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Sud, Nord e la sindrome della scialuppa di salvataggio

A furia di tacciare i meridionali di piagnisteo, toh, ci son cascati pure i duri e puri in camicia verde e felpina camaleontica

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Coloro che scrivono di Sud vengono spesso accusati di eccessivo ricorso alle statistiche, ai report, allo stucchevole piagnisteo del ritardo endemico delle regioni meridionali: Basta coi numeri, le lamentele, datevi da fare. Però, quando un numero, il numero dei numeri, promette di diventare la testa d’ariete per sminare ogni tesi contraria, allora anche la propaganda federalista/separatista, si concede di soppiatto di indulgere al citazionismo delle cifre, buttando sul tavolo l’asso sempre vincente del residuo fiscale.

Prima di apprenderlo dalla parlantina arrogante di qualche leghista in tv, ne ignoravo l’esistenza, onestamente. Sarebbe, in soldoni, il saldo tra uscite fiscali dei vari territori e il ritorno di somme sul territorio medesimo, in forma di investimenti statali. Quello che le regioni “efficientiste” lamentano è che i cittadini del Nord metterebbero più soldi – sul bancone dell’erario – di quanti ne tornino a casa, dopo esser stati versati nelle casse dello Stato.

Ebbene sì, di piagnisteo si tratta, scusatemi, nella sua più autentica accezione. A furia di tacciare i meridionali di piagnisteo, toh, ci son cascati pure i duri e puri in camicia verde e felpina camaleontica. In sostanza, vorrebbero tenersi tutto sul posto. La logica è: siamo bravi, ci teniamo il malloppo. Imparate anche voi del Sud e vi terrete anche voi il vostro sudato malloppo.

Una logica che da un lato rivela poca conoscenza delle dinamiche di uno Stato, di un progetto fondativo come la Costituzione, dall’altro, poca riflessione sulle complessità che esso comporta. Ma soprattutto la miopia di un’algida contabilità che esclude di esaminare i fattori di mutua “interdipendenza economica”, cui ogni territorio è soggetto, suo malgrado, sia a livello nazionale che internazionale. Il danno che un approccio di questo genere potrebbe causare al sistema-paese sarebbe molto maggiore del potenziale beneficio di trattenere più “grana” nei confini della propria regione.

E allora, noi inquieti alieni del Sud, siamo andati a vederlo da vicino, questo presunto residuo fiscale lombardo di 40 miliardi, ormai onnipresente in ogni dibattito e persino nel leghismo ascaro-mimetico che si sta diffondendo al Sud. Adriano Giannola ed Ernesto Stornaiuolo, in un recente lavoro pubblicato sulla Rivista Economica del Mezzogiorno, hanno fatto le pulci a questo numero delle meraviglie e hanno espresso qualche dubbio di non modesta portata. Motivando le proprie considerazioni, dati alla mano. Per semplificare, tenendo conto degli interessi pagati dallo stato italiano sul debito, detenuti in massima parte al Nord, il residuo fiscale si ridurrebbe a un quarto, visto che i soldi, su quei territori, ci tornano eccome. E allora, il residuo del residuo fiscale, sarebbe persino quasi appianato dai miliardi di euro che ogni anno dal Sud tornano al nord mediante i meccanismi di interdipendenza economica di cui parla l’ultimo rapporto Svimez: acquisto di beni e servizi prodotti da aziende settentrionali, risorse per mandare i ragazzi a studiare negli atenei del nord etc. Siamo un Paese, signori, un’economia complessa, scendete dai campanili.

Si coglie qualcosa di patologico nella mancata dialettica sul tema delle autonomie differenziate. Al Sud, più di qualcuno, sta sottovalutando il peso di questo tema. Le ripercussioni sul livello dei servizi sanitari e nella formazione potrebbero essere importanti.

Quella in atto in queste regioni, oggi più ricche anche grazie ad anni di investimento statale, è una sindrome, forse. Mi spiace doverla definire una “sindrome della scialuppa di salvataggio”. Una sindrome che racconta la solita, squallida storia di capitani gallonati e poco coraggiosi, che abbandonano la nave in balia delle onde per trarsi in salvo, prima di entrare nel libro nero della damnatio memoriae.

Le rassicurazioni giunte dai ministri verdegialli non rassicurano. Mi spiego: se prima non vengono definiti i Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep), ossia lo standard minimo dei servizi da garantire a tutti i cittadini italiani, non è possibile definire percorsi di autonomie rafforzate per alcune regioni. Il rischio sarebbe di violare non più solo per prassi, ma addirittura per decreto, l’articolo 3 della Costituzione. Il divario, così, si legittima e non si azzera. E allora, parafrasando slogan fin troppo abusati, oseremmo dire: “prima i Lep”. Prima si ottemperi a quanto disposto dalla Costituzione (art. 117 lett.m), poi si ridiscutano le autonomie regionali, con un approccio non episodico, non egoistico, collegiale, inclusivo, per il bene del Paese e non di una sua minuscola parte. Non certo con queste premesse di sapore localistico. Il rischio sarebbe quello di aprire i giochi senza aver definito le regole.

In fondo, più opportunità per tutti significa migliorare le condizioni di tutti. Il progetto Italia è già fallito, se le opportunità sono sempre più diverse per i nostri cittadini, – penso soprattutto a giovani e anziani -, sul territorio nazionale. Salviamo il salvabile, non lasciamo distruggere anche quel che resta di sano, in questo paese.

 

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