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Tangenti in Basilicata. L’imprenditore Vito Matteo Barozzi pagò il pizzo alla ‘ndrangheta

Coinvolto nell’inchiesta sul presunto sistema di corruzione lucano, è stato già al centro di altre vicende giudiziarie

Tre misure cautelari sono state eseguite a Potenza, nella mattinata di ieri, nell’ambito di una inchiesta della Procura su un presunto sistema di corruzione che vede coinvolti politici, imprenditori e un finanziere.

Ai domiciliari l’avvocato Raffaele De Bonis, accusato di aver corrotto un sottoufficiale della Guardia di Finanza, Paolo D’Apolito (finito ai domiciliari) che gli avrebbe fornito informazioni riservate su alcuni imprenditori.

Ai domiciliari anche Biagio Di Lascio, segretario dell’ex governatore lucano, Marcello Pittella, indagato anche lui. La polizia ha perquisito la casa e l’ufficio dell’ex governatore acquisendo telefonino, computer e altra documentazione.

Questo primo ed iniziale filone d’indagine ha consentito di delineare un quadro indiziario a carico degli indagati, in relazione a condotte di corruzione, corruzione in atti giudiziari, traffico illecito di influenze, reati commessi in un più ampio contesto di collusioni con Pubblici Ufficiali, capace di condizionare l’attività amministrativa della Regione Basilicata e di altre Pubbliche Amministrazioni.

In particolare sono emerse dazioni di denaro dell’avvocato De Bonis, in favore degli altri due indagati vuoi per ottenere, da D’Apolito, informazioni riservate, da utilizzare per scopi privatistici, vuoi per ottenere, da Di Lascio, le necessarie garanzie per condizionare lo sviluppo di procedimenti amministrativi riguardanti una società facente capo all’imprenditore pugliese Vito Barozzi.

In sostanza -spiega la Procura- De Bonis, oltre alla normale attività di assistenza legale nelle fasi contenziose, era divenuto il referente ed il tramite con le Pubbliche amministrazioni di una vasta cordata di imprenditori, fra i quali Barozzi Vito Matteo, amministratore della società Cobar S.p.a., già beneficiaria di un appalto di circa 100 milioni di euro in Basilicata, che si sarebbe rivolto, in più occasioni, proprio all’avvocato potentino per i diversi “affari” da portare a termine in Basilicata e non solo.

Chi è Vito Barozzi, amministratore della Cobar?

La Cobar spa è un’azienda, sede a Altamura, con 200 dipendenti e 30 anni di storia., fondata dal geometra Vito Matteo Barozzi 62 anni, altamurano.

Nel 2008, per 13 milioni di euro, Cobar S.p.A. vince l’appalto per il restauro del Museo Nazionale di Reggio Calabria. Un’opera inserita nel programma per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità di Italia e completata molto dopo a causa dei costi complessivi che sono lievitati fino a superare i 30 milioni. Per quel lavoro Barozzi ha pagato il pizzo alla ‘ndrangheta, non ha denunciato i suoi estorsori e non si è costituito parte civile nel processo contro la cosca De Stefano. In Calabria, infatti, a Barozzi la ‘ndrangheta impose i suoi operai e, come ammesso dallo stesso Barozzi davanti agli investigatori della Dda, una serie di mazzette: “Tra 150 e 200mila euro”. Una verità saltata fuori solo dopo la deposizione di un pentito. In questi casi il codice degli appalti era chiaro: va escluso chi «pur essendo stato vittima di concussione o estorsione, non risulti aver denunciato i fatti all’autorità giudiziaria».

Nonostante tutto, nel febbraio 2017, il ministero dei Beni culturali affida alla Cobar uno dei più importanti appalti su Roma: il restauro del Colosseo e il consolidamento delle strutture della parte ipogea. E anche questo appalto finisce nella bufera tra ricorsi e fari accesi dell’Anac.

Nel passato dell’amministratore unico della Cobar, Vito Barozzi, ci sono il restauro del teatro Petruzzelli a Bari, di quello di Palazzo Barberini a Roma, della “Scala del Mascarino” e della “Fontana dell’Organo” al Quirinale. I lavori del Petruzzelli finirono in una bufera giudiziaria.

Vito Matteo Barozzi non è un nome qualunque. È lo stesso – per quanto nessuno abbia mai messo in dubbio la sua correttezza – più volte citato nelle carte di un’altra inchiesta importante, quella sulla «Cricca» di Anemone e Balducci: la sua società risulta infatti aver partecipato ad uno degli appalti finiti nel mirino delle procure di Firenze e Perugia. Si tratta delle mani sui cantieri della Protezione civile.

Emergono, infatti, rapporti tra Barozzi e Anemone per i lavori del G8. Il 17 luglio 2008  la Cobar, entra nella «Consortile Maddalena» con l’Anemone Costruzioni di Luciano Anemone e con la Cira S.r.l. di Roma. Alla «Consortile» verrà affidato il quarto lotto degli interventi infrastrutturali e complementari per il G8, ovvero il palazzo delle conferenze e l’area delegati. Secondo gli investigatori di allora, i primi contatti tra Barozzi e Anemone risalirebbero ai primi mesi del 2007: Cobar sarebbe entrata nel Consorzio solo perché l’impresa Anemone non aveva i requisiti necessari per ottenere l’affidamento dei lavori. Un favore, insomma. Fatto per ricambiare, questa l’ipotesi degli investigatori, un aiuto nell’appalto per il Petruzzelli.

Il nome di Barozzi, – scrive il FattoQuotidiano – è finito nelle carte dell’inchiesta “Cumbertazione”. Pur non essendo indagato, infatti, Barozzi è stato intercettato nel 2013 con l’imprenditore di Gioia Tauro Francesco Bagalà, accusato di associazione mafiosa e definito dagli inquirenti “punto di riferimento della cosca Piromalli”. Ritornando al restauro del Colosseo, la Cobar ha vinto l’appalto come società mandataria del raggruppamento di imprese di cui fa parte anche la S.A.C. Spa, un’azienda romana il cui titolare è Emiliano Cerasi, arrestato nell’operazione “Dama Nera 2” per corruzione e turbativa d’asta in concorso con alcuni dirigenti dell’Anas ai quali aveva consegnato una mazzetta di 10 mila euro per essere favorito nell’appalto per i lavori della Statale 260 Picente Dorsale Amatrice-Montereale-L ‘Aquila.

La Cobar è associata alla Confapi di Matera ed è ritenuta un fiore all’occhiello dell’edilizia italiana.  La Cobar, infatti, classificatasi tra le prime 20 aziende italiane del settore costruzioni attive nell’edilizia privata e al primo posto nel Centro-Sud, – si legge in un comunicato diffuso da Confapi Matera nel gennaio scorso – ha compiuto un piccolo miracolo in piazza della Visitazione (nomen omen) realizzando in soli 4 mesi la nuova stazione delle Ferrovie Apulo Lucane, Matera Centrale.

Progettata dall’architetto Stefano Boeri e appaltata dalle FAL per 6,5 milioni di euro, la stazione si presentava come un lavoro complesso, da realizzare entro il 19 gennaio in occasione della visita del Presidente della Repubblica; e così è stato. Il 19, in concomitanza con l’inaugurazione dell’anno della capitale europea della cultura, il primo treno e i primi viaggiatori sono arrivati a Matera Centrale.

Oggi la Cobar è nel mirino della Procura di Potenza per l’aggiudicazione dell’appalto da 100 milioni di euro per la realizzazione dei lavori dello Schema idrico Basento Tronco di Acerenza. Sarebbe stata pagata una tangente per sbloccare i pagamenti dei lavori in variante già eseguiti dall’azienda di Barozzi.

Così si esprime l’Autorità anticorruzione nel giugno del 2018 in relazione a “Progettazione esecutiva ed esecuzione dei lavori di realizzazione del progetto “Schema idrico Basento- Bradano. Tronco di Acerenza – distribuzione III lotto”. Importo finanziamento 101.768.337 Euro” :  “Il procedimento realizzativo dell’opera, che dal punto di vista tecnico costruttivo si presenta in avanzato stato di esecuzione e per il quale si auspica la conclusione in tempi brevi, dal punto di vista amministrativo è stato gravato da anomalie che hanno, fino ad oggi, portato ad onerosi extra costi in termini di riconoscimento di riserve all’impresa ed interessi per ritardati pagamenti.”

L’Anac, inoltre, riscontrava diverse anomalie, tra le quali “risulta essere stato posto in gara un progetto definitivo deficitario e non conforme alla normativa tecnica al tempo vigente, inottemperante dunque ai dettami dell’art. 24 e seguenti del DPR 207/10. Il progetto definitivo, prima di essere posto in gara, non è stato validato da struttura accreditata”;  “le varianti strutturali apportate in sede di esecutivo, pur necessarie per la realizzazione dei lavori, sono da ritenersi non legittime ai sensi del codice dei contratti e di quanto specificatamente previsto all’art. 169 del DPR 207/10, atteso che la Stazione Appaltante aveva avuto contezza delle suindicate carenze ben prima dell’avvio dell’appalto.”