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Che palle sta sinistra, sempre coi poveri Rom e poveri migranti

“I poverini non sono quelli di Lampedusa che vengono disinfettati: i poverini sono i cittadini di Lampedusa e di Bergamo che poi vengono derubati da chi viene disinfettato”

Nel titolo e nel sottotitolo frasi pronunciate da Matteo Salvini. Alcune tra le tante del medesimo spessore culturale.

Stiamo creando i criminali del futuro. Prima nella nostra mente e poi, di conseguenza, nella loro.

Un uomo, presunto ladro, viene inseguito da altri uomini che vogliono linciarlo. La vettura su cui fugge sbanda, finisce contro un muretto. L’uomo dalla pelle nera esce, barcolla, è già ferito, ma viene aggredito da due dei suoi inseguitori che lo colpiscono con calci e pugni. Morirà poco dopo. Accade ad Aprilia, Italia, Europa, nel 2018, secolo ventunesimo. Certa stampa si affretta a chiarire che il marocchino aggredito aveva precedenti penali e che nella sua auto sono stati trovati degli arnesi da scasso. Quasi a voler giustificare l’aggressione mortale. Oggi, o meglio stanotte, è stata aggredita Daisy Osakue, atleta della Nazionale azzurra.

L’uomo di colore è stato etichettato: ladro, negro.  Daisy è stata etichettata: prostituta, negra. Così come sono stati variamente etichettati altri immigrati aggrediti o vittime di fucilate, perché negri o zingari. A furia di etichettare si rischia di innescare processi che trasformano l’autore vero (o presunto) di un singolo reato, o di nessun reato (essere immigrato o avere la pelle nera, essere zingaro, o gay), in un delinquente cronico. Tuttavia, è ormai chiaro che a suscitare allarme sociale non sono i reati o presunti tali, ma uno stigma generalizzato contro uomini e donne “diversi” per il colore della pelle, per etnia, per provenienza geografica.

Quanti immigrati, ragazzi di colore, hanno ristrutturato o stanno ristrutturando la percezione di sé convincendosi di essere “criminali” al punto da compiere azioni criminali, perché etichettati come tali dalla percezione collettiva?

Il punto, però, date le circostanze e i fatti di questi ultimi mesi, è che l’immigrato, per molta gente. non è un deviante per causa dei suoi comportamenti, ma è egli stesso un deviato. La sua presunta devianza non è il risultato della costruzione sociale che definisce alcune azioni come devianti rispetto valori o disvalori sociali e cioè dall’etichetta che la collettività applica alle azioni, no. Ormai la devianza è definita in base a ciò che sei, non a ciò che fai. Sei deviante perché immigrato, perché negro, perché zingaro, perché omosessuale.

E’ questo il quadro che sta emergendo nel comportamento e nella sub cultura di vaste fasce della popolazione. In breve, siamo allo stigma. Siamo sulla soglia di una stigmatizzazione tribale, della razza, nazione, religione. Questo tipo di stigma è collettivo, cioè è attribuito in egual misura a tutti i membri di un gruppo per il fatto di essere membri di quel gruppo: immigrati, pelle nera, zingari.

E molte delle persone portatrici di stigma vivono la condizione di “screditati”. Ora, ditemi voi, che cosa ci si può aspettare da gente screditata? Reazioni devianti e negative e violente, oppure uno sforzo titanico per sottrarsi allo scredito dello stigma.

Molti immigrati, seppure non screditati ossia non ancora colpiti dallo stigma, in questo scenario salviniano sono tuttavia screditabili. Si tratta di quei ragazzi che cercano in ogni modo di integrarsi, di imparare la lingua e la cultura del luogo, di trovare un lavoro, di entrare nei circuiti della normalità. Loro vivono nell’inquietudine, nella tensione di essere prima o poi stigmatizzati e screditati sull’onda emotiva del pregiudizio.

Perché tutto questo? L’informazione ha le sue responsabilità. La politica ha le sue responsabilità. Chi ha gestito male i flussi migratori e non è stato in grado di mettere in campo percorsi veri di integrazione, ha creato le condizioni per una reazione sociale “violenta. Qui ha trovato spazio la retorica di Matteo Salvini e dei suoi adulatori. Questi signori vanno fermati. Bisogna contrastare quel gioco di parole, quella simbologia dell’etichettamento, quell’estetica dell’argomentazione che ogni giorno nutrono pregiudizi e motivi di “screditamento dell’altro”.

Non tutti si sono accorti che Salvini ha ricreato una – già vista in altri tempi – estetica della politica tutta sua. Un’estetica mediatica non originale ma pericolosa. La sua è una “politica dei segni” perché punta a creare dal nulla ferite sociali – significati associabili a quei segni – inesistenti, sulle quali accrescere il consenso elettorale. Dovrebbe essere chiaro, ormai, a tutte le persone di senno, che gli immigrati non sono pericolosi, ma sono in pericolo, insieme a tutti noi. E dovrebbe essere chiaro che il reato di immigrazione clandestina è la via maestra per le nuove schiavitù.