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La mutazione del Ragno. Come cambia il Potere in Basilicata

I percorsi della mafiosità che conducono alle mafie

Perché in diverse regioni, sempre meridionali, e sempre sottoposte allo stesso regime politico e istituzionale, la mafia non c’è stata e non si è sviluppata? È la domanda che pone Isaia Sales nel suo libro “Storia dell’Italia mafiosa”. La risposta che Sales fornisce è molto articolata e ragionata. Perciò vi invito a leggerlo.

Qui invece, partendo dalla domanda di Sales, intendo scattare un’istantanea “storica” del Potere in Basilicata, regione in cui nessuna forma criminale paragonabile alla mafia siciliana, alla camorra campana o alla ‘ndrangheta calabrese, si è sviluppata. E questo almeno fino all’ultimo ventennio del secolo scorso, quando si sono affacciati sulla scena i primi nuclei violenti con caratteristiche paragonabili, in parte, ai clan mafiosi. Tuttavia, su questi fenomeni recenti c’è da scrivere a parte e in ogni caso questi gruppi non hanno disturbato oltre modo il Potere. Potere che qui per capirci chiameremo “Ragno”.

Che cos’è il Ragno

Il Ragno è la metafora del Potere in Basilicata, sintetizza le sue forme e la sua organizzazione, i suoi attori protagonisti e i suoi sudditi. I filamenti della sua ragnatela collegano mondi apparentemente separati, pezzi di pubblica amministrazione, coacervi di interessi finanziari e imprenditoriali, pezzi delle istituzioni e della politica, dell’editoria e dell’informazione. Unico scopo gestire le risorse e mantenere il dominio, decidere sui flussi di denaro pubblico, spartirsi la torta degli affari, accumulare ricchezza e dunque Potere. Dai Baroni e latifondisti prima e dopo l’Unità d’Italia, fino a oggi. Poteri che a volte confliggono tra loro ma più spesso si accordano.

Le ragioni per cui neanche una mafia autoctona sia nata, almeno fino all’ultimo decennio del secolo scorso, probabilmente e paradossalmente, risiedono, nell’arretratezza del territorio e della sua popolazione e nella pervasività del Potere politico e amministrativo che, nelle condizioni storiche lucane, non ha mai avuto bisogno di utilizzare la violenza privata della criminalità né come servizio di mediazione né come funzione di ricatto. Potere, però, che sotto molti aspetti ha assunto caratteri di mafiosità e metodi mafiosi.

Il Potere che ha escluso le mafie

Il “Ragno”, in Basilicata ha coperto tutti gli spazi sociali, economici, politici e persino culturali disponibili per l’esercizio del dominio sul territorio. Una regione per diversi aspetti insignificante per le mafie, marginale per i governi dall’Unità in poi che, però, ha rappresentato per pochi potenti il giardino silenzioso di accumulazione delle ricchezze private attraverso l’appropriazione delle risorse pubbliche. E ciò accade per due secoli, fino ai giorni nostri. Il Ragno ha contribuito, in parte, ad impedire la nascita e lo sviluppo di forme criminali paragonabili alle mafie tradizionali. E questo perché il Potere, in Basilicata, ha utilizzato fin dall’epoca borbonica, le armi più competitive ed efficaci per dominare il territorio: il tradimento, l’inganno, la corruzione, le leggi (cosiddetta legalità), l’alleanza organica con il potere centrale, la violenza o la minaccia della violenza, il clientelismo. Il Ragno ha fatto tutto da solo, coperto dalla marginalità della regione negli scenari della storia. Qui per le mafie non c’è mai stato spazio, né interesse, per almeno due secoli. Dalla gestione dei rifiuti, agli appalti pubblici, dall’affaire petrolio agli interessi sull’acqua, dalle mani sulle risorse europee alla gestione della Sanità, il Ragno ha fatto e fa il bello e cattivo tempo.

La fusione perfetta tra potere politico e potere amministrativo

Una delle chiavi di lettura del Ragno lucano è nel rapporto tra oligarchie e società, tra i pochi e i molti. Al centro la politica e l’amministrazione, che dall’Unità in poi hanno rappresentato l’unica possibilità di avanzamento sociale dei figli della piccola e media borghesia agraria prima e urbana poi. Questa centralità si è ramificata e sviluppata negli anni 80 del secolo scorso. Abbiamo assistito alla sovrapposizione organica tra funzioni amministrative e ruoli politici. Una fusione perfetta. Il segretario del partito era dirigente in qualche ufficio strategico della Regione o magari docente all’Unibas, o funzionario alla Provincia. Il Consigliere regionale o l’assessore erano dipendenti di qualche ente pubblico. La fusione tra potere amministrativo e potere politico è stata una delle regioni per cui il Ragno ha mantenuto serrato il dominio nelle alleanze con le altre sfere dell’economia e della società. Nella piramide politica, su vari piani, si è sviluppato un ceto di qualche migliaia di persone, molte delle quali hanno trovato in quello spazio un’occasione di carriera sociale ed economica, sia direttamente sia attraverso alleanze funzionali agli interessi reciproci. Hanno occupato e lottizzato spazi fondamentali della vita civile, dai giornali agli ospedali, dalle partecipate, agli enti sub regionali, dai centri decisionali regionali a quelli periferici. Intorno al Ragno ruota una massa di clienti che assumono il diritto a essere privilegiati, cittadini più cittadini degli altri. Il resto delle persone costrette a subire, ridotte a sudditi.

Il clientelismo di Stato

Negli anni Cinquanta e Sessanta i leader democristiani sostituiscono il vecchio notabilato di tradizione liberale e si affermano come “nuove potenze feudali”. Nasce il clientelismo di massa che, nelle regioni meridionali a caratterizzazione mafiosa, mette in temporanea difficoltà le mafie, mentre in Basilicata consolida il potere politico emergente. Si tratta di un potere senza dubbio “più aperto, meno classista, più democratico, più alla portata di tutti”.  Erano i capi democristiani a detenere il monopolio sulle opportunità di lavoro e di promozione sociale. Tuttavia, era un sistema che avvicinava lo Stato ai ceti popolari abituati, nei decenni precedenti, ad essere esclusi da tutto.  In Basilicata l’effetto dello Stato assistenziale e clientelare dura per tutti gli anni Settanta e Ottanta.

Il Ragno oggi

Dagli anni Novanta del secolo scorso la sostanza politica del sistema clientelare si ribalta a vantaggio di un Potere più spregiudicato, arrogante, “violento”, dispotico. il Ragno, dunque, perde la sua essenzialità di potere politico e assume interconnessioni fondamentali con il potere economico e delibera scambi di opportunità lecite e illecite con interessi emergenti.

Un abbraccio definitivo che aprirà le porte a scandali di diversa natura e intensità. Assisteremo ai primi accenni di collusione tra esponenti politici e clan a carattere mafioso, agli intrecci tra poteri pubblici e poteri occulti, alle alleanze di interesse tra pezzi delle istituzioni e affaristi in ogni settore. Si apre la fase più oscura e inquietante in cui il Ragno diventa dispotico, pervasivo, dominatore.

Oggi il Ragno è in una fase di mutazione e di riorganizzazione, ragnatele mafiose sono già all’opera. I segnali ci sono tutti. Il Ragno, per le caratteristiche che ha assunto negli ultimi 20 anni, avrà bisogno di aprire spazi alle mafie, alla politicità delle mafie e agli interessi economici e finanziari di gruppi nazionali e internazionali che puntano alle risorse del territorio e all’indotto di quelle risorse.