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Quando cadde il muro di Berlino e il capitalismo si preparava alla gloria

Il racconto del mio viaggio nella città tedesca due anni dopo il crollo della barriera

Andai a Berlino due anni dopo la caduta del muro, nel 1991. La barriera di cemento e filo spinato era ancora lì quasi intatta in molti punti della città. Visitai la zona est e fu inevitabile il confronto con il lato occidentale della metropoli. Rimasi sconvolto dall’architettura di quei palazzi grigi, tristi, tutti uguali dell’immediata periferia. Quelle auto vecchie e scoraggianti, malandate, parcheggiate ai bordi delle strade. Persone che chiedevano l’elemosina e altre che, per dignità, vendevano uova e mele sistemate alla meglio sui marciapiedi. Un terribile contrasto visivo, emotivo nel confronto tra est e ovest mi addolorava, quasi fisicamente. Il colore grigio, la scarsità di luci, quell’odore di cemento umido, ti portavano in un mondo con l’orologio fermo agli anni ’50.

Ricordo le lunghe discussioni con Rolf Lindeman, ex professore di scienze politiche che per sua scelta aveva cambiato mestiere. Faceva il clown, il tassista, il panettiere. Lui era un cittadino dell’ovest molto sensibile alla tristezza dell’est. Ma era anche un sognatore, di quelli che volevano il superamento della società capitalistica e consumistica e desideravano un mondo comunitario fatto di pace e di amore tra gli esseri umani. Un mondo frugale. Ci ha provato, si è trasferito qualche anno dopo, nell’Italia che amava follemente, nel Salento. Ha fondato la Comune Libertaria di Urupia, nelle campagne di Francavilla Fontana. Abbiamo perso i contati, per colpa mia, ormai da oltre 20 anni. Nel 91 io avevo 30 anni, Rolf quasi 50. Discutevamo sulla necessità di una nuova rivoluzione che andasse oltre la sbornia della caduta del muro. Quella sbornia “necessaria ma pericolosa sul lungo periodo”. Tra i valori simbolici del muro crollato c’era il capitalismo. Ed era ciò che più di ogni altra cosa preoccupava Rolf. E anche me. L’idea che il capitalismo fosse meglio del comunismo lo spaventava. Perché né l’uno né l’altro potevano garantire un mondo migliore.

Nessuna nostalgia del Muro. Quel crollo ha simboleggiato la sconfitta di un errore della storia. Tuttavia, e qui il ragionamento critico su cui discutevamo, avrebbe potuto simboleggiare la vittoria e la gloria di un altro errore della storia: il capitalismo.

Eravamo convinti che negli anni successivi, rotte le acque della guerra fredda, il capitalismo più rapace avrebbe conquistato i paesi dell’est e la stessa traballante Urss, e sarebbe diventato più rapace anche in occidente. La sconfitta di un’ideologia – comunista – avrebbe favorito un’altra ideologia, quella capitalistica. E così è andata. Rolf all’epoca cercava una terza via, utopica, l’ha trovata con la testimonianza della sua Comunità. Una testimonianza che – era la mia critica alla sua iniziativa – non avrebbe spostato di un millimetro la direzione della Storia.

Il Muro doveva cadere. Su questo non c’è dubbio. E quel crollo dimostra un’altra verità storica: gli steccati non sono mai una soluzione, anzi sono sempre causa di sofferenze, anche atroci e di tragedie umanitarie. Quel crollo dovrebbe insegnare a tutti che nessun muro deve essere costruito per separare idee, convinzioni, desideri, vite umane. Oggi assistiamo a risvegli di fantasmi ideologici che si richiamano a una cultura della separazione, della segregazione, dell’odio, della morte. Segno che altri muri crescono nella testa di individui, gruppi e movimenti politici. I fabbricatori di muri sono sempre all’opera, non bisogna mai abbassare la guardia.