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Petrolio. La Regione Basilicata tuteli la dignità dei lucani

Trattative in corso. Eni e Total devono cedere sul “minimo sindacale”, altrimenti meglio il caos

Non abbiamo informazioni certe sui contenuti e neanche sull’eventuale esito delle trattative tra la Regione e la Total in vista dell’avvio delle attività estrattive a Tempa Rossa. Neanche abbiamo contezza dei contenuti sulla discussione appena avviata con Eni per il rinnovo degli accordi del 1998 in vista del rinnovo della concessione alla scadenza del 26 ottobre. Una cosa è certa, la Giunta Regionale, ha preferito tenere riservati i termini del negoziato, tenendo fuori dalla discussione l’intero Consiglio Regionale e, naturalmente, l’opinione pubblica lucana. Su questo abbiamo già scritto e non ci ripetiamo. Le informazioni parziali “gentilmente fornite”, a tratti, dal Palazzo ci preoccupano sull’esito dell’accordo con la Total e lasciano immaginare deludenti risultati nelle trattative con Eni. Non si può discutere di soldi e accettare impegni sulla tenuta dei controlli ambientali da chi ha già dimostrato di agire con cinismo militare e nichilismo imprenditoriale in questi decenni.

Sono almeno tre i presupposti fondamentali su cui devono poggiare le trattative: le multinazionali hanno già devastato il territorio in tutta la sua complessità antropologica e ecologica; tra industria petrolifera e salvaguardia dell’ambiente non c’è alcuna compatibilitàtra industria petrolifera, incremento dell’occupazione e sviluppo del territorio non c’è alcuna funzione diretta.

Se dobbiamo continuare ad ingoiare il rospo, per ragioni di Stato, per ragioni di forza maggiore, per tutte le motivazioni legittime e illegittime che si vogliano mettere in campo, è necessario che la delegazione regionale trattante porti a casa almeno il “minimo sindacale”. Il massimo sarebbe che questi signori smontino la baracca, paghino i danni e facciano le bonifiche.

In che cosa consisterebbe il minimo sindacale?  Consentire ispezioni e controlli pubblici sulle quantità estratte che garantisca la verifica della coerenza tra i livelli di produzione dichiarati e quelli verificati. Aumento consistente delle royalties. Un deposito cauzionale per la rimozione degli impianti alla fine della loro vita tecnica e per la bonifica delle aree interessate alle estrazioni. La costituzione di entità legali in loco per la gestione delle estrazioni petrolifere non solo sotto il profilo tecnico ma anche amministrativo con un sistema certificato di transfer price verso i gruppi di appartenenza. Il finanziamento di studi di impatto sanitario, con monitoraggi costanti, realizzati da enti indipendenti individuati dalla Regione in collaborazione con le associazioni ambientaliste organizzate in coordinamento regionale. Consentire l’accesso agli impianti a una Commissione tecnica mista di verifica composta da esperti nominati dalla Regione e dalle Associazioni ambientaliste, con visite a corto preavviso. Obbligo alla bonifica immediata di tutti i pozzi dismessi. Pretendere un sistema di controllo, oltre il rispetto delle norme sugli affidamenti e sulla regolarità contrattuale, sulle imprese dell’indotto finalizzato a evitare infiltrazioni criminali nei subappalti e nell’assunzione di manodopera.

Questo è il minimo che bisogna pretendere da gente di cui non ci si può assolutamente fidare. Quello che dovrà fare la Regione in seguito e ciò che avrebbe dovuto già fare, è tutta un’altra storia. Ne riparleremo. Intanto, non ci resta che aspettare.