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Autonomia veneta e politiche per il Sud nel Def. “Il razzismo territoriale non è mai finito”

Ne abbiamo parlato con Marco Esposito, firma de Il Mattino, esperto di Economia e Politiche per il Sud

Abbiamo intervistato, per i lettori di Basilicata24, il giornalista Marco Esposito, firma storica de Il Mattino. Esperto di economia e politiche per il Sud, gli abbiamo rivolto alcune domande su due temi scottanti: autonomia veneta e politiche per il Sud nel Def.

Nei mesi scorsi, il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha trasmesso al ministro per gli Affari regionali Erika Stefani la proposta di legge delega per il riconoscimento dell’autonomia differenziata. Quali insidie si nascondono in questa iniziativa, secondo lei?

Una su tutte: l’introduzione del principio che un ricco ha più bisogno di servizi pubblici di un povero. La proposta del Veneto capovolge il principio dello Stato sociale (dà a ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni) e introduce la regola diabolica di considerare la ricchezza, e quindi il gettito fiscale, un misuratore di fabbisogno di risorse per servizi come l’istruzione, la cura dei beni culturali, la tutela dell’ambiente e molto altro. 

Nei giorni scorsi lei ha fatto notare che l’iniziativa autonomista in corso potrebbe ripercuotersi in modo drammatico sul reclutamento degli insegnanti. Può spiegare il perchè ai nostri lettori?

La regionalizzazione della scuola porta a diversi programmi, diversi modelli organizzativi, di conseguenza, e reclutamenti territoriali. Nessuno potrà impedire a un cittadino europeo di partecipare a un concorso pubblico per insegnare in Veneto, ma se l’istruzione sarà regionale, chi è assunto in Veneto potrà trasferirsi da Padova a Treviso. Non oltre.

Un motto di Marco Esposito potrebbe essere: “Prima i Lep”?

Mi piacerebbe. Tuttavia i motti devono essere immediatamente comprensibili e i Lep, purtroppo, sono misconosciuti. Eppure trovo la frase che li cita in Costituzione molto bella, degna di essere imparata a memoria come altri passaggi della nostra carta. Eccola: lo Stato determina i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale”. E’ nell’articolo 117. Lo trovo un passaggio bellissimo. Peccato però che dal 2001 lo Stato (un governo dopo l’altro) non ha mai trovato il tempo di definire neppure un singolo Lep.

Il timore di uno sbilanciamento di questo Esecutivo verso istanze sollevate dai territori forti sembra farsi concreto, secondo lei? 

Non più di quanto accadesse in passato. La politica italiana è sbilanciata verso Nord da quando, nel 1990, Bettino Craxi tenne un convegno a Pontida (prima che Pontida diventasse la città dei raduni leghisti) e i militanti del Carroccio lo accolsero con lo striscione “Torna a Messina”. Il leader socialista replicò che lui era nato a Milano, anche se di origini siciliane. Come se Barack Obama di fronte all’accusa di essere nero avesse replicato che aveva una nonna bianca. Il razzismo territoriale non è mai finito.

Da giornalista ed economista, avrà dato senz’altro una lettura al nuovo aggiornamento del Def. Quanta attenzione alle tematiche meridionaliste vi ha trovato?

C’è nero su bianco l’impegno a proseguire con l’autonomia differenziata delle Regioni e non c’è mezza riga sul varo dei livelli essenziali delle prestazioni. Ma l’autonomia senza Lep è monca. Non posso dire al Veneto “fatti la scuola che ti pare” se non stabilisco i livelli essenziali delle prestazioni scolastiche che io Italia voglio garantire in tutto il territorio nazionale. E questo, si badi bene, nell’interesse di tutti. Persino dei veneti.