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Dinu Adamesteanu e la “signorina inglese”: ritrovate le lettere di un’affettuosa amicizia

Con Marinella Fiume ripercorriamo la delicata storia d'amore tra la scrittrice Daphne Phelps e l'archeologo rumeno, ma lucano d'adozione

Stupisce il silenzio della nostra stampa locale sulla scoperta, avvenuta da ormai un paio d’anni, delle lettere tra Dinu Adamesteanu, il grande archeologo rumeno d’origine ma lucano d’adozione (pressappoco così recita l’epigrafe apposta sulla sua tomba, a Policoro), e la neuropsichiatra infantile inglese Daphne Phelps, che negli anni Cinquanta lo aveva ospitato a Taormina durante gli scavi delle mura di Gela.

E così il viaggio nella storia recente della nostra regione che la scorsa volta ci ha portati a Tricarico dall’antropologa americana Ann Cornelisen (https://www.basilicata24.it/2019/03/storia-riscoprire-ann-cornelisen-tricarico-63188/), questa volta ci porta a Policoro, nella casa in collina dove Adamesteanu visse fino alla morte, avvenuta nel 2004; quella da cui vegliava sui siti e sui musei nazionali nati e ristrutturati sotto la sua egida e così consegnati per sempre all’identità e alla memoria dei lucani; quella in cui accoglieva gli amici come Rocco Mazzarone e gli studiosi di mezzo mondo, e che meriterebbe oggi di essere trasformata in un museo, come qualcuno giustamente ha suggerito.

È in contrada Troyli, tra Tursi e Policoro, che anche noi incontriamo idealmente – in realtà l’intervista è il frutto di una corrispondenza – Marinella Fiume, studiosa e scrittrice siciliana che ha studiato ed emendato le lettere tra la Phelps e Adamesteanu e che ha dedicato alla storia tra i due un racconto del suo ultimo libro, Ammagatrìci (A&B Acireale Roma, 2019).

Marinella, ci spieghi le circostanze in cui è avvenuto il ritrovamento del carteggio e ci illustri il contributo che esso porta alla nostra conoscenza di Adamesteanu come uomo e come archeologo, legato a doppio filo tanto alla storia della Basilicata, quanto a quella della Sicilia.

In realtà il merito del ritrovamento delle lettere spetta al dott. Francesco Spadaro, proprietario della casa di Taormina che Daphne Phelps ereditò dallo zio Robert Hawthorn Kitson e dove lei visse dal 1948 fino alla morte, nel 2005. Francesco Spadaro, marito della figlia di Concetta Cundari, la fedele governante di Daphne, è praticamente cresciuto in quella villa e ricorda di aver visto la “Signorina inglese” leggere e rileggere queste lettere, custodite nel cassettino di un secretaire dello studio e legate con un nastrino rosso.

Di quante lettere si tratta?

Il fondo è composto di 43 lettere, legate ancora con lo stesso nastrino rosso, alcune olografe, interamente scritte di pugno dal mittente, altre dattiloscritte e autografate a penna; la maggior parte in busta, altre senza, inviate tra il 1954 e il 1956 alla sua residenza nella nota cittadina “perla dello Jonio”, meta anche allora di un turismo internazionale.

L’archeologo si trovava in Sicilia da molto tempo?

Dinu si era recato in Sicilia già alla fine del 1949, grazie agli appoggi di amici e maestri archeologi che gli avevano consentito di lasciare Roma e qui, tra il 1950 ed il 1951, aveva condotto le prime campagne di scavo a Siracusa, sotto la direzione del Soprintendente alle Antichità Luigi Bernabò Brea, e a Lentini. Il 1° giugno 1951 poi, Pietro Griffo, Soprintendente alle Antichità per la Sicilia centro-meridionale, che stava avviando nella città di Gela e nella provincia di Caltanissetta un vasto programma di ricerca, lo chiama a Gela affiancandolo al giovane neo-ispettore presso la Soprintendenza alle Antichità di Agrigento, Pietro Orlandini.

Le sue visite a Daphne a Taormina sono confermate dai numerosi riferimenti nelle stesse lettere. Innegabile la fascinazione esercitata sul giovane archeologo rumeno dalla villa della donna, col suo incantevole giardino e il panorama dell’Etna e del mare che si gode dalla terrazza, rifugio di edenica bellezza e di agognata quiete, cui fa più volte cenno nelle lettere.

Lei ha condotto uno studio scientifico sull’epistolario?

Una prima digitazione non definitiva delle lettere è stata fatta dal dottor Francesco Spadaro, che però non conosceva il francese e il greco antico, lingue che, insieme all’italiano e al siciliano, sono presenti nelle lettere; il mio lavoro è consistito nell’emendare l’intero epistolario e nell’integrare lettere non digitalizzate, attraverso un lavoro filologico di cura e di raffronto puntuale con gli originali.

Che idea si è fatta della storia d’amore tra Dinu e Daphne?

La delicata storia tra i due durò solo due anni e mezzo circa, senza che si comprenda come e perché si spezzi all’improvviso un rapporto d’affettuosa amicizia, di complicità, di confidenza, di amore, forse nato sotto i migliori auspici tra due personalità le cui affinità elettive appaiono innegabili. Una spiegazione può essere, certo, che l’epistolario è monco. Ma come spiegare che la donna teneva queste e solo queste lettere di Dinu legate con un nastrino rosso e gelosamente custodite nel cassettino del secretaire del suo studio? Come spiegare che solo queste leggeva e rileggeva fino alla sua morte, sciogliendo il nastrino e riannodandolo con cura dopo ogni lettura? La presenza nello studio della Phelps di numerosi estratti o articoli o pubblicazioni scientifiche di Adamesteanu anche successivi all’epistolario ci dice di un rapporto che in qualche modo dovette lungamente continuare, cambiando, necessariamente, di segno, al di là dell’ultima lettera del nostro epistolario.

Né il tono di quella che è per noi l’ultima lettera lascia pensare alla volontà di troncare il rapporto pur con il nuovo incarico assunto a Roma dall’archeologo, in seguito alla vittoria di un concorso.

Forse, in quel gruppetto di lettere fino all’ultimo accarezzate da Daphne, si cela la storia di un amore che ha un esordio che lo rivela possibile, mai pienamente vissuto ma caldamente vagheggiato, una relazione di coppia che avrebbe potuto essere e non fu, l’unica a cui la donna avrebbe potuto consentire nella sua pur lunga esistenza e che tentò fortemente anche l’uomo, senza che le esperienze biografiche contingenti di quel delicato, cruciale momento in cui il profugo acquisiva la cittadinanza italiana e l’archeologo si impegnava in un’attività di studio e di ricerca che gli avrebbe consentito indipendenza economica, affermazione e carriera, potessero concedergli di abbandonarvisi del tutto.

Ma quando, dove e come accade che i due si conoscano?

È la stessa Daphne ad indicare il terminus ante quem nel capitolo intitolato Archeologia del suo libro “Una casa in Sicilia” dove scrive: “Nel 1953 ebbi modo di conoscere un archeologo rumeno che era da poco arrivato a Gela, una cittadina situata sulla costa sudoccidentale della Sicilia, fondata dai greci di Rodi e di Creta nel VII secolo a.C.. Un’amica che soggiornava da me insistette perché attraversassimo l’isola in auto e scoprissimo che cosa stava accadendo a Gela.” E’ lì che lei e l’amica Joan conoscono coloro che stavano portando alla luce le antiche mura di Gela profondamente sepolte nella sabbia, spostando rapidamente e coraggiosamente centinaia di tonnellate di sabbia verso il mare con l’aiuto di una scavatrice, “due archeologi intelligenti e volenterosi, Piero Orlandini di Parma e Dinu Adamesteanu, un rumeno fuggito dal comunismo”.

Nasce da quel momento la passione di Daphne per l’archeologia?

Non direi, viene invece da molto lontano. Sir Arthur Evans, l’archeologo inglese, figlio dell’archeologo John, nato a Nash Mills, l’8 luglio 1851 e morto a Youlbury, l’11 luglio 1941, fu, com’è noto, colui che per primo scavò a Creta, dove scoprì le rovine dell’antico palazzo di Cnosso, eretto da una popolazione che egli stesso battezzò minoica, scavi di cui diede notizia nei quattro volumi del suo Il palazzo di Minosse a Cnosso, pubblicati tra il 1921 e il 1935. Ebbene, il grande archeologo romantico era cugino di Daphne. Nel libro Una casa in Sicilia, la Phelps racconta di averlo incontrato una sola volta quand’era bambina e lui aveva più di novant’anni ed era cieco, ma il ricordo del vecchio archeologo rimase sempre vivo in lei.

Quell’incontro tra Daphne e Dinu a Gela sembra perciò tutt’altro che casuale, uno di quegli incontri voluti dal fato per permettere ad anime sorelle di entrare in contatto tra loro. Insomma, si instaurò tra i due in quegli anni un rapporto frequente e assai ravvicinato fatto di visite di Daphne nei luoghi degli scavi, da Gela all’interno della Sicilia, di incontri a Catania quando Dinu si recava a consultare libri in Biblioteca, di progetti di viaggi insieme.

Malgrado non le siano mancate le occasioni, i corteggiamenti a volte anche insistenti e noiosi, non si sposò mai e non ebbe figli. Ho incrociato questi dati con interviste fatte a personaggi di Taormina che la conobbero e in particolar modo alla sua più cara amica, una francese con cui Daphne era in confidenza e alla quale confidò una volta che aveva avuto un solo vero amore nella sua vita: un archeologo rumeno. Questo tema, lavorando di fantasia, è stato oggetto di un racconto dal titolo L’ultima viaggiatrice nel mio ultimo libro, Ammagatrìci (A&B Acireale Roma, 2019).

La fine della loro storia si ricollega probabilmente anche a un distacco fisico, visto che nel 1964 Dinu si trasferisce a Potenza per dirigere la Soprintendenza Archeologica della Basilicata. Dove pensa che “il Professore” abbia trovato tanta dedizione verso una terra che non era la sua, tanta forza per tenere testa ai grandi proprietari che non volevano cedere le loro terre per le ispezioni e per gli scavi, per resistere alle pressioni dei politici?

La Lucania era una regione che Dinu conosceva molto bene, grazie ai voli, coi mezzi dell’Aeronautica Militare e allo studio delle foto aeree. Per la ricchezza di giacimenti archeologici vi si ferma trent’anni e dà un contributo fondamentale alla storia antica della Basilicata, potenziando e creando una rete di musei e di parchi archeologici: sei musei nazionali (Melfi, Venosa, Grumento, Muro Lucano, Policoro, Metaponto) e sei parchi archeologici (Venosa, Grumentum, Serra di Vaglio, Rossano di Vaglio, Metaponto, Herakleia), facendo così della Basilicata, prima del suo arrivo dimenticata ed isolata, una regione d’avanguardia nel meridione d’Italia. Coinvolto nell’opera di fotografare le zone archeologiche interessate dalla Riforma al fine di preservarle, si trova subito a lottare in prima linea per difendere i luoghi della Magna Grecia dall’ignoranza e dalla mala fede dei proprietari terrieri, indicando le linee di un lungimirante sviluppo ecocompatibile. Grazie alle ingenti somme messe a disposizione dalla Cassa per il Mezzogiorno, avviò una importante ricerca archeologica nel Metapontino e nell’area jonica.

Con le sue foto aeree e con le indagini di scavo e di ricognizione dimostrò come solo un corretto uso del suolo, una costante opera di bonifica dei terreni, di controllo delle acque e dei sistemi di irrigazione possa assicurare benessere economico e sviluppo. Famosa la sua battaglia condotta contro la realizzazione di un grande polo industrale chimico, la “Liquichimica”, in cui ha coinvolto i Consigli comunali.

Si battè sempre perché le popolazioni locali capissero che nei beni archeologici e nelle bellezze naturali consisteva la speranza di riscatto della loro terra.

Dopo il suo soggiorno qui in Basilicata, che cosa è riuscita a ricostruire della vita di Dinu a Policoro? E come era il rapporto con la popolazione locale?

Due anni fa ho fatto un pellegrinaggio che, cominciato nella casa di Daphne, a Taormina, ha avuto fine a Policoro, dove tutto parla ancora di Dinu. Qui egli è sepolto e qui trascorse gli ultimi anni della sua malattia allettato nella villetta di Contrada Troyli, dove lo andavano a trovare ancora allievi e vecchi amici di un tempo. Ma la casa ora non era più quella delle allegre bevute con gli amici e delle cene sotto il pergolato preparate da Hel Dilthey, la archeologa compagna degli anni di Policoro, che vi coltivava le rose e per anni gli scrissee dalla sua Heidelberg per informarsi della sua salute.

Ho visitato la tomba monumentale di Dinu a Policoro, accompagnata dal medico gentiluomo Giovanni Lucio Bianco – già assessore del Comune di Policoro nella Giunta presieduta dal Sindaco Avv. Mario Arbia – amico e sodale di allegre mangiate e bevute al “Pitty”, il ristorante di Tonino Chiaromonte, dove Dinu consumava baccalà e beveva pregiato Aglianico e dove le pareti custodiscono ancora le sue foto. Sono andata a trovare nella sua bottega artigiana lo scultore del legno Mastro Antonio Albino, assai lieto di mostrarmi le sue pregevoli opere in legno e consegnarmi i ricordi della lunga amicizia con Dinu, che ha raffigurato in una scultura con il bastone con cui si accompagnava in tarda età, in uno dei suoi vecchi tronchi di ulivo lucano.

Cosa pensa della proposta, fatta qualche tempo fa da un giornalista di Scanzano, Filippo Mele, di trasformare la casa in Contrada Troyli in una casa-museo?

Purtroppo mi fu detto che Adamesteanu si costruì la sua casa in un terreno che i proprietari gli misero a disposizione gratuitamente con la clausola che questa sarebbe passata a loro dopo la sua morte. E comunque all’interno essa non conserva più i ricordi personali dell’archeologo. Credo comunque che l’idea di una Fondazione sarebbe auspicabile per mantenerne viva la straordinaria memoria”.

Eleonora Fortunato, giornalista