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Breve storia di inquinamento. Tra eresie e minacce la natura presenta il conto

Fanghi scaricati sul Basento. Chiazze rosse sul Cavone. Non si può più far finta di nulla

Si sta riparlando della situazione del fiume Cavone. Negli ultimi giorni se ne è occupata Striscia la Notizia con un servizio di Pinuccio, che un anno prima aveva fatto un servizio sulla situazione più a monte (torrente Salandrella, ndr). E l’ha ripresa il Corriere della Sera, con un pezzo a firma di Fabio Postiglione. La questione è all’attenzione da tempo. Alla base vi sono segnalazioni di cittadini. Quando me ne occupai la prima volta, segnalatami da Giuseppe Trivigno e Ciccio Salerno di San Mauro Forte, sembrava si parlasse di un’eresia. Eresia che a Ciccio, per aver insistito, è costata una strana telefonata anonima e un vetro della macchina rotto. Sarà un caso? Chissà.

La cosa personalmente irrita molto, tenuto conto dell’età di Ciccio, e della sua voglia di verità. Di lottare per il futuro dei figli di tutti. Si disse che era il ferro dello scheletro dei piloni in scioglimento. Si dissero altre robe. Anni prima, da un organo preposto al controllo mi fu riferito che si trattava di una bacca rossa. A quanto pare conservava la sua colorazione tipo smalto sottoterra, nell’acqua, senza degradarsi minimamente pur essendo vegetale, per riaffiorare in superficie assieme all’acqua di falda. Una roba vegetale che s’attaccava come smalto rosso ai sassi. Esattamente come sul Cavone e sul Basento. Spiegazione che un agronomo che vide assieme al sottoscritto la situazione ritenne ridicola.

A ogni modo camminando per giorni lungo il torrente Salandrella, riuscii a trovare un punto di primo affioramento da sotto terra. Sotto Salandra, e senza nessuna connessione con l’infrastruttura stradale, centinaia di metri lontana. Lì le analisi di acque e sedimenti furono chiare, etichettate come “acque reflue”, senza una sola industria attorno per chilometri quadrati. Si chiama inquinamento.

C’era di tutto e molti elementi erano legati all’industria estrattiva, e a monte c’erano pozzi, imprese connesse al ciclo dei rifiuti petroliferi finite in inchieste giudiziarie, con condanne e precedenti in termini di impatto ambientale. Imprese che li gestiscono i rifiuti del petrolio. Nel tempo, occupandomi di queste tematiche dalle pagine di questa testata, credo di averli riportati questi aspetti. Alcuni delicati, accendendo un riflettore su questioni serie. Tant’è che alcune testate hanno preferito scaricarmi. Con scuse banali. Tant’è che nel tempo ho accompagnato il NOE e i Carabinieri Forestali in un giro per i luoghi segnalati sul Cavone senza alcun problema e per onore della verità.

Purtroppo però qualcosa è successa e non si può più fare finta di nulla. Ne accenno una. La perforazione di un pozzo sul Basento (fiume sul quale sono stati riscontrati gli stessi fanghi rossi e con patine oleose iridescenti che escono da sotto terra) ha richiesto inizialmente per le pressioni, l’uso di fanghi di perforazione a elevato peso (quali? fanghi agli oli, barite, ematite, ecc.?), e che, arrivando a perforare da 3.993 metri a fondo pozzo il drastico abbassamento della pressione idrostatica faceva diminuire il peso dei fanghi, ma il foro era soggetto a forti assorbimenti, si parla di 326 metri cubi l’ora.

Di che parliamo allora? Non è successo niente? Certo sono stati utilizzati anche fanghi al lignosolfonato di ferro e cromo per trivellare la Lucania, forse oggi tornano a chiedere il conto? E questo conto chi lo fa?

Intanto lunedì con Basilicata24 siamo a processo, solo per aver raccontato la realtà. Quella di fanghi scaricati sul Basento. Fanghi come quelli saltati alle cronache nazionali.