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Perché la Basilicata è diventata una regione povera e disgraziata?

Chi ci ha governato fino ad oggi ha dimostrato una scarsa capacità di promuovere la crescita e una drammatica “ignoranza” sugli argomenti dello sviluppo

Il conflitto in atto tra Governo italiano e Commissione europea (non l’Europa che è un’altra cosa), ha origini nel pensiero economico e di politica economica che vede almeno due linee alternative. Da un lato i sostenitori del rigore, dell’austerity, che giocano a fare i sacerdoti del libero mercato che libero non è affatto.

Dall’altro i sostenitori, variamente keynesiani, dell’intervento massiccio dello Stato in economia o coloro che ritengono l’austerity un freno per la crescita.

In verità i primi hanno già avuto torto dai fatti. L’austerity e il rigore di questi anni hanno prodotto disastri e impoverito le persone. Sono molti a pensare che certe politiche economiche restrittive non abbiano funzionato e non funzionino in alcune economie nazionali. Non sono applicabili allo stesso modo ovunque.

Gli altri, hanno già avuto ragione qualche decennio fa, ma il mondo è cambiato e i sistemi economici e finanziari si sono oltre modo resi interdipendenti al livello globale.

Cerchiamo di capire qualcosa con esagerate semplificazioni di cui mi scuso.

Nel dibattito, da una parte e dell’altra, c’è il problema della crescita. Per gli uni si cresce con politiche di riduzione del debito, di investimenti con effetti di lungo periodo, con riforme strutturali, compresa la cinghia tirata dei cittadini. Per gli altri si cresce usando il debito, sostenendo i consumi, aumentando la disponibilità di reddito delle famiglie e dei cittadini e, naturalmente, anche con gli investimenti. Per fare gli investimenti ci vogliono i soldi. I primi dicono: riduci il debito, dopo ci sarà chi ti presta i soldi perché sei più solvibile e così potrai fare gli investimenti; riduci il debito e lo porti a livelli decenti sotto il Pil e poi avrai i soldi per fare gli investimenti, per fare il reddito di cittadinanza, per ridurre l’età pensionabile e così via. I secondi dicono: senza politiche di sostegno al reddito e al consumo, senza una politica di detassazione il Pil non cresce e i debiti non diminuiscono; se non ho i soldi per farlo ricorro al debito e sono certo che quel debito riuscirò a ridurlo con la crescita che produrrà la mia politica economica.

E se al centro della questione mettessimo lo sviluppo e non solo la crescita?

Crescita e sviluppo non sono sinonimi. Secondo una distinzione comune, la crescita viene riferita alla quantità di beni e servizi disponibili, mentre lo sviluppo comprende anche elementi di qualità della vita di natura sociale, culturale e politica. Se vogliamo fare una distinzione più metaforica potremmo dire che la crescita è una dimensione prosaica, mentre lo sviluppo implica una dimensione prosaica e poetica.

La misura della crescita economica più semplice e più utilizzata è il tasso di crescita annuale del prodotto interno lordo pro-capite. Tale misura combina e sintetizza diversi indicatori.

Il prodotto interno lordo (Pil) misura il valore totale dei beni e servizi prodotti in un anno. In pratica il Pil è l’indicatore di ricchezza di una nazione, la torta che lo Stato e i governi distribuiscono ai cittadini. Se la torta cresce (Pil) ognuno potrebbe ricevere una fetta più grande o magari chi non l’ha mai assaggiata finalmente potrà assaggiarla. Se la torta diventa più piccola anche le fette distribuite si rimpiccioliscono e chi non l’ha mai assaggiata continua a rimanere con l’acquolina in bocca.

Con la torta grande può avanzare qualche fetta che posso utilizzare per gli investimenti. Con la torta piccola ciò è impossibile, a meno che non si decida di affamare il popolo per qualche anno in attesa che gli investimenti diano i risultati sperati e quindi facciano crescere la torta. Tuttavia, il problema è sempre lo stesso: chi distribuisce a chi le fette di torta? Capita dunque che i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, perché esiste un nodo tutto politico che riguarda la distribuzione della ricchezza.

Se parliamo di sviluppo la torta diventa una parte del tutto e non il tutto. Perché senza sviluppo non c’è crescita, al contrario ci può essere crescita senza che vi sia sviluppo. Ed è proprio questo che accada da decenni in molti paesi e in molte economie.

Sviluppo è crescita della ricchezza ma anche e probabilmente soprattutto, istruzione, salute, democrazia, diritti civili e sociali, libertà, partecipazione, coesione sociale, sicurezza, cultura. Un caso emblematico di crescita senza sviluppo è la Cina. Cresce l’economia, ma le persone subiscono forti limitazioni nella libertà e nei diritti civili, nella libertà di esercizio della fede, inquinamento di vaste proporzioni e seri problemi di salute per la popolazione. C’è crescita ma non c’è sviluppo.

In misura diversa ciò accade anche in molti altri Paesi.

In Basilicata fino ad oggi c’è stata scarsa attenzione allo sviluppo inteso come processo di armonizzazione tra argomenti di crescita (crescita della ricchezza economica) e argomenti di sviluppo (crescita della ricchezza sociale e culturale). In altre parole, chi ci ha governato ha dimostrato una scarsa capacità di promuovere la crescita e una drammatica “ignoranza” sugli argomenti dello sviluppo. Il risultato è che non c’è stato né crescita né sviluppo. E oggi siamo nel pantano dell’inquinamento, della povertà, dell’analfabetismo funzionale, della povertà educativa, del voto di scambio, della corruzione, della sfiducia sociale. Se non si esce da questo pantano non c’è crescita che tenga. Una seria politica economica e sociale di sviluppo investe nella crescita (Pil) e allo stesso tempo investe nella ricchezza sociale (Benessere). Per farlo bisogna volerlo e, soprattutto, esserne capaci.