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Petrolio, Total. I lucani, l’elemosina e le fatiche di Sisifo foto

La multinazionale francese incassa il risultato e la Basilicata è punto e daccapo

I vecchi patti sia con Eni sia con Total prevedevano, nei titoli, le medesime cose che oggi la Giunta Regionale rivendica con la sottoscrizione dell’accordo con la multinazionale francese. La messa in sicurezza del territorio; il recupero e la valorizzazione delle aree abbandonate; la ricostituzione di habitat naturali; lo sviluppo di nuove attività nell’ambito del risparmio e dell’efficienza energetica; le produzioni sostenibili con la creazione di partenariati industriali con le imprese locali per la nascita di eccellenze; lo sviluppo dell’economia circolare e della green economy; aiuti alle imprese.

Quei titoli, come abbiamo sperimentato in questi 20 anni, in gran parte sono rimasti lettera morta. Nulla è accaduto di sostanziale sul territorio, anzi le cose sono peggiorate, nonostante il denaro sia stato speso. Ciò vuol dire che, a parte le risorse che i lucani avrebbero a disposizione a causa delle estrazioni di idrocarburi, manca qualcosa di fondamentale che poco ha a che fare col denaro.

La rinegoziazione degli accordi del 2006 non è altro che la revisione di un “contratto” che segue lo stesso schema logico dell’accordo sottoscritto a suo tempo. Titoli più o meno gli stessi, “voci di costo” le stesse, canali di finanziamento i medesimi. La negoziazione si è sviluppata su un binario economico, ingabbiata nelle logiche di un contratto. E non poteva essere altrimenti.

Una questione di soldi?

Tuttavia il primo problema risiede proprio in questa logica. Un accordo tra una multinazionale che ha lo scopo del profitto e un ente pubblico che ha tutt’altri scopi politici e amministrativi non può configurarsi utile se l’ente pubblico si siede al tavolo travestendosi da impresa a sua volta con il solo scopo di incassare risorse – “utilità” – per le popolazioni del territorio che amministra.

Non posso sedermi a un tavolo di contrattazione con un’impresa for profit senza avere chiara in mente una visione di sviluppo della Basilicata, una strategia di medio e lungo periodo che dia un’identità no OIL all’economia del territorio e sappia invertire la rotta dei fenomeni negativi sul piano demografico e sociale. Negli scambi materiali c’è sempre uno che guadagna e uno che perde, nonostante le percezioni dell’uno o dell’altro. Qui perde la Regione e non per colpa di chi l’amministra oggi, il quale ha solo la possibilità di ridurre la perdita.

La Total sa bene che cosa vuole: estrarre idrocarburi senza problemi e fare profitti per gli azionisti. Non ha bisogno d’altro. La Giunta Regionale, al contrario, non sa che cosa vuole, a parte più soldi, a parte gli impegni stabiliti nei titoli dell’accordo che, in seguito, dovrebbero essere declinati in progetti. Non lo sa, perché non ha ancora sottoposto al vaglio del Consiglio regionale il Documento strategico né ha mai dimostrato di avere una visione di futuro per la Basilicata.

Quei progetti, al pari degli altri in questi 20 anni, se non sono collocati in un quadro strategico di sviluppo fondato su una visione chiara del futuro che marginalizzi il petrolio, sono destinati a fallire. E i petrolieri non ti danno i soldi per essere marginalizzati, ma semplicemente per non avere fastidi, punto. I milioni di euro “strappati” ai francesi – qui i numeri dati da Bardi – dimostrano nulla sul piano delle prospettive di sviluppo del territorio. Anzi, appaiono come il prologo di un film già visto: loro consumano il valore del territorio e fanno profitti miliardari, tu prendi ciò che loro sono disposti a darti. Dopo di che tutto dipende da quello che tu riesci a fare con il denaro che ti offrono, quasi nulla, e loro sono a posto. E tu riesci a fare quasi nulla perché ti mancano la visione e gli strumenti necessari per perseguirla.

Niente visione niente bussola

Ti mancano le basi immateriali e materiali per costruire percorsi virtuosi di sviluppo. Le intelligenze dei giovani, una pubblica amministrazione all’altezza delle sfide, un tessuto imprenditoriale sottratto alle logiche dell’elemosiniere, svecchiato, libero da condizionamenti egoistici e isolazionistici. Ti serve un sistema di welfare che non hai, un sistema di istruzione e formazione moderno e attraente, un sistema di infrastrutture fisiche legato a una visione della mobilità e dei trasporti capace di connettere locale e globale. Ti manca un personale politico culturalmente valido e autenticamente sottratto a interessi di consenso a breve. Ti manca un sistema di efficientamento delle energie sociali che ancora resistono.  Manca una cultura dei beni comuni e della cooperazione tra le  sfere civili, sociali e economiche del territorio. E mi fermo qui.

In pratica ti manca la visione, questa sì importante da condividere. Perché se la visione non è condivisa con le forze sociali, culturali, imprenditoriali, dell’associazionismo, insomma con i cittadini, rimane un punto di vista che si contrappone ad altri punti di vista. Ora, le basi materiali, se sei bravo puoi crearle, magari usando bene le risorse che hai a disposizione, ma se non le connetti con la creazione di un patrimonio di ricchezze immateriali, la faccenda si fa critica. E questa connessione, anzi con-fusione – nel senso di fondere insieme – tra basi materiali e immateriali richiede una Visione. Occorre dunque una reimpostazione radicale dell’approccio politico e sociale ai temi dello sviluppo. Senza tutto questo, sedersi a negoziare con i volponi delle multinazionali è come contrattare con un agente di commercio: prima o poi ti convince a comprare l’aggeggio – presentandolo come la soluzione di tutti i problemi – anche se a distanza di giorni non sai che fartene.

L’idea che dopo ciò che è accaduto in questi 20 anni, si possa riprendere una nuova strada partendo dalle stesse logiche contrattuali e con le stesse basi strutturali e sovra strutturali del 1998 e del 2006 non è una buona idea. Continueremo come Sisifo a ricominciare ogni volta daccapo, e ogni volta dal peggio.

E questo non è un problema che riguarda esclusivamente gli amministratori, è un problema che riguarda la Basilicata e i lucani, i loro linguaggi, le loro esperienze e le loro rappresentazioni della realtà. Ai lucani manca un’idea di Basilicata.

Parafrasando Theodor Adorno potremmo dire che la Basilicata ha oggi bisogno di udire con le proprie orecchie qualcosa che non sia stato ancora udito e di toccare con le proprie mani qualcosa che non sia stato ancora toccato.