Basilicata24 - Il quotidiano online di inchieste, approfondimenti e notizie di politica, cronaca, economia, cultura, ambiente, sport - Il quotidiano online della Basilicata dedicato a notizie di politica, cronaca, economia, cultura, sport

I lucani non hanno alcuna idea della Basilicata

Per non morire di mediocrità si sopravvive di ipocrisia. Siamo traditori di noi stessi. Minacciati da un brutto destino, incapaci di guardarci negli occhi

I dati socio-demografici sono drammatici. Nascono sempre meno bambini e aumentano i decessi. Il saldo naturale negativo cresce costantemente e pesantemente dal 2012. I trasferimenti di residenza in altri Comuni e all’estero sono in aumento, solo nel 2018 quasi 10mila persone sono state cancellate dall’anagrafe di provenienza verso altri Comuni e per l’estero. Dal 2001 al 2018 la popolazione è calata di circa 40mila unità. Il trend di spopolamento sembra irreversibile. Il rischio di tornare ai livelli del decennio 1901-1911 è molto forte. Senza i 23mila stranieri residenti la situazione sarebbe ancora più drammatica.

Se la tendenza rimane costante, entro i prossimi 30 anni perderemo circa 70/80mila abitanti. L’indice di vecchiaia è passato da 118,9 del 2002 a 193,2 del 2019. Ciò vuol dire che ci sono 193 anziani ogni 100 giovani. L’indice di ricambio della popolazione attiva è passato da 85,7 del 2002 a 137 del 2019. Ciò vuol dire che la popolazione in età lavorativa è molto anziana. L’indice di natalità era 9,2 nel 2002 ed è 6,6 nel 2018, mentre l’indice di mortalità era 9,2 nel 2002 ed è 11,1 nel 2018. Ciò vuol dire che c’è più gente che muore di quella che nasce.

Se questi ed altri indicatori manterranno un trend negativo costante, i bambini che nascono oggi, quando avranno 30 anni, nel 2049, si troveranno a vivere in una regione sotto i 500 mila abitanti, e molto più vecchia di oggi.  Sempre che questi ragazzi del futuro decidano di rimanere nella loro terra e sempre che il trend sia costante. Tuttavia, a vedere ciò che si muove intorno, mi pare che questa ipotesi sia troppo ottimistica.

Sullo sfondo di questi dati un’economia fragile, con un Pil appeso alle performance dell’industria petrolifera e dell’automobile. Un’agricoltura che – a parte le nicchie di eccellenza – perde complessivamente valore.

Non voglio farla lunga sui dati relativi alla povertà e alla povertà educativa, quelli sulla produzione e sul consumo di cultura e sull’analfabetismo funzionale, drammatici anche quelli. Ci basta il trend demografico degli ultimi 15 anni per renderci conto della gravità delle condizioni in cui versa la regione. Neanche è il caso di attardarsi nel confronto con le altre regioni. La condizione lucana è questa, punto.

I dati – soprattutto la tendenza di crescita degli indicatori negativi – dovrebbero far riflettere non solo la politica, ma i lucani. Anzi è necessario allarmarsi. E se la politica è in affanno nell’affrontare questa emergenza socio-demografica spetta a noi lucani l’onere della sfida e invertire la rotta del destino.

A parte la retorica dei partiti e dei loro esponenti, la sensazione è che le condizioni della Basilicata fotografate dai dati socio-economici e demografici siano prese troppo sottogamba non solo dalle istituzioni locali ma dagli stessi cittadini.

Una regione che non pensa. La testa confusa e il cuore malato

Non esiste un senso comune di appartenenza al territorio nella sua totalità regionale. Sono ancora troppo marcati i campanilismi, gli egoismi e le lotte interne alle diverse comunità locali tra fazioni di interessi. La regione appare invasa da dinamiche corporative materialistiche evidenti non solo tra categorie economiche ma persino al loro interno. Lo stesso vale per l’associazionismo sociale, professionale e culturale. Tutti aggregano per dividere, magari inconsapevolmente. Costruire una cultura dei beni comuni in una società eccessivamente – e devo dire grossolanamente – corporativa e conflittuale è davvero complicato. Costruire un senso comune intorno all’interesse generale, in queste condizioni, appare un’impresa complicata. Prendiamo la scuola. Avete mai visto commercianti, agricoltori, imprenditori e le loro associazioni fare una battaglia per il miglioramento delle condizioni degli edifici scolastici? E avete mai visto cittadini, insegnanti, commercianti, avvocati, artigiani partecipare a una manifestazione per sostenere gli agricoltori? Avete mai visto cittadini affiancare nei presidi gli operai licenziati o a rischio di licenziamento? Avete mai visto un’associazione che contrasta la violenza sulle donne collaborare con un’altra che fa la stessa cosa? Ognuno il suo, dappertutto funziona così. Come se i problemi dell’agricoltura riguardassero gli agricoltori e i problemi della scuola riguardassero gli insegnanti i genitori e i bambini. Come se i problemi ambientali riguardassero gli ambientalisti e quelli economici le famiglie e le imprese – tra l’altro da punti di vista diversi.

Tutti i temi non legati ad aspetti squisitamente economici e materiali, sono marginali non solo nel dibattito pubblico ma nelle preoccupazioni della maggior parte dei lucani. Un esempio per tutti: la povertà educativa, questa cenerentola.

La diffidenza e la decadenza

Esiste dunque un problema di cittadinanza e di qualità della cittadinanza. La partecipazione alla vita pubblica assume connotazioni privatistiche nella misura in cui tutto è riconducibile all’interesse della propria categoria economica o sociale. Perciò agiamo non come cittadini che rispondono a un interesse generale ma come agricoltori, insegnanti, commercianti, disoccupati, operari, avvocati, genitori, pensionati, precari, impiegati e così via, che rispondono a un interesse corporativo o personale. Dentro questa dinamica si verifica un consumo eccessivo di capitale di fiducia e si riducono gli spazi di produzione di quel capitale. La sfiducia tra corpi economici e sociali separati tra loro e al loro interno riduce gli spazi dello scambio materiale e immateriale. Siamo diffidenti. E la diffidenza è una variabile della decadenza sociale ed economica.

La società lucana dunque si presenta e si rappresenta come una somma di interessi particolari che non assume alcun valore olistico. Siamo una popolazione, non un “popolo”. Una popolazione che persegue, nei suoi mille orticelli separati gli uni dagli altri, obiettivi egoistici di scarsa portata e senza stimoli per lo sviluppo generale.

I lucani non hanno alcuna idea della Basilicata. È questo il punto. La retorica di come siamo belli, originali, briganti, resistenti e resilienti, non fa del bene. Siamo mediocri e ipocriti. Mediocrità e ipocrisia di una base sociale di pseudo-cittadinanza che produce mediocrità e ipocrisia nelle istituzioni dove i vertici politici sono lo specchio di chi li elegge. Un capitale sociale civile qualificato genera istituzioni qualificate. Questo principio in Basilicata è inesistente tanto da rovesciare la piramide del potere che anziché ascendere dalla base al vertice discende dal vertice alla base.

E in questa piramide del potere si insinuano costantemente altri poteri subdoli, oscuri, malavitosi.

Senza peccato e senza redenzione?

Scusate la severità della critica ma questa nostra terra solo narrata e mai letta dai suoi stessi abitanti, è sotto la minaccia di un brutto destino. Senza peccato e senza redenzione? Lo era Aliano ai tempi del Cristo si è fermato a Eboli. Oggi l’intera regione è una terra peccatrice che non vuole o non sa redimersi. I vizi si confondono con le virtù attraverso la rassegnazione alle consuetudini. Clientele, favoritismi, corruzione, egoismi piccoli e grandi sono tollerati. E persino la violenza sulle donne è giustificata. La partecipazione è presenza priva di sostanza, di condivisione, di responsabilità. Il nero non è stimolo alla ricerca di chiarezza e limpidezza, ma lutto. Il rosso non è passione e stimolo alla reazione, ma sangue sparso nelle contrade del petrolio, dove la gente si ammala e muore nell’indifferenza degli altri. Tutti i colori assumono una luce sfocata nella falsa modernità di una regione che non sa dove vuole andare. Attraversando i paesi destinati a morire scorgi una lentezza impazzita che si muove su se stessa e avverti l’inerzia del pensiero. Dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose. 

Dove sono gli intellettuali veri, quelli che picchiano sulle ferite per consegnarle alla memoria? Dove sono gli intellettuali veri, quelli che scavano nelle coscienze per tracciare percorsi di emancipazione? Dopo Carlo Levi, Rocco Scotellaro e Tommaso Pedio il nulla. Le condizioni attuali della Basilicata sono un intrecciarsi di miseria civile e culturale, di debolezza delle basi materiali dell’economia, di cinismo politico e sociale dei circoli chiusi a chiave. In questo intreccio, i cosiddetti intellettuali e i media continuano a tessere il velo nel quale si avvolge la miseria.

Ricominciare dagli abbracci

Riflettiamo sulle condizioni attuali della Basilicata perché conservano i semi del futuro, semi del male e del bene. Non giriamo la testa dall’altra parte, non abbassiamo lo sguardo nel cammino. Smettiamola di essere traditori di noi stessi. Chi può vada al presidio di quell’azienda ad esprimere solidarietà agli operai. Chi può vada alla manifestazione dei pensionati, e i pensionati vadano a solidarizzare con gli infermieri licenziati e gli infermieri vadano a sostenere la battaglia degli studenti contro l’inquinamento. Questa regione deve imparare ad abbracciarsi a riconoscersi a pensare. E mettiamoci del coraggio quando ci guardiamo negli occhi. Quei dati socio-demografici sono drammatici.