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Petrolio. I conti in tasca all’Eni e le pezze sul sedere dei lucani

La multinazionale distribuisce profitti record agli azionisti, mentre la Basilicata divide miseria

L’Eni e tutte le industrie predatorie, hanno imposto alla Basilicata un’economia senz’anima e una “crescita” senza identità. In tal modo la crescita è diventata sottosviluppo e l’economia si è trasformata in cortocircuito collettivo.

I conti in tasca all’Eni

Gli azionisti di Eni sono 258.395, individuati sulla base delle segnalazioni nominative relative ai percettori del saldo dividendo dell’esercizio 2018. Il 30% delle azioni sono di proprietà di Cassa Depositi e Prestiti (25,76%) e del Ministero del Tesoro (4,34%).

Il 70% delle azioni è in mano a investitori istituzionali (58%) e investitori retail (11% circa). Il 55% circa dell’azionariato è distribuito tra Usa, UK, Canada e Europa. L’azionariato è frazionato con oltre il 63% del capitale nelle mani di 101 azionisti su 258.395. Oltre il 45% del capitale è detenuto da 17 azionisti.

Insomma, il controllo pubblico di Eni, e la sua identità nazionale, sono una favola sul piano sostanziale, una verità sul pianto formale. In fondo, è una multinazionale. Tuttavia, essendo una Società per azioni, a parte la missione dichiarata, il suo scopo preminente è la remunerazione del capitale azionario. E lo scopo può essere raggiunto in un solo modo: fare utili e garantire un profitto agli azionisti.

Il dividendo nel 2018 è stato di 0,83 euro per azione.  Ciò vuol dire che i soli azionisti stranieri avrebbero incassato profitti per 1 miliardo e 600 milioni di euro, mentre gli azionisti Cassa depositi e Ministero del Tesoro avrebbero incassato 907 milioni di euro. La somma dei dividendi al totale degli azionisti nel 2018 è stata pari a oltre 3 miliardi di euro. Negli ultimi cinque anni 2014-2018 il Gruppo ha pagato dividendi per 16,2 miliardi. Ha ridotto l’indebitamento finanziario netto di oltre 8 miliardi e chiuso il bilancio 2018 con un utile operativo lordo di 11,24 miliardi.

Nel periodo 2016-2018 Eni ha registrato un aumento della produzione di petrolio e gas naturale; quintuplicato l’utile operativo lordo; ha ridotto gli investimenti tecnici di circa 1,3 miliardi e ridotto l’indebitamento netto di oltre 6 miliardi.

Le pezze sul sedere della Basilicata

Uno dei principali asset produttivi di Eni nel mondo è in Val d’Agri, la concessione più importante in Italia. E ciò che preoccupa la multinazionale in Basilicata sono le ricadute sui profitti, la reputazione e i costi associati ai remediation plan, per causa delle questioni legate ai rischi ambientali e alla tutela della salute delle comunità. Questo vale anche per Total, ma ne riparleremo.

Dunque, a questi progressi economici e finanziari della multinazionale e ai succulenti profitti degli azionisti corrisponde una realtà territoriale lucana completamente opposta. L’economia della Val d’Agri – come ormai tutti sanno – appare senza speranza. I giovani emigrano, le aziende agricole chiudono, i dati sull’occupazione sono penosi. E come se ciò non bastasse, quell’area è sottoposta a continui stress ambientali e a rischi, ormai certificati, per la salute delle comunità locali. Il quadro andrebbe allargato a tutta la Basilicata, regione tra le più povere del paese, con scarse performance di crescita, limitate agli indicatori, appese al filo dell’industria automobilistica ed estrattiva, e con processi di sviluppo completamente disattivati.

Se Eni distribuisce 16,2 miliardi dividendi agli azionisti nel periodo 2014-2018, la Basilicata nello stesso periodo perde circa 10mila residenti, con punte negative proprio in Val d’Agri. E mentre Eni chiude il 2018 con 11,24 miliardi di utile operativo lordo e con un aumento della produzione, la Basilicata, tra un capodanno e l’altro chiude con una flessione nella produzione agricola, con una riduzione del numero di occupati e con un dato sostanzialmente invariato dell’indice di povertà relativa. E diamo per scontati tutti gli altri dati che ormai dovrebbero essere noti a tutti, compresi quelli sulle performance della Pubblica Amministrazione che ci vedono tra gli ultimi in Europa.

Tra produzione, volume di ricavi, vantaggi fiscali, la Basilicata è una delle “mangiatoie” più interessanti del mondo non solo per Eni.

La sintesi è: Eni ingrassa e la Basilicata dimagrisce. Ovvietà. Tuttavia, la domanda è: sono i soldi il vero problema? Cioè, la Basilicata è ridotta con le pezze sul sedere per causa dell’avarizia delle compagnie petrolifere?

Il danno peggiore provocato dall’industria esogena predatoria

A parte il denaro, che è sempre utile, purché lo si sappia utilizzare nel quadro di intelligenti strategie di sviluppo – cosa per altro mancata nel tempo – il problema vero è un altro. Chiedete pure più risorse a Eni e Total, è il minimo che si possa fare, ma questo non garantisce nulla sul piano dello sviluppo. L’esperienza ultradecennale dell’uso sconsiderato da parte della politica delle risorse miliardarie provenienti dall’Europa e dai ristorni petroliferi, ci invita alla cautela.

Il problema è strutturale e riguarda la capacità non solo della politica di dare o ridare un’identità allo sviluppo della Basilicata, in una logica avanzata capace di sfidare la cultura industrialista predatoria di cui la regione è stata ed è vittima.

L’industrializzazione esogena, dalla Val Basento a Tito, dalla Val d’Agri alla Valle del Sauro, non solo ha generato disastri economici ma – come sappiamo – ha provocato tragedie sociali.

Tuttavia, e qui voglio arrivare, esiste un altro danno gravissimo che nessuno credo abbia mai notato. A pensarci bene la Basilicata è stata vittima anche di un cortocircuito del pensiero collettivo e dell’azione imprenditoriale locale. Il corto circuito storico dovuto all’innesco di corpi estranei – industria esogena e i suoi aloni di influenza – ha inceppato potenziali processi di sviluppo alternativo incardinati negli asset identitari del territorio.

Matera, è un esempio di incardinamento del patrimonio storico-paesaggistico- culturale- antropologico su processi di sviluppo in altri settori quali il turismo, le tecnologie avanzate, l’enogastronomia e così via. Castelmezzano, Pietrapertosa e altri pochi Comuni sono un esempio in scala più ridotta di questo possibile incardinamento. Un impianto petrolchimico a ridosso dei Sassi non avrebbe mai permesso il percorso che ha portato la città alle performance odierne.

Negli anni, al contrario, le nostre risorse naturali e il patrimonio identitario (boschi, acqua, agricoltura, storia, beni culturali e architettonici, tradizioni e così via) hanno perso valore mentre qualcun altro li consumava in funzione dell’industria di derivazione esogena. Prendiamo una verità inconfutabile ad uso metaforico per spiegare meglio il concetto di consumo del patrimonio identitario: per produrre un barile di petrolio occorrono 8 barili di acqua. Consumo una risorsa, sempre più scarsa, di grande valore identitario e collettivo (bene pubblico) per generare un prodotto di grande valore privato a beneficio degli azionisti.

Dunque, l’industria esogena, predatoria, estranea alle vocazioni territoriali, specie quella estrattiva, oltre ai danni noti e continuamente ribaditi in tutte le salse, ha impedito il dispiegarsi di potenziali alternative di sviluppo più sostenibili e più legate all’identità dei luoghi; ha frenato, se non bloccato, investimenti alternativi nelle produzioni “pulite”; ha creato un cortocircuito mentale nell’approccio dei lucani all’economia del territorio, per cui l’industria e la grande industria esogene, il petrolio e la petrolchimica creano valore, progresso, occupazione. Nulla di più falso, soprattutto se ne osserviamo gli sviluppi nel lungo periodo. L’azione predatoria non riguarda soltanto le risorse naturali e ambientali, la salute delle persone, ma anche e in molti casi soprattutto gli archetipi antropologici, l’approccio alla vita, la cultura delle popolazioni. I predatori hanno bisogno di impadronirsi, per manipolarlo, del pensiero collettivo.