Basilicata24 - Il quotidiano online di inchieste, approfondimenti e notizie di politica, cronaca, economia, cultura, ambiente, sport - Il quotidiano online della Basilicata dedicato a notizie di politica, cronaca, economia, cultura, sport

Report, il petrolio e lo sviluppo in Basilicata

Non bisogna dimenticare una cosa importante: il territorio lucano non è un'area desertica e dunque non è tra più adeguati allo sfruttamento petrolifero

Il 17 dicembre 2018 Report ha mandato in onda l’inchiesta “Un tanto al barile” di Luca Chianca, per illustrare come Paesi virtuosi gestiscono le risorse finanziarie rivenienti dai tributi che le compagnie pagano in cambio delle concessioni petrolifere.

Report, cui riconosciamo la grande attenzione concessa in passato ai problemi ambientali della Basilicata, nell’inchiesta ha messo a confronto due casi “petroliferi” molto diversi tra loro: Norvegia e Basilicata. Da tale confronto è scaturita un’immagine parziale della realtà lucana: da una parte politici che non hanno creato sviluppo, nonostante le ingenti risorse finanziarie provenienti dalle royalty del petrolio, e dall’altra petrolieri “benefattori”, che erogano royalty per lo sviluppo della regione, e non invece operatori che hanno agito a volte senza tenere conto delle fragilità del territorio e delle leggi esistenti, con i conseguenti danni allo sviluppo di cui si parla.

L’inchiesta di Report, molto apprezzabile per gli stimoli forniti, è apparsa però un po’ ingenerosa verso i lucani, fermo restando le responsabilità di una certa classe politica. L’inchiesta, in particolare, non ha tenuto conto di alcuni fattori che hanno ostacolato lo sviluppo atteso dall’uso delle royalty, legati anche alla gestione delle attività petrolifere, ai problemi di inquinamento ambientale e ai conseguenti costi sociali.

In particolare, non sono state considerate alcune differenze sostanziali tra la Norvegia e la Basilicata: tra queste soprattutto la grande fragilità e vulnerabilità ambientale del territorio lucano, da cui deriva una complessità di impatti ambientali indotti dallo sfruttamento petrolifero che rende la Basilicata una vera e propria “sfida petrolifera europea”. Ne consegue, dunque, che per realizzare lo sviluppo di cui parla Report, occorre innanzitutto vincere questa difficile sfida, in cui si devono impegnare politici e amministratori lucani, e compagnie petrolifere.

Le diversità dei territori della Norvegia e della Basilicata sono numerose; di seguito mi limito ad illustrarne alcune.

1) Produzione petrolifera: la Norvegia è il maggior produttore di petrolio dell’Europa occidentale, con circa 1.500.000 barili al giorno nel 2018, a fronte di circa 80.000 barili al giorno prodotti dal giacimento della Val d’Agri in Basilicata, che rappresenta circa l’82% della produzione italiana. La Norvegia è anche un grande produttore di gas naturale, con una popolazione di circa 5.324.000 abitanti.

2) In Norvegia i giacimenti di petrolio sfruttati si trovano a mare, e in particolare nel Mare del Nord, nel Mare di Norvegia e nel Mare di Barents (Fig. 1), e dunque in aree non popolate e prive di molte di quelle risorse che sono poco compatibili con le attività petrolifere.

Fig. 1 – Mappe dei titoli minerari e delle aree petrolifere in Norvegia (Norwegian Petroleum Directorate)

3) In Basilicata le attività petrolifere si realizzano a terra (Fig. 2, Unmig), in uno dei territori più fragili e vulnerabili d’Europa dal punto di vista ambientale, e quindi soggetto a impatti ambientali molto importanti.

Fig. 2 – Mappa dei titoli minerari in Basilicata (Unmig)

4) In Norvegia gli impatti delle attività petrolifere hanno effetti prevalentemente sull’ambiente marino, e sono dovuti soprattutto a incidenti ai pozzi petroliferi e a petroliere, a emissioni di acque di scarto petrolifero in mare e a emissioni di gas serra in aria, oltre ai possibili danneggiamenti alla fauna marina durante le indagini sismiche.

5) In Basilicata gli impatti ambientali delle attività petrolifere hanno effetti prevalentemente a terra e sono numerosi e gravi e si ripercuotono: a) sulla salute umana, poiché le attività petrolifere sono realizzate in aree popolate e ad alta pericolosità sismica, b) su risorse naturali ancor più preziose del petrolio in termini economici e di salute, come l’acqua destinata al consumo umano, c) su importanti attività economiche come l’agricoltura, d) su aree naturalistiche protette e su beni culturali importanti per il turismo. Tutto ciò anche con danni d’immagine del territorio.

6) Numerose sono le bonifiche da realizzare in Basilicata. Le attività petrolifere sono infatti a volte avvenute in spregio delle norme esistenti, come dimostrano i procedimenti giudiziari in atto o conclusi, o delle precauzioni che un territorio fragile come quello lucano avrebbe richiesto prima di cominciare a trivellare o a reiniettare reflui petroliferi.

7) I controlli del rispetto delle norme di sicurezza in materia petrolifera sono fondamentali e richiedono enti terzi e indipendenti. La Norvegia si è dotata di una autorità di controllo governativa di riferimento del Ministero del Lavoro, la Petroleum Safety Authority Norway (PSA), cui è attestata la supervisione delle attività petrolifere in termini di normativa e controlli in materia di sicurezza, di ambiente di lavoro e di preparazione alle emergenze. Le finalità della PSA sono volte a garantire che le attività petrolifere siano condotte con prudenza per la tutela della salute umana, dell’ambiente e della sicurezza.

8) In Italia non esiste una autorità analoga. I controlli ambientali vengono affidati in genere alle ARPA, che sono spesso inadeguate per una materia complessa come quella petrolifera, non avendo tutte le competenze necessarie, essendo oberate da altre problematiche ambientali ed essendo in genere sotto controllo politico. In Basilicata i controlli ambientali vengono spesso svolti dagli stessi controllati, un “incontrovertibile conflitto di interessi” (cfr. Prof. Enzo Boschi); solo in caso di incidenti rilevanti vengono coinvolti enti superiori, come ad esempio l’ISPRA. Nel 2013 i Proff. M. Civita, A. Colella, F. Laghi, F. Ortolani e il Dott. G. D’Ecclesiis hanno presentato alla Regione Basilicata una proposta di realizzare, congiuntamente alla Campania e con fondi europei, un centro specifico per il monitoraggio e la supervisione delle attività petrolifere, ma la proposta è caduta nel vuoto.

Tanto altro ci sarebbe ancora da dire sul problema, ma per brevità mi fermo qui.

Spiace continuare a sentire questi luoghi comuni sul petrolio come fonte di sviluppo e di ricchezza, che suonano come uno schiaffo al popolo lucano. Se è vero che la gestione delle royalty fatta dagli enti locali per il rilancio dell’economia è stata a luoghi discutibile, se è vero che l’intera regione e i suoi dirigenti non hanno spesso avuto la giusta capacità, visione e neanche attenzione ai ripetuti segnali e proposte che provenivano dal territorio, è anche vero che i lucani spenderanno ben più del miliardo e 600 milioni di euro di royalty ottenute negli ultimi 20 anni per il disastro ambientale in atto, in termini di decadimento della qualità dell’acqua, dell’aria, del suolo, di danni all’agricoltura con la drastica riduzione in Val d’Agri (dal 2005 al 2012) delle aziende agricole biologiche da 92 a 13 e delle superfici agricole da 3145 a 456 ettari, di danni alla salute, di danno di immagine, ecc. Ma tant’è, si ripropone quello che da tempo dicono gli scienziati “I costi ambientali e sociali prodotti dagli impatti ambientali delle attività petrolifere sono spesso assenti dalle decisioni del Governo del Paese”  (O’Rourke & Connolly, 2003).

Mi chiedo dunque come si possa parlare di sviluppo dell’economia di una regione il cui territorio ogni anno perde continuamente valore. Si potrebbe fare molto meglio se si perseguisse il modello norvegese in termini di attenzione alla gestione delle attività petrolifere, anzi un modello ancor più rigoroso, con leggi speciali, perché il territorio lucano ha una fragilità e vulnerabilità ambientale tali che in termini di sfruttamento petrolifero e delle complessità in gioco rappresentano una vera e propria “sfida petrolifera” nel panorama europeo. Non bisogna infatti dimenticare una cosa importante: il territorio lucano non è un’area desertica e dunque non è tra più adeguati allo sfruttamento petrolifero.

Albina Colella, docente di Geologia Università della Basilicata