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Matteo Salvini è più stupefacente della cannabis

Dalla droga alla sicurezza, la superficialità del ministro delle chiacchiere è di una profondità commovente

I dati dell’Unodc – Agenzia dell’Onu specializzata nella lotta alla droga e alla criminalità – sono sconvolgenti.

Nell’ultimo rapporto reso pubblico nell’ottobre 2018 i dati relativi all’Italia sono impressionanti. Il volume d’affari del traffico di droga, di esseri umani e di armi, dello smaltimento di rifiuti è pari a 116 miliardi di euro l’anno. Il 7,7% del Pil. I dati di Sos Impresa sono ancora più impressionanti e parlano di 135 miliardi pari all’8,9% del Pil.

Unodc ha fatto anche il punto sui proventi del traffico di droga a livello mondiale, «la più grande fonte di guadagno per il crimine transnazionale»: circa il 20% dei profitti arriva dagli stupefacenti, con un ricavo pari all’1% del Pil globale. In Italia, le stime citate dall’agenzia variano molto: dallo 0,4% al 3,9% del Pil. Ma il volume d’affari rimane sempre cospicuo, grazie alla domanda. L’Onu sottolinea come più di 800mila siano i consumatori di cocaina nel nostro Paese e 173mila gli spacciatori, quasi 3 milioni gli amanti della cannabis. Solo grazie alla cocaina, la mafia accumula almeno 1,2 miliardi di dollari.

Sarebbe di 3 miliardi di euro la somma che complessivamente lo Stato spende per il contrasto e la repressione del fenomeno: la parte del leone la fa il costo dei detenuti per droga, pari a circa 1,5 miliardi.

Secondo la Relazione  annuale al Parlamento sul fenomeno della droga in Italia il mercato delle sostanze ha un valore complessivo di 14,4 miliardi di euro, in aumento dell’1% rispetto all’anno precedente. Tra queste il 40% riguarda la cocaina (un milione di consumatori) il 28% la cannabis (6,2 milioni di persone) mentre decisamente meno sono i consumatori di eroina (circa 285 mila) e 590 mila quelli di altre sostanze chimiche (ecstasy, LSD, amfetamine).

E’ evidente da questi dati che siamo di fronte a un fenomeno che racchiude problemi legati alla criminalità, alle casse dello Stato, alla salute e alla vita delle persone. Un problema di vaste proporzioni, eccezionalmente complesso, pieno di trappole.

E lui, Matteo Salvini, come intende contrastare il fenomeno? Pare, chiudendo i negozi per la vendita legale di cannabis. Ridicolo vero? E’ come dire che per contrastare il tabagismo bisognerebbe chiudere le tabaccherie e per combattere l’alcolismo basterebbe chiudere bar e vinerie. Magari fosse così semplice. E sarebbe il modo migliore per fare un favore ai criminali ed espandere il mercato nero gestito dai trafficanti. Il modo peggiore per contrastare i fenomeni complessi è non affrontarli.

Il problema della tossicodipendenza e dello spaccio di droga va preso per le corna dunque alle radici. E le radici sono forti, radicate e diffuse. Prevenzione, misure per la riduzione della domanda, statalizzazione dell’offerta, investimenti nell’educazione, nella scuola, nella cultura, potrebbero essere i versanti su cui una politica seria cominci a dare risposte serie. Ma lui, l’ex giovanotto senza arte né parte, diventato ministro, preferisce la giaculatoria facile, quella che il popolo bue predilige ascoltare.

Capita così che per affrontare i problemi della sicurezza si ricorra alle telecamere, ai porti chiusi, alle armi per la difesa personale e così via. Anche in questo caso le radici dei problemi non sono visibili all’occhio orbo del ministro. Così i problemi della scuola si risolvono con il grembiulino, il disagio giovanile lo affrontiamo con la leva militare e per diffondere l’amore legalizziamo la prostituzione. E gli stupratori li sistemiamo con la castrazione chimica. Insomma la filosofia delle soluzioni salviniane è chiara: fare l’acqua dal ghiaccio e il vino dal fiasco.