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Ex Ilva di Taranto: un altro futuro è possibile con l’alleanza fra lavoratori e cittadini

Medicina democratica: "Per scelte strategiche nel segno di un radicale cambiamento dei processi produttivi"

Solo l’alleanza di lavoratori e cittadini può determinare una soluzione condivisa per il futuro della produzione di acciaio nella ex Ilva di Taranto, basata sul cambiamento radicale dei processi produttivi”-ha dichiarato Marco Caldiroli, presidente nazionale di Medicina Democratica, richiamando le conclusioni della Conferenza Nazionale di Taranto “Salute e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro” del 13 aprile, a cui hanno partecipato le associazioni locali ed esperti di livello nazionale. “L’obiettivo fondamentale- ha aggiunto- deve essere una riconversione produttiva che garantisca i livelli occupazionali, la tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini e un ambiente salubre”.

La riduzione produttiva, richiesta da Arcelor, infatti, non solo taglierebbe 5.000 posti di lavoro, mettendo in ginocchio migliaia di famiglie e un intero sistema economico e sociale, ma non garantirebbe nemmeno una riduzione dell’inquinamento, in quanto non accompagnata da interventi di bonifica dei luoghi di lavoro e del territorio, indispensabili e indifferibili, le cui gravissime conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Lo attesta anche la recentissima vicenda dell’operaio licenziato per aver denunciato la presenza di amianto in fabbrica, evidentemente mai smaltito, secondo quanto invece prescrive la Legge 257 del ’92, che ha sancito la cessazione dell’utilizzo dell’amianto sotto qualsiasi forma. Questa vicenda ha riportato in primo piano la tragedia dei morti causati dall’amianto all’ex ILVA, per cui si attende ancora la sentenza definitiva, una storia processuale iniziata quasi dieci anni fa e per cui nessuno ha ancora pagato. “Quella dei morti a causa dell’amianto all’ex ILVA di Taranto – ha aggiunto Caldiroli, è infatti un aspetto drammatico e specifico di una situazione generale che vede la provincia di Taranto detenere un ben triste primato con il primo posto fra tutte le 107 provincie italiane per decessi causati da malattie professionali: 548, per l’esattezza fra il 2013 e il 2017, come abbiamo denunciato nel Convegno dello scorso aprile”.

Riteniamo- ha concluso Caldiroli- che la riconversione produttiva debba utilizzare le migliori tecnologie disponibili, eliminando il carbone dal processo e introducendo cicli di produzione avanzati e a basso impatto, che garantiscano innanzitutto la sicurezza sul lavoro, che sarebbe invece gravemente compromessa con il mantenimento della “immunità penale”. Contestualmente va attuata una seria bonifica del territorio e sostenute scelte produttive, con l’obiettivo di svincolare l’economia locale dalla “monocultura” dell’acciaio. Se per questo passaggio necessita un intervento dello Stato, per indirizzare il cambiamento e garantire il reddito dei lavoratori, ben venga, anche per saldare il debito pregresso con la comunità locale, che ha già pagato abbastanza, purché gli obiettivi siano chiari, rigorosi e condivisi. Non può esistere un posto di lavoro “garantito” dall’essere nocivo per i lavoratori e inquinante per i residenti. L’esigenza e il diritto costituzionale a un ambiente di lavoro sicuro e una ambiente di vita salubre vanno di pari passo e sono nell’interesse della intera popolazione.