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…La Val d’Agri come la Val di Susa?

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Un’ipotesi audace. Paventata da qualcuno, è auspicio di molti, valligiani e non; se non fosse per quell’endemico immobilismo lucano in grado di narcotizzare la percezione pur unanime del disagio, confinandola in uno stadio d’inerzia effettiva. 


La sensazione prevalente è che lo sdegno collettivo stenti a valicare il passo che separa l’animosità delle rivendicazioni dal ricorso inequivocabile a strumenti d’indennizzo previsti dalla normativa europea e dal codice italiano in materia ambientale. 


L’indignazione, pur legittima e dirompente, non sconfina al di là di rimostranze isolate e pare condensarsi in un limbo di appelli al monitoraggio e reclami di presidi sanitari; questioni del risarcimento ai cittadini lucani per i disastri ambientali denunciati se ne snocciolano poche.


Lo scorso 5 aprile nella fabbrica metal meccanica dell’Elbe, a soli 150 metri dal Centro Oli di Viggiano, una vicenda piuttosto grave coinvolge 21 lavoratori: tutti accusano secchezza alle labbra e bruciore agli occhi, alcuni nausea e svenimento. Attivato il piano di emergenza interno, vengono ricoverati presso l’Ospedale  Civile di Villa d’Agri e sottoposti a emogasanalisi: la prognosi riferisce di un’alterazione dei valori di ossigenazione, ascrivibile ad intossicazione da emissioni di h2s. L’Eni provvede a rasserenare gli animi; qualcuno si premura di congetturare una “psico intossicazione” collettiva. I referti parlano.


Per Giuseppe Berardone, uno dei 21 dipendenti Elbe intossicati quel 5 aprile da h2s, l’immobilismo tutto lucano è innegabile e riconducibile a una “strana” tripartizione sociale tra “chi non parla perché ha avuto, chi non parla perché deve avere e chi non vuole esporsi perché ha paura di farlo: è una società malata, che subisce il ricatto senza opporsi o cede scendendo a patti. Finché i pilastri portanti saranno questi, la nostra sarà una società inferma”.


“La sfiducia nei confronti delle Istituzioni – prosegue Giuseppe– sebbene luogo comune oggi, è un dato certo, in quanto proprio dalle Istituzioni non ci vediamo rappresentati e garantiti. Non è interesse dell’Eni tutelarci, essendo l’Eni multinazionale che trae profitto dalle estrazioni minerarie e dall’inquinamento; è la Regione Basilicata insieme agli Enti preposti che dovrebbe garantirci, nell’interesse del suo stesso territorio, invece, neppure le soglie d’inquinamento ambientale ci è dato sapere”.


L’immobilismo lucano sarebbe figlio dell’accettazione di misure “compensative” da un lato e dell’inspiegabile disaffezione al territorio da parte degli organi competenti dall’altro: mentre il cane a sei zampe scorazza allegro per la Basilicata, ai lucani non resta che girare in tondo e mordersi la coda.


Riaffiora lo spaccato di una società fiacca, che si accontenta e si lascia vivere, nata e destinata a consumarsi sotto il segno ineluttabile di un protagonismo non suo.


C’è chi agogna risarcimenti per strage ambientale; per la devastazione estesa di un territorio ricco, con pochissimi abitanti e per lo più privi di occupazione. Mentre maturano i tempi per l’ampliamento delle aree destinate all’estrazione di greggio, si accorciano quelli per aumentare barili ed emissioni, con risibile e tutto lucano ritorno in royalties (10%) e farsesche ricadute occupazionali; al contempo marciscono le prospettive/ aspettative di benessere e la fiducia degli abitanti lucani.


Che stia maturando il tempo per un esodo definitivo da una regione che pare immolarsi alla desertificazione oggettiva, oltre che a quella delle coscienze?


 


http://www.parlamento.it/parlam/leggi/05130l.htm


http://rebaonlus.eu/it/codice-penale-disastro-ambientale


http://www.olambientalista.it/index.php/peregrinatio-smemorandum/

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