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L’autonomia differenziata è una stronzata megagalattica

La Basilicata, nelle condizioni attuali, sarebbe destinata a soccombere tragicamente

Sull’autonomia differenziata il Paese è confuso. Una confusione che deriva da almeno due elementi. La persistenza di un approccio antropologico alle condizioni del Mezzogiorno, che risiede nel pregiudizio per cui il Sud sperpera le risorse, è esuberato di dipendenti pubblici, non ha voglia di lavorare, è pieno di fannulloni e ingrassa il clientelismo. In questo quadro il guanto dei “padani” lancia la sfida dell’autonomia.

Sappiamo che le inefficienze, gli sprechi e il malaffare non certo mancano al Nord. Basta sapere che, negli ultimi decenni, sono state le mafie a unificare il Paese. E se le mafie hanno invaso il Nord non è certo colpa del Sud. Neanche si può negare che gli scandali e le vicende conclamate di corruzione siano distribuiti equamente sul territorio nazionale. Lo dicono i dati.

E sono i dati l’altro elemento, diciamo statistico, che genera confusione.  L’affanno costante sui conti per dimostrare quella specie di teoria del residuo fiscale appare, agli osservatori più avveduti, come una sceneggiata tragicomica. Tutti i calcoli sono approssimativi, parziali e anche fasulli. Basati su congetture, percezioni e su un uso molto creativo della matematica e della statistica economica.

L’attuale dibattito, autonomia sì autonomia no, ha assunto i caratteri di una scaramuccia da condominio. Si litiga su chi deve pulire le scale, mentre il palazzo perde pezzi dalla facciata e presenta forti cedimenti strutturali.  Il palazzo è l’Italia dove alcuni condomini credono che ottenendo l’autonomia nei termini richiesti mettano al sicuro il loro appartamento. Sbagliato. Questa è una stronzata megagalattica. Fanno finta di non capire che la tenuta del loro appartamento dipende dalla stabilità di tutto il palazzo.

Il Paese ha bisogno, al contrario, di ricostruire lo Stato. Di risollevarsi dalle macerie della disgregazione delle articolazioni locali di governo. Il Paese ha bisogno di affrontare le vere emergenze, nel quadro di un ripensamento strategico dello Stato, facendo i conti con le diversità dei territori in una prospettiva unitaria e razionale. Dalle infrastrutture al riassetto del territorio, dall’istruzione alla formazione, alle politiche industriali, al welfare. E solo in questo quadro potrà trovare la sua collocazione il Mezzogiorno utile allo sviluppo nazionale. “Anche del Nord che, arrancando, con l’autonomia s’illude di aver trovato una scorciatoia”, come scrive Giuseppe Provenzano su Limes. E, perciò, sono d’accordo con Provenzano anche quando scrive che “preservare per l’Italia il ruolo di seconda manifattura d’Europa è impossibile senza uno Stato forte, né minimo né residuale.

Il tema vero è il ripensamento strategico dello Stato, delle sue prerogative e della sua supremazia. Più Stato, meno scaramucce da condominio. Al contrario il Sud peggiorerà le sue condizioni e il Nord diventerà sempre più marginale in Europa. Scrive bene Giuseppe Provenzano: “La teoria che il Sud dreni risorse dal Nord, frenando lo slancio della «locomotiva d’Italia», ha rappresentato un comodo alibi, con il quale la parte più ricca tendeva sostanzialmente ad autoassolversi dalle proprie responsabilità, nell’illusione che, liberandosi della «zavorra» meridionale, sarebbe tornata a crescere. Invece, se il Sud è come la Grecia, il Nord non è più da tempo come la Baviera.” Aggiungo che la Basilicata con la secessione mascherata da autonomia, nelle condizioni attuali, sarebbe destinata a soccombere tragicamente. Certo è che le condizioni del Sud e della Basilicata non sono estranee alle gravi responsabilità delle loro classi dirigenti. Guai ad introdurre nel dibattito il tema per cui “è tutta colpa del Nord” e rianimare atteggiamenti vittimistici che a nulla servono. Tuttavia, i secessionisti devono sapere che gli Italiani non sono fessi.