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Quando le parole sono pietre contro le donne. Il femminicidio di Melfi trattato come gossip da trattoria foto

La mattina dell’8 maggio scorso, a Melfi, un uomo uccide la moglie e poi si toglie la vita. Fiumi di inchiostro sulle pagine di cronaca. Ma...

La mattina dell’8 maggio scorso, a Melfi, un uomo uccide la moglie e poi si toglie la vita. Fiumi di inchiostro sulle pagine di cronaca. Già in quei giorni alcuni titoli di giornale non corrispondevano a certe “sensibilità” deontologiche.

Tuttavia oggi, nel riferire sulle conclusioni tratte dagli inquirenti, un giornale locale titola così l’episodio di femminicido-suicidio: Assurda tragedia della gelosia. I regalini degli amanti con i quali la moglie faceva la bella vita. Titolo e sottotitolo già presentano gli elementi fondamentali del discorso: il tipo di legame tra vittima e assassino, il movente generico e quello più specifico. Se il titolo enfatizza come causa del delitto la gelosia, il sottotitolo tende quasi a voler fornire una spiegazione più valida della semplice gelosia, un fatto più concreto: il tradimento. All’interno dell’articolo possiamo poi ritrovare un ulteriore dettaglio che potremmo definire un tentativo di giustificazione morale del carnefice e di colpevolizzazione, persino con linguaggio gossipparo, della vittima: “Maryna lo tradiva, scoperte le scappatelle dell’ucraina”[…] e poi ancora: “A mettere Antonio sulle tracce degli adulteri il tenore di vita della moglie.”

Vi risparmiamo il resto dell’articolo, un vero inno al pregiudizio, se non addirittura un “invito al delitto d’onore”. Parole che ferirebbero anche la più fredda delle sensibilità. Tuttavia, non è la prima volta che un giornale fa uso spudorato di discorsi che seminano sub cultura della violenza di genere. Siamo in presenza di una pericolosissima retorica maschilista travestita da cronaca giornalistica. Le parole sono pietre e il linguaggio che le veicola è come una fionda che può far male, tanto male.

A parte l’intelligenza e la sensibilità dell’autore dell’articolo, ci sarebbero doveri deontologici elementari da rispettare. E se ciò non fosse possibile basterebbe leggere il “Manifesto delle giornaliste e dei giornalisti per il rispetto e la parità di genere nell’informazione contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini”, firmato il 25 novembre 2017 a Venezia, cui hanno aderito le Associazioni della stampa, l’Usigrai e altre sigle autorevoli. E’ sufficiente leggere il punto 10 del Manifesto per farsi un’idea della gravità dell’articolo in questione:

(…) Nel più generale obbligo di un uso corretto e consapevole del linguaggio, evitare: a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie, lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminili; b) termini fuorvianti come “amore” “raptus” “follia” “gelosia” “passione” accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento; c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale” o “oggetto del desiderio”; d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con “perdita del lavoro”, “difficoltà economiche”, “depressione”, “tradimento” e così via;  e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza, nel rispetto della sua persona.

Ora, considerato il silenzio intorno alla faccenda, dobbiamo credere che nessuno abbia letto la prima pagina di quel giornale. E questa è una speranza. E’ probabile, però, che qualcuno l’abbia letta. In  tal caso chi tace è complice. Ordine dei Giornalisti, non pervenuto.