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Tra il dire e il fare c’e di mezzo la politica

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La simpatica inchiesta pubblicata sul numero in edicola da sabato 22 ottobre del giornale Basilicata24, suscita alcune riflessioni su fatti spesso ritenuti banali o scontati, o magari semplicemente marginali. Le dichiarazioni dei politici che sono pubblicate ogni giorno sul sito “istituzionale” della Regione, a volte mi rendono perplesso. Ma ciò che più mi fa pensare sono i titoli che compaiono nella prima pagina del sito. Il 20 ottobre leggo: Viti, si  a valorizzazione dell’Ateneo materano. Ma scusate, il materano onorevole Vincenzo Viti potrebbe dire di no? Un’affermazione davvero scontata, presentata come una grande notizia, come un fatto importante. Continuo a leggere. Un altro titolo mi sorprende: Vita, rendere competitiva l’agricoltura lucana. Embé? Ci sarebbe forse qualcuno in giro che non vorrebbe rendere competitiva l’agricoltura lucana? Rocco Vita è lo stesso consigliere che quando si verifica un incidente mortale sulla statale Potenza-Melfi, immediatamente interviene rilasciando una dichiarazione: “subito il raddoppio”. Sono anni che chiede l’inutile e impossibile raddoppio. Intanto gli automobilisti continuano a morire. Ma lui  una proposta forte, possibile, mai la fa, o se la fa, mai viene realizzata. Frasi banali, slogan scontati. Come tutte quelle dichiarazioni che “esprimono soddisfazione”. Un tentativo per prendersi un briciolo di merito su fatti nei quali il dichiarante non ha mosso un dito. Anche queste banalità sono il segnale di una classe politica che parla troppo, spesso a sproposito, come abbiamo visto nell’inchiesta. Dichiarazioni legate all’attualità del momento senza alcuna immaginazione per il futuro. Vuoi vedere che il reclamato diritto di parola altro non è che il tentativo di fuggire dal dovere di pensare? Ogni gesto, ogni azione, ogni frase scritta e parlata appaiono all’osservatore più attento finalizzate esclusivamente “alle prossime elezioni”. L’arte della retorica elettoralistica è praticata con grande maestria in ogni occasione. E’ evidente come da decenni gran parte del personale politico campa di parole in pubblico e di fatti in privato. Al contrario bisognerebbe usare di più le parole in privato e maggiormente i fatti in pubblico. Ma quando i fatti si fanno nella privatezza politica, non c’è da stare tranquilli. Siamo abituati a episodi, non solo di cronaca giudiziaria, che scoperchiano manovre e manovrine nel mercato nero del consenso. Siamo abituati a episodi che rivelano quanto superficiali e spesso false siano le dichiarazioni rilasciate dai politici nelle circostanze pubbliche. Hanno un linguaggio, un linguaggio difficile da capire per chi non è addetto ai lavori. Tra di loro usano doppi sensi e metafore, ammiccamenti e strette di mano. La verità, come ho già scritto, è data dalle dichiarazioni rilasciate, al netto dei fatti taciuti. Che dire. Siamo in una situazione che limita la democrazia. Ma c’è un’altra condizione che limita sane dinamiche democratiche e quindi lo sviluppo:  si chiama “il partito contorno”.  Il passaggio da una coalizione all’altra, da un partito all’altro, di molti eletti e non eletti segnala un disastro nei contenuti politici della forma partito. Ormai esistono uomini e donne che investono in un’azienda (partito) portando consenso (azioni) sperando in un guadagno personale di carriera e di posizione. Come alla Borsa della transazioni finanziarie, questi personaggi fanno le loro valutazioni, studiano i loro competitor e decidono di depositare il loro pacchetto di azioni (voti) in un partito piuttosto che in un altro. Questo scenario è evidente in Basilicata. Dall’Idv all’Api, dall’Udc al Pd, all’Udeur, ecc. Loro sono liberi di cambiare casacca, ogni volta con una faccia più dura del bronzo. Il popolo inglese crede di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento: appena questi sono eletti, esso diventa schiavo, non è più niente. Nei brevi momenti della sua libertà, l’uso che ne fa merita di fargliela perdere. Lo scriveva Rousseau nel suo Contratto Sociale del 1762. Sappiamo i partiti che uso ne fanno del consenso. Ma i lucani della loro libertà che uso ne fanno?

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