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Il M5S di fronte al bivio. Cambiare anima o pelle?

Un contributo critico e di riflessione sulla crisi di consenso dei pentastellati

In queste elezioni chi doveva arginare l’avanzata della destra ciarlatana di Salvini ha fallito. E non mi riferisco al Pd che aveva l’unica preoccupazione di sopravvivere, assolutamente incapace di affrontare l’onda salviniana. Mi riferisco al M5S che non ha saputo cogliere in tempo il pericolo leghista. L’onda emotiva del 4 marzo 2018 che ha premiato Di Maio si è esaurita come fuoco di paglia. Tuttavia, una parte di quell’onda ha trovato sfogo fuori dal Movimento, dentro la Lega e nell’astensionismo.

Non aver capito in tempo la necessità di una ristrutturazione dell’identità politica, e organizzativa, è stato fatale. Vittima di molte trappole cognitive, il M5S oggi è caratterizzato dai problemi tipici di un partito giovane, ma non è un partito. Così che subisce tutti i mali endemici propri di una forma partito generica senza tuttavia beneficiare degli aspetti positivi. Le carenze del M5S oggi si chiamano identità, visione, organizzazione. Su questi versanti occorre fare scelte anche difficili ma necessarie. Ricostruire l’identità, alle origini troppo legata a slogan e azioni simboliche invece che a basi ideali capaci di indicare una prospettiva, un orizzonte di Paese, un futuro del mondo. Quell’abbozzo indentitario dell’origine si è spesso trasformato, nei territori, in etichetta morale riservata a pochi nominati, al “clan” degli attivisti, caratterizzata da un “purismo” escludente per cui chiunque fuori dal clan “è portatore di interessi ambigui, potenziale contaminatore della purezza.”

Una delle trappole cognitive più evidenti nei territori è data dalla valutazione, errata, che l’universo dei cittadini sia riconducibile a gruppi di attivisti. Capita così che cento persone decidano il candidato sindaco o deputato escludendo dalle loro valutazioni decine di variabili che appartengono alla realtà di una città o del Paese. E questo accade soprattutto quando la dialettica interna si trasforma in conflitto tra “purismi” alternativi, tra ambizioni personali deluse e soddisfatte. Quando si fa la conta delle volte che tizio o caio ha partecipato al volantinaggio o alle assemblee. Criticità tipiche dell’infantilismo di una forza politica giovane. Il calcolo politico è cosa diversa dall’aritmetica delle chat di gruppo.

Bisognerebbe ripartire dai principi e dai valori ecologisti, ambientalisti che si sono dilatati nel corso degli anni e che hanno trovato scogli difficili nell’azione di governo. Ripartire dalle forme di partecipazione che andrebbero riviste in una prospettiva inclusiva più laica. Bisognerebbe ripartire da regole più realistiche in tema di alleanze e ripensare i metodi di selezione dei candidati e costruire un sistema di selezione dei gruppi dirigenti. Perché un’altra delle criticità evidenti è l’assenza di gruppi dirigenti anche per causa della stravagante idea per cui “uno vale uno”, anche se i fatti ci dicono che quella è stata la prima idea a saltare. Il M5S è anche vittima di una strana “etica dell’obbedienza” che deresponsabilizza le persone. Non è mai colpa di nessuno quando si fanno delle scelte per obbedienza alle regole, ai valori, indipendentemente dalla validità provata di quelle regole e di quei valori. Quando si obbedisce al dogma nessuno è responsabile.

Quale forma di Stato, quale Mercato, quale etica del lavoro, quale Europa e quale prospettiva di mondo i Cinque Stelle sono stati capaci di diffondere nel dibattito pubblico nei territori? E da qui che bisogna ripartire e cioè dalla politica. Quando si parla di cittadinanza attiva non si può escludere dal proprio orizzonte ideale e programmatico il dibattito, inesistente oggi, sul superamento della società di mercato e sul ruolo dell’economia civile. E quando si parla di lavoro non ci si può limitare al reddito di cittadinanza o a qualche sussurro di un sociologo. E che cosa si ha da dire a proposito del welfare del futuro a parte quota cento e il salario minimo orario? Una politica eccessivamente sincronica con proposte alla minuta e all’occorrenza dell’ora attuale non può appartenere a un Movimento che ha in seno un’idea di rivoluzione. Sul sincronismo la Lega è più brava e per questo, probabilmente, l’onda di Salvini non sarà più lunga della spiaggia.

Il M5S dunque dovrebbe oggi farsi carico in forma più politica, più realistica, seppure in una prospettiva ideale, della questione sociale, della questione ambientale e della questione morale. Tre pilastri su cui ristrutturare la propria identità politica. Sulla questione morale i riferimenti non possono essere i codici penale e civile, ma un’idea di giustizia a cui aderire. Sulla questione sociale non basta il reddito di cittadinanza o il salario minimo, ma occorre un’idea di giustizia, di economia, di società a cui aderire. Sulla questione ambientale i riferimenti non possono essere i vincoli burocratici, contrattuali o economici, ma un’idea di giustizia, di mondo, di futuro a cui aderire. La sfida è esplodere in politica, in cultura e in nuovi paradigmi queste tre grandi questioni.

Riportare sul terreno del dibattito e dell’azione politica temi quali la libertà, l’uguaglianza, la giustizia nella società attuale delle nuove oligarchie del digitale, delle nuove forme di dominio globale. Ciò significa avere un’idea di politica estera, di Europa, di mondo. E siamo lontani dall’aver compreso quali siano quelle del M5S.

Occorrono gruppi dirigenti diffusi sul territorio. Anziché restituire denaro, si usi quel denaro per costruire finalmente un sistema formativo aperto ai cittadini, capace di creare gruppi dirigenti. La formazione politica è indispensabile in politica. Eppure molta gente fa il cuoco senza aver mai usato una padella, però “ha partecipato al volantinaggio”. Partecipazione non è soltanto votare, o decidere chi candidare, partecipazione è anche formazione, è aprire cantieri di confronto, ospitare “saperi altri” nelle proprie sedi, esercitarsi alla dialettica, allenarsi da cittadini al discorso pubblico, allargare gli spazi dell’approfondimento ed estenderli alle curiosità e alle idee di chiunque abbia il desiderio di contribuire a sviluppare il senso della politica. Evitare le semplificazioni eccessive e ridare centralità e spazio alla complessità nei ragionamenti e nelle proposte.

Per farlo occorre riorganizzarsi. Aprite le sezioni in ogni paese. Più volti meno emoticon, più facce meno tastiere. Eleggete referenti e comitati politici locali. Ci sia trasparenza e assunzione di responsabilità nelle decisioni. Si aprano spazi dialettici ovunque. E’ chiaro oggi che laddove si fa animazione sul territorio i risultati, anche elettorali, sono migliori.

Non basterà un lifting organizzativo per evitare guai seri nel futuro prossimo. Perché c’è un’altra questione che andrebbe affrontata ed è la questione democratica interna. A partire dall’attuale sistema, ambiguo, di governance del M5S. Le ipotesi di riorganizzazione non potranno evitare di affrontare l’opacità di una democrazia interna che spesso sfugge alle regole della stessa democrazia. Tutto questo sarebbe come chiedere al M5S di cambiare pelle? No, bisogna cambiare anima. Il M5S deve sottrarsi al più presto al “depistaggio culturale” che lo ha coinvolto e di cui si è reso corresponsabile. Il Movimento è al bivio: cambiare anima o pelle. La seconda strada è quella della sconfitta definitiva.