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Una mamma di Melfi racconta perché a suo figlio è stata negata la cresima

Il divieto del parroco e la trappola della rete: "I sacramenti non si sbandierano sui social"

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Con profondo malincuore mi accingo a scrivere questa lettera aperta per raccontare la mia verità sui fatti che hanno interessato circa un mese fa la parrocchia di Santa Gianna Beretta Molla di Melfi. Ho deciso di chiarire pubblicamente la questione dopo aver ascoltato le parole, in un’intervista su un network locale, del parroco Don Vincenzo D’Amato che, con la stessa freddezza con cui ci comunicò il suo intendimento di negare la cresima a mio figlio e ad altri due ragazzi, ha esposto le ragioni della sua “scelta” accettando, come un qualunque essere umano, di rilasciare un’intervista seduto al di là della scrivania di una parrocchia che considera probabilmente di sua proprietà…

I fatti. Pur non essendo noi di quella parrocchia in quanto abitiamo in un’altra zona, mio figlio la scelse per frequentare il catechismo fin dall’età di otto anni per arrivare al sacramento della comunione nel giugno del 2014. Da quella data in poi continuò a frequentare il catechismo con pochissime assenze fino ai giorni nostri per ben quattro anni (e non per un anno propedeutico come erroneamente dichiara il giornalista che ha intervistato il parroco) attestati da un nulla osta rilasciato dalla stessa parrocchia. Ad un certo punto, circa quindici giorni prima del sacramento, noi, genitori dei tre ragazzi fino a quel momento all’oscuro di tutto ciò che stava meditando il parroco in merito, venimmo a sapere su un social (senza che nessuno si prese la briga di farci almeno una telefonata) che alcuni ragazzi non avrebbero fatto la cresima perché non frequentavano la messa di quella parrocchia. Io stessa chiesi un incontro con il parroco il quale ci comunicò la sua “scelta” dicendo che non dovevano andare in altre parrocchie ad ascoltar messa e spingendosi anche oltre accusando noi madri di essere pagane, che non eravamo in grado di seguire ed ascoltare i nostri figli e che ci affannavamo solo a lavorare per stare bene. Quanti giudizi! Le stesse catechiste avevano più volte ripetuto ai ragazzi di farsi i selfie per dimostrare che andavano a messa in altre parrocchie. Che tristezza! Come se Dio stesse solo nella parrocchia di Santa Gianna e come se ragazzi di soli tredici anni dovevano avere contezza dell’esistenza di Dio, una sicurezza tale da renderli maturi per ricevere la cresima. La spiritualità è qualcosa di diverso!

Un prete coraggioso come lo definisce il giornalista in quell’intervista…

La trappola della rete. Per me, un prete coraggioso è un prete che ha il coraggio di contrastare le mafie, un prete che decide di vivere con i poveri negli angoli più sperduti della terra abbandonando le scrivanie, le proprietà, le laute pensioni. Lo definisco piuttosto un “barbaro coraggio” quello di aver utilizzato i tre ragazzi nelle omelie quasi con l’intento di “intimorire” gli altri ragazzi e spingerli a frequentare la messa pena il non fare i sacramenti. Ed ancor più truce l’aver rilasciato un’intervista con lo scopo di far propaganda su un network locale perseverando nell’affondare la lama in una vicenda cosi triste. Io stessa, invitata qualche giorno prima dal giornalista in questione, rifiutai di rilasciare interviste sia perché ero sicura che il vescovo (con cui avevo avuto un colloquio durante il quale gli avevo umilmente chiesto di intervenire quale garante nella vicenda) avrebbe trovato una soluzione, un punto d’incontro solidale, un percorso spirituale da far seguire ai ragazzi per qualche altro mese anche in un’altra parrocchia nonostante i quattro anni di catechismo e sia perché volevo soprassedere evitando di gettare tutto in pasto alla rete (social e quant’altro)…

Epilogo: “su 180 ragazzi che hanno frequentato il catechismo per i sacramenti della comunione e cresima solo 30-40 hanno frequentato le messi” (fonte: intervista di Don Vincenzo D’Amato a Melfi.news24.City).

Ma i ragazzi esclusi, a cui si è negato il sacramento, sono stati solo 3…

Monica Pocchiari

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