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Ex Ilva. Chi storce il naso contro la nazionalizzazione sbaglia foto

Tutti i fallimenti nella gestione degli asset pubblici prima e delle privatizzazioni dopo, hanno un unico responsabile: la politica e i suoi leader negli ultimi 50 anni

ArcelorMittal (Armit per brevità) minaccia la ritirata. A parte la cattiva gestione della partita da parte dei governi, esistono ragioni oggettive che una qualsiasi azienda “razionalmente” non potrebbe affrontare. La situazione dell’impianto è più complicata di quanto appaia. C’è il provvedimento della magistratura che obbliga l’ottemperanza di alcune prescrizioni relative all’alto forno 2 che, secondo Armit non sarebbe possibile, neanche per gli attuali commissari, rispettare entro la data del 13 dicembre prossimo. Tra le righe della nota inviata al Governo, Armit lascia intendere che anche gli attuali alti forni in funzione presentano gli stessi problemi di sicurezza del numero 2. I lavori di messa a norma e sicurezza sarebbero costosissimi e avrebbero richiesto interventi programmati e monitorati nel corso degli anni. Ciò non è avvenuto. Anche per causa dei governi che hanno preferito nascondere la polvere sotto il tappeto per troppo tempo. L’impianto è ancora in balia di numerose carenze ed emergenze. Mancano requisiti minimi fondamentali di prevenzione e sicurezza e il cronoprogramma dell’Autorizzazione integrata ambientale è in alto mare.

L’acciaieria tarantina è dunque una patata bollente che Armit prova a raffreddare passandola nelle mani del Governo. Il teatro dei rimpalli di responsabilità a cui assistiamo in queste ore, da destra a sinistra, gli esponenti politici potevano anche risparmiarcelo. Tuttavia, siamo in Italia, il Paese dove le responsabilità non sono mai di nessuno. E quando bisogna attribuirle a qualcuno il capro espiatorio è sempre a portata di mano.

Tornando al punto, l’impianto di Taranto è un detonatore sociale, una bomba economica e finanziaria, una tragedia produttiva. Chiuderlo, sarebbe la soluzione migliore, ma la più costosa delle soluzioni possibili. Rilanciare la partita con Armit significherebbe cedere su punti cruciali. Non sarebbe da escludere una valutazione non solo politica che verifichi la praticabilità di una nazionalizzazione dello stabilimento. Nazionalizzazione vera, senza ipocrisie come avvenuto con Alitalia che è “nazionalizzata” di fatto, almeno nei costi e nelle perdite.

E a quelli che, quando si parla di nazionalizzazione, gridano allo scandalo e ricordano la storia dell’Iri, diciamo che sbagliano. Loro ci dicono che non è stato sbagliato privatizzare gli asset pubblici, ma è stato sbagliato il modo con cui è avvenuta la privatizzazione. A loro possiamo dire la stessa cosa per quanto riguarda la nazionalizzazione. Non è sbagliato nazionalizzare è sbagliato il modo con cui è stato ed è gestito il patrimonio pubblico. Abbiamo svenduto gli ori di famiglia a privati che si sono arricchiti in un Paese che si è impoverito. Non tutto è nazionalizzabile, è vero, ma va fatto ciò che si può fare. Le autostrade sono l’esempio di come abbiamo privatizzato: noi – contribuenti – le abbiamo realizzate e pagate, i Benetton hanno incassato i profitti della gestione (o mala gestione, come qualcuno ritiene).

All’ex Ilva i danni sociali ed economici sono sempre stati a carico dello Stato, i profitti no. Ripensare forme di nazionalizzazione finalizzate immaginando metodi di gestione e un management all’altezza delle sfide del mercato e della sostenibilità sociale e ambientale richiede certo una classe dirigente politica in grado di assumere la centralità dell’interesse pubblico e generale. Perché diciamocelo, tutti i fallimenti nella gestione degli asset pubblici prima e delle privatizzazioni dopo, hanno un unico responsabile: la politica e i suoi leader negli ultimi 50 anni.