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Il Capitano non è morto

Il dibattito di ieri al senato segnerebbe una sconfitta politica e morale del leader leghista. Siamo certi?

Un Salvini che fino a un paio di settimane fa non ha mai sbagliato una mossa, all’improvviso dà di testa e causa incredibili pasticci al suo partito e a sé stesso, rischiando grosso su tutto il fronte. Non sembra vero. Eppure, così appare. Tuttavia, qualcosa non quadra, staremo a vedere.

Il dibattito di ieri al senato segnerebbe una sconfitta politica e morale del leader leghista. Tuttavia, i contenuti e le argomentazioni utilizzati nel confronto lasciano immaginare una sconfitta del Paese. Ieri è emersa tutta la mediocrità di una classe politica che, in fondo, non ha alcuna idea di dove andare. Quelle accuse reciproche da assemblea condominiale si potevano evitare. Nessuna idea convincente di come fare uscire l’Italia dall’immobilismo economico e sociale in cui si è cacciata a partire dagli albori della seconda repubblica. Salvini ieri non è morto, ferito sì. Per almeno una ragione.

La Lega, in particolare il suo leader, non ha perso per strada il popolo, come invece è accaduto per le altre forze politiche in questi ultimi anni. La Lega ha ritrovato e raccolto per strada un popolo che aveva bisogno di semplificazioni, di entrare in empatia con un capo, di vedere all’orizzonte un uomo forte e semplice. Quel popolo Salvini non lo ha perso. La ferita costa al massimo un 3-4% dei consensi. Quindi? Le forze democratiche hanno bisogno di recuperare quel popolo che hanno perso per strada. L’unico modo per farlo è provare a offrire al Paese un’alternativa credibile al leghismo.

E un’alternativa credibile al leghismo che nasca in parlamento non può fondarsi su tatticismi che siano finalizzati a impedire ad un’altra forza politica (la Lega) di avere un ruolo di governo. Un’alternativa non può nascere contro Salvini, ma deve fondarsi su una prospettiva per il Paese. Nessuno si avventuri in alleanze costruite artificialmente per contrastare “il nemico comune”. Perché quel nemico ha la maggioranza relativa nel Paese.

È evidente, anche dalla cronaca diretta del dibattito di ieri al senato, che Salvini nei luoghi e nei confronti istituzionali appare spaesato. E questo è un segnale pericoloso che disegna il profilo di un uomo che delle istituzioni non ha alcun rispetto e non sa che farsene. Al contrario, trova il suo agio nelle piazze e nelle strade.

Ma non sia questo, e tutta la retorica “dell’uomo fascista”, il motivo, ripeto, per far nascere un governo appoggiato da una maggioranza parlamentare diversa da quella sconfitta ieri.

La bolla leghista va sgonfiata e c’è un solo modo per farlo. Un governo di legislatura che segni una svolta inequivocabile sui temi cruciali del Paese. Un governo che dimostri agli italiani cosa si deve e si può fare per rilanciare l’economia e affrontare la questione ambientale, la questione giovanile, la questione sociale. Un governo che sappia rimettere al centro dell’azione politica la scuola, la cultura, la ricerca le prospettive internazionali, l’Europa, il Mediterraneo, il Mezzogiorno. Niente patti o contratti a scadenza, si farebbe il gioco di Salvini.  Occorre un governo politico, che sia capace di conquistare nel Paese i consensi grazie ai risultati raggiunti. Se questo non sarà possibile, si vada al voto. A quel punto la sfida si sposterà nelle piazze, e sarà dura, molto dura.