferro, modificatori di zolfo, agenti antisludge, riduttori di frizione, mutual solvent. Prodotti chimici a cui si collegano sostanze come ossido di ferro, solfato ferroso, acidi solfonici vari, polimeri ottenuti da acrilammide, e altro. Alcune con effetti sulla salute.

La scena di un suicidio

Proprio nel marzo 2013, quando Eni analizzava i flussi Monte Alpi l’ingegner Griffa era una figura di responsabilità al Centro Olio ENI di Viggiano (COVA, ndr). Il 26 luglio la madre ne denunciava la scomparsa. L’ingegnere per mesi aveva scambiato e-mail con i responsabili Eni in merito al greggio Monte Alpi. Quando venne trovato morto, i Carabinieri scrissero che si era arrampicato su un traliccio dell’Enel alto 20 metri, e lanciato giù, schiantandosi e rotolando per qualche metro in un dirupo. A 18 metri dal suolo, sul traliccio, era incastrata la scarpa destra. Più in alto, conficcato all’apice del traliccio, e con a fianco le campane dove passano 15mila volt, un bastone di legno con cui si sarebbe aiutato nella scalata. Prima di trovarlo, in altro luogo era rinvenuta l’auto. E poco lontano personale volontario trovava alcuni oggetti e una corda arrotolata su un albero. L’aveva comprata poche ore prima. Ma oltre quella che pare l’intenzione manifestata dallo scontrino per quella corda, e lo sconforto in cui era finito per non riuscire a far capire ai suoi superiori i problemi col petrolio lucano, c’è un fatto. Quegli oggetti non erano stati trovati nelle prime ricerche. “Di rilievo – riportano i Carabinieri – è la circostanza che tutti i presenti riferivano che quel materiale in precedenza non c’era, e quindi doveva essere stato posizionato da qualcuno in quel punto durante l’orario notturno in cui le ricerche erano state sospese”. Perché allestire una scena simile di notte? (Continua nella pagina seguente)