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Autonomia differenziata. Al Nord soldi e diritti e al Sud?

Come avrebbe reagito l’elettore del Mezzogiorno se gli avessero detto che il suo voto avrebbe contribuito a ridisegnare un paese in cui la residenza determina il livello di fruizione dei diritti di cittadinanza?

In Un treno nel Sud (1958), Corrado Alvaro scriveva, sui rapporti economici tra Nord e Sud, “che dalla capacità di acquisto del Sud dipende gran parte della sua ricchezza [del Nord]. L’artigianato, che forniva di corredi e di utensili la casa meridionale, è scomparso quasi del tutto per cedere il posto ai prodotti dell’industria moderna di cui, […] questo popolo, come tutti i popoli usciti dalla vita patriarcale che precede l’industria, ha un bisogno quasi incolmabile; forse un culto”

Era già chiara l’interdipendenza economica tra le varie aree del paese, quello stesso legame che ha consentito il “miracolo economico” solo quando il Sud cresceva con lo stesso tasso del Centro e del Nord, negli anni Sessanta. 

 Il più grande vulnus nella tentata svolta sull’autonomia differenziata di tre regioni del Nord (Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna) risiede nell’elusione pressoché totale del dibattito politico nazionale sul tema. Molto tardivo il confronto politico, manifestatosi, su scala nazionale, soltanto recentemente, in fase di imminente attuazione. Si obietterà che ci sono stati i referendum regionali, ma a queste latitudini il segnale è giunto, invero, piuttosto flebile. Ci sono altri 45 milioni di persone che sul tema non si sono mai espresse. Nelle recenti campagne elettorali, al Sud si sono costruiti i consensi su altri temi: reddito di cittadinanza sicurezza, immigrazione, flat tax, legittima difesa. Pigiando su quei tasti, le percentuali conservatrici sono prevedibilmente esplose. Si obietterà che l’autonomia differenziata fosse inclusa nel cosiddetto Contratto di Governo, ma questo fu stipulato a valle delle elezioni politiche, per dar vita a un esecutivo di mera giustapposizione di forze politiche distinte e, per certi versi, persino in conflitto, come emerge in questi giorni di crisi dell’esecutivo. 

I temi in gioco sono molti e le conseguenze sono anche di più, dalla mera riduzione del gettito verso i territori più poveri alle gabbie salariali, al rischio di una gestione leggera dell’ambiente e del territorio da parte delle Regioni (condoni e altre amenità italiane). Si badi bene, non si tratta di un derby Sud contro Nord: le obiezioni qui mosse valgono anche in seno alle macro aree, dove i divari crescono trasversalmente. La sottrazione di risorse a vantaggio di un singolo territorio può colpire la Calabria come una provincia della Liguria o del Piemonte. Per questo, è opportuno invocare il rispetto dello spirito costituzionale.

 Come avrebbe reagito, l’elettore del Sud, se gli avessero detto che il suo voto avrebbe contribuito a ridisegnare un paese in cui si sancisce, stavolta per legge, che la residenza determina il livello di fruizione dei diritti di cittadinanza, come scrive Russo Spena su Left?

 Il percorso di “decentramento” fatto finora, tra creazione dell’ente Regione (1970) e Riforma del Titolo V in chiave federalista (2001), ha già mietuto fin troppi danni, se ogni anno 4.6 miliardi (Fondazione Gimbe, 2019) migrano da Sud a Nord per il diffuso fenomeno della migrazione sanitaria. La percezione dei dislivelli tra i servizi fruiti è talmente diffusa (e non sempre fondata) da spingere i meridionali a spendere migliaia di euro per ogni trasferta, oltre a quelli sostenuti dalla regione di provenienza. Di questa cifra imponente, l’88% finisce proprio nelle casse delle tre regioni autonomiste. Si consideri che la sanità è solo una delle competenze già di ambito regionale a seguito della riforma del 2001.

L’eterogeneità dei servizi evidenzia come alcune parti del territorio nazionale non si siano mostrate idonee, con le proprie classi dirigenti, a gestire più autonomie di quelle che già la Costituzione concede loro (Art. 117). Si obietterà, ancora, che l’accesso ad alcune delle materie di legislazione concorrente, da parte delle Regioni che lo richiedono, non verrà imposto alle altre. Vero, questo. Ciò che questo approccio nasconde è che la Costituzione prevedeva anche la definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (Lep), per il rispetto dei Principi Fondamentali, proprio per evitare che un lombardo avesse asili migliori di un molisano e viceversa. Ma art 117, comma 2 lett. m (Titolo V) e Legge Calderoli sono in attesa di completa attuazione dal 2001 e dal 2009, Ricordiamo che l’art. 119, che La Legge Calderoli intendeva attuare, istituiva un “fondo perequativo”, senza vincoli di destinazione, per i territori con minore capacità fiscale per abitante. Invece, il federalismo fiscale ha accentuato i divari che oggi sono sempre più evidenti, come un solco che attraversa il paese.

Ora, come si può consentire di accelerare ulteriormente sulla strada delle autonomie senza la giusta priorità del rispetto dei principi fondamentali della Costituzione? Viene meno la logica fondante dell’impianto costituzionale, quella dei “contrappesi”, atti a evitare squilibri e derive autoritarie, ma anche nella fruizione dei diritti di cittadinanza per tutti gli Italiani, a cui si riconosce pari dignità (articolo 3).

Come si può pensare di farlo escludendo, di fatto, l’elettorato nazionale? Ciò sia detto al di là del pessimo gusto di questa fuga in avanti, dettata da egoismo localistico, dalla difesa miope della mera contingenza vantaggiosa, senza badare alla complessità dei fenomeni in gioco, che potrebbero sfociare in una pericolosa “eterogenesi dei fini”. Alla luce di queste considerazioni, scaturiscono dubbi sul deficit di legittimazione politica di questo Parlamento, proprio in tema di autonomia differenziata. Dubbi accentuati dalla circostanza che persino il principale partito di opposizione non è del tutto scevro da interessi di parte, dato che L’Emilia-Romagna, una delle tre regioni autonomiste, è a guida Pd. Ma i numeri cosa dicono? Il Sud davvero percepisce più risorse del Nord?

Adriano Giannola, tra i maggiori esperti di divario Nord-Sud, nel corso della presentazione del nuovo Rapporto Svimez, ha dichiarato: “Grazie al meccanismo della spesa storica, le risorse nel complesso da 10 anni sono ridistribuite con un costante flusso in eccesso di miliardi di euro dal Sud verso il Nord”. 

Andrea Del Monaco, su La Gazzetta del Mezzogiorno (29 luglio 2019) conferma e riporta i dati. Secondo l’economista, i dati presentati dal ministro Stefani riguarderebbero solo la quota regionalizzata della spesa. In pratica, le regioni autonomiste si starebbero basando su dati incompleti. Questa quota sarebbe pari al 43.4 % della spesa dello Stato. Del Monaco si è chiesto cosa ne sia del restante 56.6 %. Se si prende in esame il totale della spesa (quindi spesa non regionalizzabile ed erogazioni a Enti e Fondi) la situazione si inverte.

Tra queste voci ci sono anche la previdenza e il welfare. Anche per queste, le regioni autonomiste chiedono più poteri, però il Ministro ne avrebbe riportate altre in tabella, stando a quanto dettagliatamente riportato da Del Monaco . Tenendo conto di tutto, i numeri sono proprio invertiti rispetto alla vulgata. Natale Cuccurese, in un dossier apparso su Left proprio in queste settimane, scrive che l’intera spesa pubblica pro capite al Sud tra il 2014 e il 2016 è stata 13.394 € pro capite e 17.065 € al Nord. Il Nord riceve 61 miliardi in più col trucco della spesa storica. La proposta del veneto di trattenere il 90 % dei tributi sui territori sottrae al bilancio dello stato 190 miliardi, su 751.