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Open data mortalità Taranto, serve uno strumento di emergenza

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Open Data a Taranto. Ne parliamo con Alessandro Marescotti, presidente di Peacelink. Preparatevi a contenuti piuttosto duri. Ma vale la pena di leggere questa testimonianza. Ne scaturiscono alcune importanti riflessioni sul nostro ruolo di cittadini.

Ci descriva la sua iniziativa inerente il monitoraggio dei dati epidemiologici su Taranto? Come mai non sono già disponibili per la comunità?

L’Osservatorio Mortalità a Taranto è uno strumento di conoscenza in tempo reale dei decessi in una città caratterizzata da gravi criticità, sanitarie e ambientali. Se in una città vi fosse un’epidemia verrebbe attivato un osservatorio rapido e diretto per capire l’evoluzione della situazione: quanti si ricoverano, quanti muoiono. Non si starebbe ad aspettare lo studio epidemiologico perfetto, scientifico, con tanto di pubblicazione su rivista scientifica e catalogazione su PUBMED. In una situazione di emergenza serve uno strumento di emergenza per avere il polso della situazione mese dopo mese, settimana dopo settimana e, se necessario, giorno dopo giorno. Questo è il senso della nostra richiesta di monitoraggio in tempo reale a Taranto con un apposito Osservatorio. Ma poiché uno strumento di questo tipo potrebbe rendere noti in tempo reale livelli di decessi allarmanti, ecco allora la scelta di non darne attuazione. Il sindaco di Taranto non lo ha realizzato, nonostante le pressanti e precise richieste. E la stragrande maggioranza dei consiglieri comunali lo ha appoggiato. 

Perchè possiamo ritenere un importante successo la divulgazione dei dati da parte della sua associazione, Peacelink?

Di fronte a tale scelta di mettere la testa sotto la sabbia per non guardare in faccia la realtà, abbiamo deciso di prenderci i dati e di fare noi l’osservatorio mortalità. Durante un’audizione nella Commissione Ambiente del Consiglio Comunale abbiamo chiesto di acquisire i dati di mortalità in città dal 2000 ad oggi, disaggregati mese per mese, ce li siamo portati a casa, li abbiamo copiati su un foglio elettronico di Google e ora tutti li possono vedere online collegandosi con www.tarantosociale.org poiché che sono posti in condivisione con tutti e da lì verranno aggiornati. È il cloud civico, è la strategia della riappropriazione dei dati da parte dei cittadini.

La presa di coscienza da parte dei cittadini è un’importante premessa. Gli open data sono la nuova modalità di partecipazione dei cittadini. Un giorno storico per Taranto?

E’ una svolta. Ci siamo sostituiti all’istituzione che non condivideva i dati. Dati importantissimi perché riguardano una spia rossa drammatica in città: quella dei decessi in aumento in contesti ambientali non sostenibili. Gli open data sono il futuro. Da ora in poi la protesta deve diventare riappropriazione. Segnalo che sul sito dell’Autorità Nazionale Anticorruzione c’è una pagina sull'”Accesso Civico” che tutti dovrebbero leggere (http://www.anticorruzione.it/portal/public/classic/AttivitaAutorita/Trasparenza/AttiMateriaTrasparenza/AccessoCivico). C’è scritto: “Chiunque – cittadini, imprese, associazioni, etc. – rilevi, nei siti istituzionali delle pubbliche amministrazioni e degli altri soggetti indicati nell’art. 11 del d.lgs. n. 33/2013, l’omessa pubblicazione di documenti, informazioni e dati previsti dalla normativa vigente in materia di trasparenza, utilizzando l’istituto dell’accesso civico può, dunque, segnalare l’inosservanza direttamente all’amministrazione inadempiente per ottenere rapidamente soddisfazione alla richiesta di dati e informazioni”. Questa è una nuova forma di partecipazione basata sulla cosiddetta “cittadinanza digitale”. A Taranto la “cittadinanza digitale” è stata sperimentata, ha scoperchiato il pentolone dei dati scomodi. Ora la vogliamo portare ovunque, in ogni città e territorio in cui si muore per inquinamento. I sindaci sono responsabili della salute pubblica e non possono voltarsi dall’altra parte. Si si muore per inquinamento devono intervenire. “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”. E’ scritto nell’articolo 40 del Codice Penale.

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