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I braccialetti, i raduni di Pontida e altre sciocchezze

Ogni nostro atto è politico. Tanto più in un contesto di imbarbarimento del linguaggio come quello attuale

Cara Direttrice, grazie per aver pubblicato la mia lettera aperta, in cui parlavo dell’esperimento di raccolta differenziata dei libri. Suggerivo di creare una sezione della libreria dedicata alla storia della Basilicata. Farebbe bene a tutti, vista la storia politica recente. Ricordiamocelo: Potenza ha eletto il primo sindaco leghista del Sud Italia. 

Mi è stato rimproverato di essere andata fuori tema. Peggio, di aver polemizzato, dai social, la giornalista Eva Bonitatibus mi chiede conto delle mie parole: “È un elogio cui sono davvero grata in una terra che grata non è. Proprio per questo la parte finale dell’articolo, il riferimento al braccialetto del sindaco, non l’ho trovato pertinente”.

Io non sono una giornalista, non do notizie, ho fatto una riflessione aperta dopo aver saputo della iniziativa culturale cittadina, che mi ha reso felice dopo tanta amarezza.

Mi ha ispirato quel nome. La biblioteca di tutti e per tutti. Una boccata d’aria fresca. Forse sarò una stupida romantica, nella scelta di quel nome ho intravisto un atto di civiltà. Le parole sono importanti. Ho semplicemente fatto una associazione cognitiva. E dalla scelta di quel nome ho costruito il mio ragionamento. Una biblioteca di tutti e per tutti, parole nuove e condivise in un contesto politico-culturale brutalizzato da slogan escludenti.

Sono nata e cresciuta nella città di Potenza e mi fa male ritrovarla come prima città del sud con un sindaco leghista. Un ossimoro. Sentire dal palco di Pontida il sindaco Guarente onorarsi di quel titolo, abusandone, mi ha fatto fare un balzo dalla sedia. E salutare il popolo leghista a nome di tutti i potentini e addirittura di tutta la Basilicata mi ha indignato profondamente. Così come veder sfilare la neofita Dina Sileo con il dress code dalla personalissima camicetta verde che rievoca i principi fondatori della Lega Nord.

La Lega è un cartello politico. Un carro sul quale saltare, perché il vento, nel Paese, spira(va) in quella direzione. Odio, rancore, scherno. Ieri erano i Meridionali, oggi gli immigrati, domani chissà. Basta che nel mirino ci sia un nemico da colpire. Arrivando, in quel di Pontida, a usare la parola “ebreo” come un insulto. E il silenzio dei nostri rappresentanti politici, si è fatto troppo rumoroso. Non è un caso se “la bestia”, quella macchina da guerra che ha infestato la società tutta, è stata tanto efficace. Tanto da permettere al “capitano”, ormai naufragato, di insinuarsi nel nostro senso comune

Io credo che ogni azione è un atto politico, credo romanticamente che anche la cultura possa fare la sua parte per restituire umanità al nostro mondo. Per questo ho associato le due cose.

So che anche il professor Tramutoli ha chiesto conto di quel famoso braccialetto (prima gli italiani) in una seduta comunale, arrivando addirittura a dichiarare di voler uscire dall’aula fin quando il sindaco continuerà ad indossarlo. Voglio ringraziare pubblicamente il prof. Tramutoli che ha restituito, con il suo gruppo di lavoro, dignità alla città di Potenza; con la sua presenza e l’impegno quotidiano a difesa dei valori costituzionali. Il risultato alle urne, con quella manciata di voti, ha minato l’identità della città, così come quei saluti fascisti durante le celebrazioni per la vittoria alle elezioni. Potenza, la prima città del Sud governata da un sindaco leghista. Una cicatrice profonda, che resterà.

Ai tanti che cercano miseramente di giustificarsi, voglio ricordare che il saluto fascista è un reato nel nostro Paese, a differenza della canzone “Bella ciao” che è diventato un inno universale di libertà!

Lo ripeto, ogni nostro atto è politico. Tanto più in un contesto di imbarbarimento del linguaggio come quello attuale. Ragionare non è più permesso, bastano un “ciaone”, dei “bacioni” e dei “cari saluti” per chiudere il dibattito e darsi ragione da soli. 

Non volerlo vedere, o peggio, accusare di far polemica chi osa correlare cultura e politica, è molto grave. Anche questa è una conseguenza del nostro abbrutimento collettivo.

Noi siamo la memoria che impariamo a coltivare, siamo la responsabilità che scegliamo. Senza memoria non esistiamo, senza responsabilità  non si può vivere. 

La Basilicata, scriveva Carlo Levi è una “terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose”. È troppo tardi per liberarcene?

Graziella Salvatore