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Fugge dalla Libia a 7 anni. Si laurea il giorno dopo la morte di Gheddafi foto

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Ha tutta la vita davanti, ma non dimentica quando con la madre e il padre dovette lasciare la sua terra d’origine per via del regime. Nella sua tesi di laurea parla del potere in Libia

Il dottore e il dittatore
Di certo non se lo sarebbe mai immaginato, mesi fa quando ancora la stava scrivendo: discutere la tesi di laurea, sull’evoluzione del potere nel paese di origine e dal quale è fuggito, nel 1986, insieme a tutta la sua famiglia, ad un giorno esatto di distanza dall’uccisione di Gheddafi. Una coincidenza che attualizza, ulteriormente, il lavoro del trentaduenne Haitem Gabag, dal titolo “Geografia del potere in Libia. Le caratteristiche dell’opposizione dal 1969 al 2010”: una tesi, ampia e appassionata, in geografia politica economica che, lo scorso 21 ottobre, al neo dottore in Scienze politiche è valsa un bel 107/110. Per una bizzarra ironia del destino il personale traguardo conseguito, nella cornice dell’Università Orientale di Napoli, si è idealmente ricongiunto con l’evento sanguinario che migliaia di libici, fuori e dentro i confini nazionali, attendevano da tempo: traguardo di libertà per un intero popolo che ora festeggia.

Haitem e le sue origini. Con una punta di orgoglio Haitem racconta di aver intrapreso gli studi di lingua araba, proprio, per riallacciare i ponti con il suo passato e tentare la ricostruzione di un complesso puzzle attraverso cui si riflette l’identità di un popolo e, in parte, anche la sua. I ricordi di quando era solo un bimbo nella Tripoli degli anni ’80 corrono ad una marionetta-scheletro con tanto di cravatta al collo mandata in onda sulla tv di Stato quasi di continuo: “ricordo – dice Haitem – mi faceva rabbrividire. Ma solo col tempo ho capito quello che voleva simboleggiare con quella “cravatta”: era un messaggio di morte a chi guardasse con simpatia all’Occidente”. Del dittatore libico resta ora il corpo deriso e umiliato dal suo popolo in festa: le immagini fanno il giro del mondo. 

La mamma potentina si trasferisce per amore a Tripoli. “Sull’uccisione di Gheddafi faranno le indagini più opportune, ma quanto ai festeggiamenti del popolo libico non c’è nulla di che scandalizzarsi per noi occidentali: perché, per 42 anni, i libici sono stati educati al terrore. Come si può pensare che in questa gente possa essere rimasto un briciolo di umanità o di pietas nei confronti di chi li ha oppressi per tutti questi anni?”. Non ha dubbi, Irene Cioffi, la madre di Haitem, che non sopporta il levarsi di polemiche all’indomani dell’assassinio di Gheddafi e dell’impazzare della festa tra le strade della nuova Libia: “è un gesto liberatorio, questa è la giustizia che il popolo libico aspettava. Voi non potete capire che cosa è stato, Gheddafi: un mostro”. Irene, potentina, ha conosciuto il marito Mahmud Gabag all’università di Firenze: lei studiava Lettere e lui Farmacia, grazie ad una borsa di studio dell’Università di Tripoli. Nel 1973 il doppio matrimonio: un traguardo raggiunto dopo innumerevoli ostacoli. Erano gli anni della rivoluzione culturale, in cui l’idealismo egualitario di Gheddafi faceva breccia nei cuori di tanti giovani sessantottini e attorno alla figura del Colonnello si alimentava un alone di fascino e ammirazione. Per questo non sembrò troppo azzardato per la giovane coppia di sposi scegliere di andare a vivere a Tripoli. Ma poco a poco le cose cambiarono. “Tra le misure che Gheddafi impose, nell’intenzione di garantire l’uguaglianza sociale ci fu – racconta Mahmud – l’abolizione del commercio e della proprietà delle case in affitto: perché il dichiarato intento di Gheddafi era quello di creare una società totalmente paritaria”. Ma fu l’inganno del cambio della valuta, dalla sterlina libica al diraham, con la conseguente demonetizzazione del paese, ad aver segnato l’avvio di una riflessione profonda su quel che stava accadendo. “Il regime – racconta, il padre di Haitem, Mahmud – indusse la gente a consegnare i propri soldi alla Banca Libica, dicendo che in questo modo tutti avrebbero partecipato alla costruzione del nuovo paese. Poi, da un giorno ad un altro, Gheddafi cambiò la valuta corrente. Molta gente impazzì letteralmente perché da molto ricca si ritrovò improvvisamente poverissima. Ancora peggio se la passò chi si era rifiutato di consegnare i propri soldi alla Banca: perché, di fatto, non valevano più nulla”.

1973-1986: la famiglia si trasferisce a Potenza.
Di quegli anni Irene ricorda la difficoltà di fare amicizia con le donne di Tripoli, perché le non-arabe non erano ben viste; il clima di sospetto e la paura di essere costantemente spiati e ascoltati mentre poteva sfuggire una banale critica sull’operato di Gheddafi. Ma soprattutto non si cancellano le esecuzioni in diretta di chi era accusato di essere un oppositore di Gheddafi e l’“ululato” di madri disperate. “Se fossi rimasta lì – dice Irene – sarei impazzita. La mia paura – ricorda – era che anche ai miei figli avrebbero fatto il lavaggio del cervello”.
Poi, il periodo dell’embargo internazionale contro la Libia: l’ansia quotidiana di non sapere cosa far mangiare ai figli, perché mancava ogni genere alimentare. Finchè arrivarono i bombardamenti di Tripoli e Bengasi, il 16 aprile 1986. “Fu la goccia che fece traboccare il vaso: pochi mesi dopo eravamo tutti a Potenza”. Nella città natale di Irene, la famiglia Gabag veniva in vacanza tutti gli anni, sin da dopo il matrimonio. Ma quell’ultimo viaggio dell’’86, dalla Libia all’Italia, ha avuto certamente un significato speciale anche per i fratelli di Haitem: Karima che allora aveva 11 anni, Hueida che ne aveva 9, e Sirag che aveva appena un anno e mezzo. “Mio fratello che insegnava all’Università di Tripoli – racconta Mahmud – fu rimosso dall’incarico per un anno, per punizione”. Sottile ma costante il filo di comunicazione mantenuto in questi anni con i familiari in Libia, ma nelle rapide telefonate mai giudizi o commenti politici: “ci limitavamo a parlare del più e del meno. Solo una volta – ricorda Mahmud – ci scappò il commento ‘finirà quando finirà Gheddafi’, che era quello che pensavano tutti: la paura di essere stati ascoltati fu tale che non richiamai più per molto tempo”.

Oggi: una vita serena
Oggi la famiglia Gabag abita serena in una villetta a Pignola, in compagnia di due cani e tre gatti, dai nomi arabi, il Corano e la foto di Sai Baba all’ingresso. Mahmud e Irene mi hanno aperto ben volentieri le porte della loro casa per raccontare la loro storia, tra occhi arrossati e voce rotta dall’emozione. Sfogliando l’album di foto di famiglia la figlia Hueida ammette di non ricordare molto di quegli anni vissuti in Libia. Ma tuttavia c’è qualcosa che l’è rimasta bene impressa nella mente di quando andava a scuola a Tripoli: “ogni mattina l’alza bandiera e l’inno nazionale, la marcia in file per due fino in classe, la foto di Gheddafi in ogni aula, il grembiule blu. Una volta in Italia – ricorda – mi sembrava così strano il grembiule bianco alle elementari: mi sembrava di essere all’asilo”. Perché all’austerità delle divise e al rigore dei ranghi erano educati i bambini libici sin dai primi anni di scuola.

 Per la famiglia Gabab ora che il regime di Gheddafi sembra essere definitivamente archiviato, il pensiero di tornare in Libia comunque rimane. Unitamente alla certezza: “di tornarci, da semplici turisti”.  

 

 

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