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Marcello Pittella, le dimissioni dei consiglieri e la tassa sulle chiacchiere foto

I consiglieri regionali che hanno manifestato la loro opposizione alle decisioni della Giunta e della maggioranza avrebbero dovuto consegnare le dimissioni e aprire una vera e propria vertenza democratica da sollevare davanti all’intero Paese

La Cassazione avrebbe deciso che gli arresti domiciliari di Marcello Pittella, disposti dal Gip di Matera e poi confermati dal Tribunale del Riesame di Potenza, non erano legittimi. Probabilmente, come abbiamo scritto più volte sul nostro giornale, non vi erano sufficienti motivazioni. Il tribunale del Riesame dovrà adesso esprimersi sulla base delle indicazioni fornite dalla Cassazione. Intanto il presidente della Basilicata rimane sospeso dalla carica e non può dimorare a Potenza.

Che succede ora? Il tribunale potrebbe decidere che l’ordinanza di arresto a carico di Pittella non era supportata da valide motivazioni e perciò illegittima, e confermare il divieto di dimora. Potrebbe decidere il contrario. La vicenda processuale del cittadino Pittella fa il suo corso. E non c’è bisogno di aggiungere che egli è innocente fino a prova contraria. E le prove contrarie dovranno emergere, se esistono, nel corso di un processo.

Sul versante istituzionale e politico nulla, al momento, è cambiato. La Basilicata ha un presidente sospeso sul quale pende un’accusa di abuso di ufficio e falso nel quadro di un’inchiesta su alcuni concorsi nella sanità. Intrecciare come hanno fatto il Pd, la Giunta regionale, lo stesso presidente, la vicenda processuale di Pittella al destino politico e istituzionale della Basilicata è stato e continua ad essere un errore. Un errore che danneggia tutti i lucani e lo stesso ex presidente.

In una situazione normale, Pittella si sarebbe dovuto dimettere e con lui l’intera Giunta che, tra l’altro, nelle settimane scorse è stata a sua volta indagata dalla Procura di Potenza.

Ci troviamo dunque in una regione dove il presidente è indagato e sottoposto al divieto di dimora a Potenza, la Giunta regionale è indagata, tuttavia la data del voto è stata rinviata di 6 mesi oltre la scadenza naturale della legislatura. Un caso unico nei Paesi democratici. E mentre la Giunta è indagata e la legislatura è in scadenza, lor signori assumono provvedimenti inopportuni, se non illegittimi, sul fronte dell’abuso di potere. Nominano i dirigenti della sanità, il direttore dell’Arpab, stabilizzano i precari amici, promettono mari e monti agli amici degli amici e distribuiscono prebende a destra e a manca. Tutti “atti dovuti”, secondo alcuni sostenitori di questa caciara della prepotenza.

Tuttavia, la situazione lucana è più seria di quanto si possa immaginare. Perché? Di fronte a questa arroganza i lucani avrebbero dovuto manifestare il loro sdegno scendendo in piazza a migliaia. Al contrario, alcuni e solo alcuni, si sono limitati a smanettare parole di indignazione sulla tastiera.

Di fronte a questi atti di violenza contro la democrazia e la dignità delle istituzioni, i consiglieri regionali che hanno manifestato la loro opposizione alle decisioni della Giunta e della maggioranza, avrebbero dovuto consegnare le dimissioni e aprire una vera e propria vertenza democratica da sollevare davanti all’intero Paese. A maggior ragione quando la legislatura è conclusa.

Al momento, ma si è ancora in tempo, nessuno lo ha fatto. Forse sarebbe utile una tassa sulle chiacchiere.