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Una storia da riscoprire: Ann Cornelisen e Tricarico

“Torregreca. Un piccolo mondo nell’Italia meridionale”

Tra le tante figure di archeologi, antropologi, poeti, registi che hanno animato nella Basilicata del secondo Dopoguerra un’atmosfera intellettuale, un milieu, il nome di Ann Cornelisen non è così ricorrente. Lo si trova citato qua e là in maniera fortuita solo a conferma del magnetismo che la Lucania esercitava su chi in quel periodo andava alla ricerca di suggestioni sull’umanità agli albori.

Infatti, seppure Cornelisen abbia dedicato alla nostra terra la vigorosa energia intellettuale dei suoi trent’anni – riversata poi in diversi libri diventati canonici negli Stati Uniti per gli studi di antropologia culturale -, un unico testo è disponibile oggi in italiano, pubblicato nel 1990 da Edizioni Scientifiche Italiane nella traduzione di Daniela Aurigemma. Mai ristampato. È quasi un miracolo averne trovata una copia.

Ed è un bel libro “Torregreca. Un piccolo mondo nell’Italia meridionale”, di carta ruvida, pesante, i cui segni di ruggine sui bordi non rifilati tradiscono un oblio prolungato e un sicuro destino al macero. Dopo averlo letto ho pensato che valesse la pena scriverne per provare a rimettere in discussione la damnatio memoriae tanto severa quanto ingiusta nei confronti della sua Autrice. Anche perché in queste pagine si dipana una potente narrazione etnografica e autobiografica che oggi, con l’interesse che pubblico e critica hanno verso tutti i generi di scrittura del sé, riceverebbe senz’altro un’attenzione e una ricezione diversa.

Impostazione etnografica e autobiografica, abbiamo detto: ma non c’è solo questo in “Torregreca”, c’è l’approccio sociologico, il pamphlet politico, la denuncia sociale, una disamina attenta delle connivenze tra interessi pubblici e privati che hanno impedito alla piccola comunità lucana di Tricarico di superare l’ancestrale individualismo contadino e di iniziare il suo cammino verso la responsabilità sociale e la cooperazione.

Veniamo al contenuto, al titolo, innanzitutto. “Torregreca”, avverte Cornelisen nella nota introduttiva, non si trova in nessuna carta geografica, “ma esistono dozzine di Torregreche e migliaia di gente come i Torresi”; in questo ‘non luogo’, come direbbe Marc Augé, lei ha passato diversi anni a partire dal 1959, di cui i primi in pianta stabile, i successivi risiedendo altrove ma facendovi spesso ritorno. Il giovane poeta e sindaco comunista Rocco Scotellaro è morto, quindi, da circa sei anni anni quando l’altrettanto giovane Ann – che dall’università di Chicago si è trasferita a Firenze per il perfezionamento negli studi archeologici – vi approda come volontaria nell’ambito di un programma umanitario per la costruzione di asili infantili e di alloggi popolari da assegnare ai nuclei familiari più bisognosi del Mezzogiorno.

Un’esperienza davvero ai limiti della civiltà per una donna abituata agli agi della vita borghese, il cui elegante corredo di vestiario (tra cui anche un bel paio di scarpe firmate Ferragamo!) e la necessità di munirsi di tappeti, mantovane, poltrone suscitano presto la curiosità e il sospetto dei Torresi. Una diffidenza che, non appena intuite e verificate le buone intenzioni della “Signora”, si trasformerà alla svelta in rispetto, riconoscenza, affetto. Come quello provato da Chichella, al cui passato di soprusi e violenza Cornelisen dedica un intero capitolo pieno di dettagli realistici e notazioni psicologiche, ma anche di partecipazione, di complicità e di compassione: “Continuò a star seduta e a guardarmi con gli occhi gonfi e colmi di lacrime sincere. Ancora una volta le mani poggiate sul tavolo erano rivolte all’insù come se, staccate dal resto del corpo, fossero lì per riposare. Non so quanto tempo rimanemmo in silenzio; lei, come pietrificata dall’incontro con il suo passato, ed io scioccata dalle differenze tra le nostre vite. Cercai di immaginare cosa avrei fatto io al suo posto, e poi mi chiesi se anche lei avesse cercato di immaginarsi al mio” (p. 147).

Più spesso l’obiettivo si allarga fino a comprendere interi nuclei familiari, nel tentativo di restituire l’affresco sociale di un mondo completamente inadeguato al progresso dopo secoli e secoli di servaggio e di ignoranza assoluta dei diritti: “Non avevano gabinetto né acqua. Vivevano tutti ammucchiati in una, al massimo due stanze. Una famiglia di undici persone e due capre viveva in a una camera di tre metri per quattro senza finestre. Il vecchio padre, una giovane matrigna, un figlio e sua moglie e i loro figli più grandi si coricavano in combinazioni così strane che chiunque dei quattro uomini avrebbe potuto essere il padre dei cinque bambini più piccoli. Niente mi sorprese quanto l’aspra avversione degli uomini e la paura delle donne […] Essi volevano vincolarsi a me come servi… avrebbero fatto le mie pulizie, le mie spese, tenendomi nella bambagia. Piangevano e si lamentavano e io ero disgustata di loro, di me stessa, del sistema. Di notte si muovevano furtivamente attraverso i cortili cercando di raggiungere la mia casa. Se potevano farmi dono di un salame e guadagnarsi una promessa, si sentivano in vantaggio rispetto ad altri” (pp. 150-151).

Ma in tutto questo c’è anche l’infinita bellezza delle stagioni, dei luoghi e della storia millenaria che li riempie di sè: “Dalla collina di fronte, e alla luce del sole che tramonta, Torregreca sembra essere in fiamme, nonché viva e reale per infusione solare”; “Torregreca attende, immutata nei secoli, e sembra una messinscena. Lo spettacolo sta per iniziare, e non ci sorprenderemmo se vedessimo Federico II, a capo del suo esercito e indossando l’armatura, procedere per le strade ventilate fin su nel paese” (p. 17).

Tra i molti elementi autobiografici che permeano la narrazione, ce n’è uno che torna con particolare insistenza: quel descriversi protestante in una terra stancamente e bigottamente cattolica, quel prendere le distanze dalla religione intesa come opportunismo, come ritualità stantìa. A volte fa capolino lo sguardo meravigliato e divertito dell’antropologa che ritrova nei ‘monacielli’, nei germogli pasquali e nel lamento delle preficae tracce ancora vivide del paganesimo antico, ma è senz’altro più frequente la tendenza a denunciare le responsabilità operative e storiche del clero, in lapidari giudizi come questo: “La vera immoralità della Chiesa è stata collettiva. In collusione con i signori feudali, essa indebolì la vitalità del sud Italia” (p. 202), o come questo: “Uno staff con molti talenti è necessario per gestire questo esercito di abiti neri. C’è sempre spazio per un prete pieno di iniziative ed ambizioni, specialmente se egli riconosce l’importanza di una qualche attività che è ancora allo stato embrionale e ne assume il controllo prima che intervengano estranei. Così i preti gestiscono cooperative agricole, curano attività finanziarie, squadre di calcio e fabbriche di impermeabili” (p. 214).

Chissà se è stato davvero questo afflato anticlericale a impedire a Cornelisen l’ingresso nel pantheon degli ‘stranieri’ che hanno provato a rompere il nostro prolungato isolamento, o piuttosto il suo essere stata donna, o l’avere scritto in una lingua, l’inglese, la cui conoscenza era ancora poco diffusa.

È difficile rispondere, troppo tempo è passato da allora. Una cosa, però, anche a distanza di tanti anni possiamo farla: tornare a leggere questo libro per quello che effettivamente è, il resoconto appassionato di una straordinaria avventura intellettuale del secolo scorso nella nostra amata Lucania.

Eleonora Fortunato, giornalista