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Destra, sinistra e consenso. Trilogia di un declino

Il rapporto, sempre più deteriore, tra politica e cittadino

Se dovessimo contestualizzare l’aforisma di Karl Kraus “Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l’aspetto di giganti” dovremo poterlo coniugare con l’esigenza che il nostro tempo ha di “cialtroni e gaglioffi” – e questa è un’espressione di Indro Montanelli -; esigenza spinta dal disagio sociale in cui prolifera la speculazione elettorale. Sono costoro – i cialtroni e i gaglioffi – a ingigantire il loro aspetto nel deserto della cultura politica.

Potrà sembrare strano ma il corso più recente della politica italiana offre una spiegazione esaustiva di quello che è stato: crollo dei partiti (1992), insufficiente cooperazione tra le nuove forze politiche in vista delle riforme istituzionali, mancanza di una visione politica delle cose. E del resto, il rapporto, sempre più deteriore, tra politica e cittadino, il sentimento di sfiducia degli italiani verso i partiti hanno una loro eziologia che non può prescindere dal livello del dibattito politico perché esso se per un verso dà la misura della “classe dirigente” per altro aspetto è sicuro indice del disorientamento in cui è l’elettorato. Diversamente, non si spiegherebbero i repentini cambi di rotta dei flussi elettorali.

L’avere omesso di riempire di contenuti i nuovi modelli in cui si sarebbe dovuto articolare la politica italiana ha determinato un ritorno a vecchi schemi, ma con una evidente distorsione di essi. Destra e sinistra sono oggi erroneamente accostati se non sovrapposti alla destra e alla sinistra di vent’anni orsono, ma non è così. La destra, tanto per dirne una, sin dalla metà degli anni “90 aveva iniziato un percorso di modernizzazione ed era diventata post-ideologica, riformista, convintamente europeista. Oggi la destra è sovranista, euroscettica, un po’ etnonazionalista e liberista. La sinistra, del resto, ha subito una profonda metamorfosi indebolendo il tradizionale bagaglio culturale. Inseguire il consenso ad ogni costo è il comune denominatore ma altresì l’equivoco in entrambi i casi. La conseguenza è che la destra non è più destra, la sinistra non fa più la sinistra; e il consenso va alla protesta.

Perché nel 2011 si è chiamato Monti al governo (?); e perché da vent’anni si va alla ricerca “dell’uomo forte” (?); perché i politici prediligono una dialettica poco politica e molto ad effetto (?); perché la destra italiana da riformista e post-ideologica si è spostata al sovranismo, mentre la sinistra è stata abbandonata dalle fasce deboli, dalle periferie (?); perché da un quarto di secolo si parla di seconda e finanche di terza repubblica pur essendo l’Italia con tutti e due i piedi nella prima.

E direi ancora, perché nel 2019 si ritorna al neofascismo (?). Un neofascismo, oramai parodia dei tempi andati, che sempre più assume i toni della speculazione elettorale da parte di quei movimenti e gruppi politici che, incapaci di conquistare il voto di opinione, tentano di intercettare almeno il voto di protesta. Insomma, un neofascismo di comodo che serve interessi elettorali funzionali alla protesta.

Al governo Monti si è arrivati perché la politica insegue il consenso ad ogni costo, anche a costo di sfasciare i conti dello Stato, e al governo servivano personalità resistenti alla speculazione; perciò Monti. Qualcuno dovrebbe spiegare alla destra che il sovranismo, pur pagando in campagna elettorale, è il peggior nemico del proprio Paese perché più sovranismi tra loro contrapposti non si attraggono ma si respingono con ovvie ripercussioni sulla convivenza tra i popoli.

Ercole Trerotola