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‘Onorate’ società? La connection siculo-lucana

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Cosa si nasconde dietro quella che è stata definita la mafia connection lucana? E soprattutto perché alcune aziende tra Sicilia e Basilicata che lavorano nel settore Oil & Gas sono invischiate in vicende 

che coinvolgono ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra statunitense e italiana?

 

Un classico della mafia. L’indagine che vede interessata la Sudelettra spa di Lorenzo Marsilio comincia a luglio 2013, quando l’amministratore si reca presso gli uffici della Squadra Mobile di Matera e racconta d’uno strano personaggio che s’era recato alla sede dell’impresa dicendo alla segretaria di portare un messaggio dall’America. Circostanza che fa tornare in mente all’imprenditore fatti accaduti anni prima, quando per far fronte al fallimento dovuto al crac della Liquichimica di Ferrandina si rivolse a Giovanni Grillo, cognato di suo fratello e “amico di famiglia” dice, chiedendogli d’entrare in società e rimpinguare le casse dell’impresa con 400milioni di lire. Grillo consegnò 100mila dollari, gran parte in contanti, e siccome la cifra era alta si rivolse a Roberto Pannunzi, calabrese, condannato per narcotraffico, affinché concedesse al Marsilio 120milioni di lire. Pannunzi, Bebé “lo stratega”, è uno che fa capo a una ‘ndrina come ricorda l’antimafia calabrese (i Macrì di Siderno, ndr), e lo ricorda pure Grillo a Marsilio per fargli capire che non si scherza. All’epoca i soldi vennero consegnati all’imprenditore a New York, in un incontro tra i tre. Magari davanti un innocente caffè a Little Italy. Pannunzi agevolò Marsilio anche in un successivo prestito di 30mln da parte d’un “direttore di banca calabrese”, somma che l’imprenditore dice d’aver restituito dopo un mese. Si tratta del classico metodo mafioso, intervenire su aziende in crisi per reinvestire gli utili di attività illecite.

 

Il contest narrativo. Il restante debito Marsilio dice d’averlo estinto nei diciotto mesi successivi, ma gli inquirenti, vista la caratura del Pannunzi, trovano la storia lacunosa e più che dubbia, già nell’origine del denaro concesso in prestito. Grillo non entrò mai in società perché non diede i soldi nei tempi dovuti, afferma l’imprenditore, e lo mise in condizione di dover pagare diversi personaggi oltre Pannunzi. Riferì d’aver successivamente continuato a “consegnare personalmente” all’estero, sempre davanti un caffè immaginiamo, e in contanti, somme per ben 500/600mln di lire (e all’epoca un senso lo avevano), d’aver pagato anche le rette di un istituto scolastico alle figlie di Grillo quando egli era in carcere, e che nello stesso periodo in cui le banche lo pressavano aveva iniziato a dare soldi a persone che si presentavano da lui per conto di Grillo. L’imprenditore dopo tanti anni la somma complessiva che ha restituito non riesce a quantificarla. “Posso dire – conferma – che la cifra è sicuramente maggiore di quella ricevuta”. Nonostante Marsilio sapesse da dove venivano i soldi, dopo il carcere Grillo ricevette il premio. Un’importante collocazione in un ramo estero della Sudelettra (che oggi opera tra Nigeria, Brasile, Quatar, ecc.), dal quale dice Marsilio, venne presto rimosso perché “non fu in grado di gestire la società”, intanto Grillo se ne gestiva già una, la Torino Tiles, con cui all’epoca del prestito aveva emesso assegni per 27mila dollari verso Marsilio. In ogni modo tutto tornò sereno e tranquillo.

 

Il brainstorming mafioso. Anni dopo, siamo a giugno 2012, Grillo contatta l’imprenditore. Dice che si devono incontrare con la persona “sotto il cui controllo” erano avvenute le “dazioni di denaro”. “Voleva sapere – racconta Marsilio, un dettaglio importante questo –, come mi erano andate le cose rispetto al danaro che mi era stato dato”. Quando l’imprenditore risponde che la cosa doveva gestirsela lui, Grillo lo convince subito che invece bisognava incontrare Salvatore Farina, figlio di Ambrogio (ucciso nel ’95, ndr), boss di una delle cosche più potenti del trapanese legato a Cesare Bonventre e Baldo Amato (agganciati alle famiglie della Cupola italo-americana dei Gambino-Bonanno, ndr), uno imputato nel processo per l’assassinio del procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto e implicato nell’auto-bomba contro il giudice Carlo Palermo. Gli dice che “per forza” bisognava incontrare Farina. “Né io né lui – continua l’imprenditore – potevamo sottrarci a tale richiesta”. Due giorni dopo s’incontrano in un bar a Matera. Stando all’imprenditore aveva già dato più del dovuto a Grillo e altri, ma Farina chiese un milione di euro in rate da 100mila euro al mese. L’imprenditore rifiutò, e Farina fece l’offerta di “protezione” per non avere più problemi, e ottenere aiuto per qualsiasi esigenza assicurando i dovuti “appoggi politici”.

 

Accordi e disaccordi. Tempo prima della visita di Palmieri, ormai noto come Ciccio l’americano alle cronache di mezzo mondo, l’underboss di Cosa nostra affiliato pure lui a Bonventre, Farina aveva già richiamato l’imprenditore per richiedere una non meglio precisata somma. L’imprenditore rifiutò e gli mandò un sms scrivendogli che essendosi conosciuti via Grillo non avrebbero potuto avere alcun tipo di rapporto. Farina rispose che quello che per l’imprenditore era insignificante, per lui poteva essere “importante” e così un giorno si presentò alla Sudelettra col falso nome di Franco Lorenzi. Marsilio però non c’era, raccontò la segretaria, e Ciccio l’americano rispose di voler parlare “direttamente con lui” perché aveva una “imbasciata dall’America” che Marsilio solo poteva capire. Stando a Palmieri c’erano accordi precisi con l’imprenditore, “carte scritte”. Era stato mandato dai boss perché “questo (Marsilio, ndr) era fallito, non aveva più un cazzo”, e Cosa Nostra gli diede un “consistente aiuto economico”. Per recuperare la grossa somma un picciotto di Palmieri paventava di far intervenire un “capo zona” di Matera, ma Palmieri rispose che solo lui poteva recuperare la somma in quanto incaricato, perché “loro (l’imprenditore e i capi cosca, ndr) si chiamano capito?… non è che chiunque va’, loro si chiamano, lo sanno”. Dunque a Matera c’è un capozona, anche se in Basilicata la mafia non esiste stando a qualche procuratore, e Marsilio si sente con i boss? Intanto l’Fbi seguiva Ciccio che avrebbe raggiunto con altri individui una cittadina nell’Italia centrale dove avrebbe dovuto vedere altre persone siciliane o napoletane, e incontrare un noto imprenditore del settore delle energie rinnovabili con cariche di rappresentanza sociale anche in “diversi istituti bancari”.

 

La nuova strada della criminalità. Ciccio è quello che dall’America porta gli anelli per tutti (si parla di venti persone che aspettano d’esser battezzate in Campania, ndr), anello simbolo di appartenenza al gruppo mafioso su cui avrebbe fatto incidere le parole “omertà, sincerità” come manifestazione di “vera mafiosità”, ricorda uno dei picciotti intercettato. Ciccio è quello che il 21 ottobre 2013 torna a Matera e si porta dietro tre picciotti campani, e incontra prima Grillo, e poi vanno alla Sudelettra dove Palmieri e uno di loro entrano per vedere l’imprenditore e consegnargli una lettera, che invece rimarrà a loro (Ciccio ci era già stato lì, e viene riconosciuto dalla segretaria che dopo l’uscita dei due avviserà la Squadra Mobile, ndr). Il 24 ottobre su una Mercedes si ripresentano assieme a Ciccio presso la Sudelettra, Carlo Brillante (un altro di quelli a cui Ciccio aveva promesso di portare dagli States l’anello per il cugino che “fremeva”, ndr), e Daniele Cavoto. Fanno un sopralluogo, dice la Procura, in cui Palmieri mostra la sede dell’impresa “al fine di porre in essere le condotte necessarie per il prosieguo della vicenda estorsiva”. Certo “oggi – come dice al telefono uno degli affiliati a proposito della visita alla Sudelettra – la vera strada della criminalità è la legalità”, perché è finito il tempo di “pizzo e legnate”. A ogni modo Marsilio era al corrente della “dubbia provenienza del denaro”, ma “non è chiaro – scrive la Procura – se la dazione della somma sia avvenuta dietro la promessa di corresponsione di interessi, ovvero per la necessità di reinvestimento della somma stessa in attività lecite, a quel punto con la restituzione di una parte di essa depurata della provvigione spettante al soggetto prestatosi al riciclaggio”. Emerge anche “nitidamente” scrive la procura, che a fronte della dazione lo ‘ndranghetisa Pannunzi s’era presentato al Marsilio come chi doveva riscuotere il credito, “maggiorato degli interessi concordati all’atto della elargizione, o depurato. Circostanza questa, si precisa, da non escludere e “approfondire stante la genericità della denuncia del Marsilio sul punto, della commissione spettante all’imprenditore eventualmente prestatosi all’operazione di pulitura”. E qui iniziano i dubbi, stando invece a qualche operazione societaria che vede coinvolta la Sudelettra. Tra le partecipate ci sta la Nuova Ghizzoni spa (prima Ghizzoni, ndr), della quale acquisisce il 10%, 120mila euro, il 13 settembre 2013, e cioè circa due mesi dopo la visita di Ciccio l’americano in azienda. Il restante 90% è invece in mano alla Sicilsaldo spa, con oggi amministratore unico Emilio Antonio Brunetti.

Feste vino e appalti? La Sicilsaldo, con sede legale nella zona industriale di Gela, specializzata in EPC projects for Oil & Gas and Power Plants, Plant Construction, Pipelines & Multiutility Networks, s’aggiudica in Ati con Saipem del Gruppo Eni capogruppo, quella delle tangenti del petrolio tanto per cambiare, e Gencantieri spa, l’appalto di 40mln di euro per la realizzazione dell’impianto che dovrà solidificare i famosi liquidi ad alta attività dell’Itrec di Rotondella. Nel 2007 la Direzione investigativa antimafia di Caltanissetta svolge investigazioni nei confronti di Giusepe Di Cataldo, “raggiunto da informazioni di garanzia – si legge in un report di Libera Emilia-Romagna – nell’ambito di un procedimento penale pendente presso la D.d.a di Caltanissetta nei confonti di Giuseppe Di Cataldo, titolare dell’omonima impresa di lavori edili, unitamente a Angelo Brunetti (padre di Emilio e allora amministarore unico, ndr), titolare della Sicilsaldo srl”. Angelo aveva affermato durante un processo che fin dal primo cantiere per l’acquedotto del ’99, il sindaco di Palagonia Salvino Fagone gli disse che doveva rivolgersi “a ditte e personale del luogo”, anche se avevano tutte le attrezzature. E si rivolse. Tra le ditte c’era quella di Franco Costanzo (legato a Bonventre e condannato a vent’anni di reclusione per associazione mafiosa, ndr), a cui andò una fattura extra di circa 200mln di lire, di cui Brunetti pagò 50mln. E poi un successivo versamento di 60mila euro destinato ad Alfio Mirabile, esponente del clan Santapaola. L’interesse del gruppo di Cosa Nostra sarebbe stato dimostrato dagli incontri richiesti dai boss Angelo Santapaola (figlio di Nitto, ndr) e Enzo Aiello. Brunetti parlò di tangenti, ma quando il pm gli disse che quelle si pagano ai politici per ottenere appalti si corresse, dicendo che si trattava d’una somma di “messa a posto”. Diversi gli incontri avuti dall’imprenditore con Santapaola (prima che venisse freddato nel 2007, ndr) e Aiello a casa di Rosario Di Dio (boss di Ramacca, ndr), conosciuto proprio tramite il sindaco Fagone. Brunetti però, stando a delle foto, andò pure a una festa privata organizzata dal Costanzo, e la moglie, Maria Grazia Di Francesco (con l’11,11% in quota nella Sicilsaldo, il restante è diviso tra marito col 33,33%, e figlio con il 55,6, ndr) risultò in rapporti d’affari nel settore vitivinicolo con Di Dio in quanto distribuisce i prodotti realizzati nella sua azienda tra gli scaffali dell’area di servizio intestata al boss. Emerse che Giuseppe Castro, altro affiliato, avrebbe insistito affinché l’imprenditore si decidesse a incontrare Aiello ma in un verbale del 2004 Brunetti dichiarò di non aver mai subito alcun tipo di pressione. Perché, se veniva estorto?

L’amico Gino. In un verbale del 2009 Crocifisso Smorta, portavoce del clan Emmanuello che nel 2002 sollecitò nel gelese la ricomposizione con il clan Rinzivillo affinché Cosa nostra fosse “un’unica famiglia” non scissa dalla “stidda” di Gela, dichiarò che Franco Morteo, appartenente alla stidda, nel 2005 gli disse “se poteva rivolgersi a un imprenditore, Gino Brunetta che ha un magazzino nella zona industriale (a Gela, ndr), persona presentatami tempo prima dal Bevilacqua Giuseppe come un suo amico che poteva farci qualche regalo. Preciso – continuò – che il Bevilacqua mi disse anche che in passato il Brunetta aveva già versato alla nostra famiglia la somma di 100mln di lire (100mila euro in realtà, ndr) per dei lavori di metanizzazione tra Gela e Caltagirone (un subappalto alla Snam dell’Eni, ndr)”. Quando gli vengono presentate foto, Smorta identifica sì Gino Brunetta, ma si tratta di Angelo Brunetti, che “in effetti ” dice la procura, viene chiamato “Gino”. L’imprenditore della Sicilsaldo è citato anche in una intercettazione d’una sentenza del 2010 del tribunale di Palermo che vede coinvolti una serie di personaggi, tra cui Salvatore Bisconti, che assieme a Bernardo Provenzano avevano esercitato il controllo di attività economiche, concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, per realizzare profitti intervenendo su istituzioni e pubblica amministrazione. Intercettato il Bisconti disse d’avanzare “fatture dalla Sicilsaldo per lavori nella costruzione d’un gasdotto”, e avere rapporti “direttamente con il titolare” Gino. “Gi’ (avrebbe detto Bisconti in una telefonata all’imprenditore, ndr), quando tu mi dai i soldi in questo modo e io vado a pagare interessi alla banca che cosa ho fatto? Che ho risolto? Totò (avrebbe risposto l’imprenditore, ndr) ma che vuoi siamo in questo modo, siamo in quest’altro modo”.

Movimenti lucani. Certo la lucana Sudelettra in business con la Sicilsaldo via Nuova Ghizzoni, è presente anche a Gela. E certo in quel giugno del 2012 ad arrivare dal trapanese non fu solo Farina, ma pure Francesco Palmieri. Sono le celle telefoniche dei due a permettere agli inquirenti di tracciarne i movimenti. Il 24 giugno alloggiano per una sola notte al Hotel degli Ulivi di Ferrandina, e in Basilicata fanno due spostamenti. Ovviamente Matera (il 25, ndr), individuati su una cella telefonica presso la sede dell’azienda del Marsilio, e cosa singolare, appena qualche ora dopo il loro arrivo a Ferrandina alle 17, si spostano e la cella telefonica li localizza a Salandra. Che ci vanno a fare? Si sono incontrati con qualcuno? Che siano andati a cena in qualche tipico ristorante lucano non è tanto credibile dopo centinaia di chilometri fatti da Trapani e soprattutto avendo a disposizione il ristorante dell’Hotel dove alloggiavano. E poi se stanno una sola notte all’Hotel degli Ulivi dove finiscono il 25 e il 26? Sa qualcosa la procura che non scrive nell’ordinanza o li hanno persi durante un’importante operazione antimafia internazionale? Il 27 comunque, i due sono di nuovo ad Alcamo, nel trapanese. Il netto rifiuto dell’imprenditore dice la procura, dopo tali incontri preliminari, “determinava la decisione che ad assumere le redini della vicenda fossero altri personaggi, e così nel luglio 2013 si verificava la prima visita del Palmieri presso la Sudelettra”. Certo è singolare la capatina a Salandra dove vive uno dei re mida dei rifiuti lucani già attenzionato per illeciti e che s’occupa dei rifiuti petroliferi dell’Eni e di bonifiche. Guarda caso ad aprile 2012, due mesi prima che Farina e Palmieri arrivassero in Basilicata, la ditta del suddetto imprenditore s’aggiudicava in Ati proprio con Sicilsaldo l’appalto per servizi connessi all’inquinamento da idrocarburi per “interventi di messa in sicurezza d’urgenza”. Inoltre quando Palmieri torna a far visita a Marsilio la Sudelettra aveva già acquistato qualche mese prima un terreno nel Comune di Viggiano sul quale realizzare un investimento previsto nel Piano di Sviluppo industriale in Val d’Agri e per il quale la Regione Basilicata ha concesso un contributo in conto capitale. Sempre in quel 2012 aveva acquisito una partecipazione del 16% nel Consorzio Miva con sede a Viggiano ed era detentrice del 52% del Consorzio I.E.S Val d’Agri, la cui quota di partecipazione aumentava a seguito del recesso d’una consorziata a cui subentrava.

 

 

 

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