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Marcello Pittella all’angolo. Adesso come faremo a capire chi vincerà le elezioni?

“I potenti vanno criticati quando sono potenti, non quando cadono in disgrazia”

L’arresto di Marcello Pittella e di altri segnano una brutta pagina della storia della Basilicata. Non è la prima volta che personaggi politici di primo piano finiscono nel vortice delle inchieste giudiziarie. Non tutte condotte a dibattimento o concluse con condanne definitive. La vicenda di questi giorni riguarda principalmente alcuni concorsi truccati, sottolineo alcuni, su cui ha indagato la Procura materana. Ci sarebbero altre decine di episodi su cui investigare seriamente. Molti di questi segnalati dal nostro giornale che oggi, per chi vuole cimentarsi, è l’archivio storico del malaffare in Basilicata. Dalle assunzioni al Parco dell’Appennino Lucano a quelle dell’Arpab e di Aql, dalla via interinale al precariato ai concorsi al san Carlo e al Crob. Dagli appalti sui rifiuti agli appalti per i servizi ausiliari negli ospedali. Dalla gestione delle autorizzazioni nel settore delle energie rinnovabili al ricatto occupazionale. Dagli scandali nei Consorzi industriali alla gestione dei rifiuti petroliferi. E via dicendo. Per frugare tra i meccanismi del malaffare nella pubblica amministrazione lucana ci vorrebbe un esercito di magistrati inquirenti. Possibilmente non compromessi con gli ambienti locali. Perché qui, è chiaro, nessuno si è mai accorto di nulla. In questi giorni è evidente il dilagare dell’ipocrisia complice dell’infezione del sistema politico, economico e sociale di questa povera Regione povera.

Non si sono mai accorti di nulla tutti i raccomandati che oggi gridano allo scandalo, come se loro fossero stati selezionati da una mano divina. E sono centinaia, migliaia, che occupano postazioni in ogni anfratto dell’amministrazione pubblica e non solo. Sono quelli che costituiscono l’apparato mediocre di un sistema mediocre che frena da decenni lo sviluppo della Basilicata. Non si sono accorti di nulla anche molti di quelli che oggi si proclamano vittime del sistema delle raccomandazioni, i quali mai hanno avuto il coraggio di denunciare gli abusi e l’illegalità che avrebbero subito. Questo va detto, per amore di verità. E per amore di verità va anche detto che non si sono accorti di nulla alcuni altri esponenti di partito, non solo del Pd, specie quelli che non hanno mai portato una carta in Procura.

Il sistema di produzione della mediocrità

Il sistema di produzione della mediocrità si è sempre sviluppato nei luoghi della politica e delle istituzioni. Una produzione su base industriale. Una catena del disvalore che fa leva sulla complicità dei poteri locali. Io faccio un favore a te, tu fai un favore a me. Molto spesso, a parte le tangenti, è la raccomandazione la materia prima di produzione della mediocrità. Quel favore è la laurea facile, il concorso tagliato su misura, i giochi di prestigio sugli appalti di fornitura di beni e servizi per agevolare le imprese amiche. Quel giovanotto figlio del potentucolo locale, viene favorito nel suo percorso di laurea in giurisprudenza. Magari poi fa il concorso in magistratura e con la solita spintarella diventa magistrato e quel magistrato prima o poi dovrà restituire il favore e manderà in galera un cittadino onesto. Il medico raccomandato diventa primario. Capita così che uccide un paziente per un banale intervento chirurgico. E così per il dirigente alla Regione, al Comune, negli enti sub regionali. E così nel sistema delle imprese amiche, zavorre della pubblica amministrazione, ingolfate di personale assunto su richiesta del politico che gli fa avere contributi e prebende. Una Regione così dove vuole andare? La mediocrità non è una favola o un concetto filosofico. E’ una sostanza che intossica la società, l’economia, le relazioni civili, le istituzioni. La mediocrità non è un reato, ma i modi per produrla sono amorali e criminali.

La sbornia incivile dopo l’arresto di Pittella

Cito Maddalena Rotundo: “I potenti vanno criticati quando sono potenti, non quando cadono in disgrazia”. Gli osservatori più attenti sanno che in questa regione, alcuni dei maggiori oppositori di Marcello Pittella e del sistema del malaffare lucano, sono il sottoscritto e il giornale per cui scrive. Non stiamo qui a elencare tutte le querele e i rinvii a giudizio di cui siamo vittime, e sottolineo siamo vittime. Ma non facciamo le vittime. Perché quando ti metti di traverso alla piovra del malaffare, sai bene che cosa ti aspetta. Facciamo il nostro lavoro, punto, con tutti i rischi annessi e connessi. E oggi non facciamo “gli splendidi”, ma siamo amareggiati e preoccupati.

Dobbiamo registrare, con tristezza, la sbornia social in seguito all’arresto del presidente Pittella.

Ieri 6 luglio è stato come il sabato sera nei vicoli di una città. Quando allegri e sconsiderati giovanotti bevono birra e vino in quantità, urlando e saltellando di una gioia che non tutti i poveri residenti della zona riescono a comprendere. Bottiglie rotte, cartoni di pizza sparsi ovunque e vomiti da sbornia sulle gradinate. Evviva, hanno arrestato l’uomo cattivo! Il ras della Basilicata! Finalmente il re è nudo! Vi risparmio le parole vergognose indegne di un Paese civile usate dalle solite teste vuote che errabondano su Facebook dalla mattina alla sera. Uno spettacolo triste, molto triste. Giustizialisti scatenati con la condanna già pronta e garantisti silenziosi e imbarazzati.

Quando Pittella diventerà imputato in un processo e in quel processo sarà condannato per i presunti reati commessi, allora potremo essere felici o tristi, dipende dai punti di vista. Si sappia però che il tribunale lo condannerà o lo assolverà per reati specifici relativi a qualche episodio finito nei radar della magistratura. Il sistema è ancora salvo.

E neanche sappiamo se sarà imputato in un processo. Perché, diciamolo, il gip di Matera lascia perplessi quando motiva l’esigenza della misura cautelare di Pittella per “il concreto pericolo di reiterazione” dei reati “solo che si consideri che negli ultimi giorni ha manifestato la volontà di ricandidarsi a governatore della regione Basilicata”e aggiunge “ciò fa ritenere che continuerà a favorire i suoi accoliti pur di consolidare il suo bacino clientelare”.

Tuttavia, sotto accusa non sarà il sistema lucano di malaffare, ma 20 persone colpevoli o innocenti di presunti reati commessi contro la pubblica amministrazione. Perché com’è noto il sistema è pervasivo. L’intreccio “amicale”, l’incrocio di “gentilezze” tra donne e uomini delle istituzioni avviene anche in altri palazzi, molto distanti da Via Anzio.

Il sistema lucano di malaffare dovrebbe essere messo sotto accusa e rovesciato dai cittadini singoli e associati, dalle loro organizzazioni, dalla parte sana della Basilicata. Cosa che è accaduta, specie negli ultimi anni, ma senza esito. E c’è un motivo: la coscienza civile dei lucani è ancora troppo fragile. Chi è indignato e non ha speranza lascia questa terra. Una parte di coloro che non l’abbandonano sopravvive dentro il sistema, un’altra parte è ancora lì ad aspettare le briciole del banchetto della politica e non solo di quella del Pd. E poi c’è un’altra parte vittima del proprio narcisismo, che sopravvive nella frammentazione e nel conflitto tra “leader di se stessi”, incapace, fino ad oggi, di fare sintesi e di sprigionare le energie di cui dispone.

 E adesso come faremo a capire chi vincerà le elezioni?

In questi mesi l’aria sembra cambiata, si avverte un risveglio civile, un entusiasmo generalizzato, una concreta speranza riposta nelle prossime elezioni regionali. Rovesciare lo strapotere di un centro sinistra “fannullone” che domina da oltre 20 anni è l’obiettivo di molti lucani. Eppure adesso la cosa si fa difficile. E’ evidente che l’inchiesta materana ha indebolito fortemente Pittella e la sua prospettiva di candidatura. Ha indebolito il Pd e le sue aspirazioni elettorali. Ha indebolito postazioni di voto e alleanze probabili di tutto il centro sinistra. E dunque chi vincerà le elezioni, in caso di sconfitta del Pd, nel prossimo autunno? La magistratura o i lucani? I partiti e i movimenti di opposizione o i giudici?

I “sistemi” si rovesciano con la profonda maturazione culturale e politica dei cittadini. Si cambiano con la lotta politica, con il confronto elettorale di donne, uomini e programmi. Quando il re, anziché rovesciato dal popolo, viene ucciso nel palazzo, il cambio di potere è immediato, non mediato dai processi democratici di partecipazione e di maturazione delle coscienze. Non mediato da esiti rivoluzionari maturati nella storia di un Paese. E’ immediato e sostituito da un altro potere. E quel potere che arriva non è detto che sia migliore, anche se è difficile fare peggio del Pd lucano.  Quel potere che arriva rischia di imbarcare chiunque saprà approfittare della nuova situazione, anche i cortigiani del re ammazzato, anche coloro che hanno costruito, nei decenni, i castelli dei regnanti. E’ questo il rischio. E’ questo il punto. Si sappia che la Basilicata è piena di portatori sani di mediocrità. E cioè quelli che non appaiono mediocri ma lo sono. Magari a loro insaputa.

Dovremmo sconfiggere Pittella e il Pd con i metodi e i contenuti della democrazia, con la lotta politica. Sconfiggerli con la voglia di riscatto dei lucani, con la loro capacità di fare una rivoluzione politica. Tuttavia rischiamo di trovarceli sconfitti dalla magistratura. Sconfitto così Pittella, resta in piedi il sistema. E per sgominare il sistema e far rinascere la Basilicata occorre un radicale rinnovamento delle istituzioni, della società civile, della politica. Un reset completo. Ricordate Gandhi: non è l’uomo inglese il nemico, ma il sistema inglese.