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Alitalia, i lavoratori hanno fatto una scelta sulla propria pelle

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Il caos Alitalia non riguarda solo i conti della compagnia, ma anche le informazioni che si rincorrono senza sosta ed è possibile imbattersi in notizie e smentite che affermano – letteralmente – tutto e il contrario di tutto. Proviamo a fare un po’ di chiarezza ponendo alcune domande a Nicky Persico: ex steward Alitalia, certificato come esperto di valutazione sistemi qualità nel settore del trasporto aereo civile, si è occupato come avvocato di disastri aerei, tra cui l’incidente Tuninter del 2005, rappresentando come legale di parte civile alcuni familiari e superstiti, oltre che la Uil Piloti e l’ANPAV Assistenti di Volo.

Lei ha un’esperienza molto vasta, nel settore, connotata dalla peculiarità di averlo vissuto non solo dall’interno, ma anche sotto punti di vista differenti. Partiamo dal referendum dei dipendenti Alitalia. La segretaria Cisl, commentandolo, ha parlato di un fenomeno di populismo sindacale. Che ne pensa?

Partendo da una pur breve disamina del contesto, questo referendum è stato preceduto e accompagnato, peraltro ad urne aperte, da un fitto susseguirsi di appelli mediatici a votare per il “sì”, proveniente da svariate fonti. Questo dato mi è apparso alquanto singolare. Lo stesso referendum, peraltro, poneva i dipendenti di fronte ad una alternativa che si può riassumere in una scelta tra l’accettare tagli occupazionali pesantissimi, oltre a rilevanti riduzioni di stipendio e aumento delle ore di lavoro per chi sarebbe sopravvissuto ai tagli, oppure mettere a rischio tutti, ventilando l’ipotesi del fallimento. Una ipotesi siffatta a me pare fosse tendente ad ottenere l’avallo dei lavoratori alla loro stessa falcidia, e francamente non riesco a comprendere appieno la genesi dell’insistenza mediatica: tradiva il timore che prevalessero i ‘no’. Ulteriore dato interessante, a mio avviso, è che con questo voto si è spostata completamente l’attenzione per le conseguenze economiche del dissesto di Alitalia, finendo per farla ricadere sui lavoratori chiamati a ‘scegliere’. Ecco, io credo che questo ‘no’, a stragrande maggioranza, abbia in qualche modo interferito con una sorta di ‘percorso’ preprospettato. Peraltro, nel periodo precedente l’esito del voto, nessuno ha fatto cenno ai costi sociali importanti che sarebbero stati sostenuti se avesse vinto il ‘sì’: ammortizzatori sociali e impatto negativo sull’economia dei tagli occupazionali sono stati ‘dimenticati’. Se populismo c’è stato, io credo sia quello dei numeri ‘ballerini’ e mai chiari, delle voci talvolta allarmistiche volte a inquadrare il ‘no’ nell’area di una sorta di ‘irresponsabilità’ dei votanti, ovvero nella convinzione che i lavoratori avrebbero potuto votare ‘di pancia’. Ma qui è successo qualcosa di diverso: il voto è stato responsabile e argomentato. Io lo interpreto come il voler dire ‘no’ al proseguire su una strada che a detta di molti avrebbe visto la compagnia nuovamente in ginocchio tra qualche tempo, voler dire ‘no’ per fermare un meccanismo che sistematicamente rende svilito e sottopagato il lavoro, voler dire dire ‘no’ preferendo l’incertezza ad una possibile ulteriore crisi Alitalia rinviata solo di qualche tempo, come accaduto ciclicamente negli ultimi anni. Nessuna scelta potrà mai essere più responsabile di chi sceglie sulla propria pelle, come hanno fatto i lavoratori con questo referendum. Credo che sia consapevolezza, questa, e denoti grande senso di responsabilità. A mio avviso, non vi è traccia di populismo. Questo voto costituisce un segnale importante: interrompe un meccanismo ormai consolidato che ha visto di frequente i lavoratori soccombere nel nome del mantenimento del posto di lavoro, ma a condizioni pressoché inaccettabili o ai limiti. Non mi stupirei se suscitasse timori, perché costituisce un precedente rilevante.

Alfonso Gianni su Huffington Post, commenta: “Invece di mettere sotto accusa il ricatto – e il suo contenuto, ovvero sacrifici senza piano industriale che sia dotato di una qualche probabilità di realizzazione – si cerca di addossare ogni colpa all’istituto referendario in quanto tale”. Che scenario intravede per Alitalia?

A poco valgano i muri interlocutori mirati a bloccare chiunque tenti di mettere in discussione il management, con il paravento del fatto che questa azienda è ‘privata’. Privata quando c’è guadagno, ma interessa comunque il settore pubblico quando c’è perdita. Io, come cittadino, non dimentico che la maggioranza di Alitalia è in mano agli Italiani, che è stata riconsegnata ed acquistata dalla attuale gestione con i conti pressoché in ordine, grazie ai circa 8 miliardi di denaro pubblico, né che le responsabilità ‘private’ del dissesto avrebbero avuto conseguenze significative in termini di costi sociali sia se avesse vinto il ‘sì’, sia che avesse vinto il ‘no’. In sintesi paghiamo sempre noi, in un modo o nell’altro. Indipendentemente dai profili strettamente giuridici, quindi, chi gestisce aziende grandi come questa ha altrettanto grandi responsabilità, intanto morali, anche nei confronti dei cittadini, perché gli effetti negativi della gestione ricadono inevitabilmente sugli stessi. Uno dei compiti primari dei Commissari è presentare una relazione sulle cause del dissesto. Ecco, da cittadino io le vorrei conoscere, e vorrei finalmente chiarezza sui numeri reali di questa azienda, per comprendere a fondo se vi siano e quali le responsabilità, ovvero a chi siano addebitabili. Questo permetterà inoltre di individuare e rimuovere tutte le cause di gestione che hanno portato al dissesto la compagnia, comprendendone le reali dinamiche e ragioni e rimettendola in condizioni operative e remunerative ottimali e quindi appetibile sul mercato senza dover necessariamente ricorrere alla procedura fallimentare, scongiurando al contempo operazioni commerciali che si potrebbero rivelare di fatto predatorie. Ho la netta sensazione che Alitalia sia in condizione di volare senza alcun aiuto esterno, se gestita con maggiore oculatezza. Questo scenario è da tentare nell’interesse di tutti: sia per i minori costi pubblici da sopportare, sia perché le successive ricadute positive in termini economici si riverberebbero anche sulle casse pubbliche, sull’indotto, e sull’intera comunità. Il risanamento di Alitalia, in questo modo, non sarebbe solo un costo, ma anche un investimento

Daniele Martini su Il Fatto Quotidiano ha smontato la narrazione dominante dei media su Alitalia, che descrive dipendenti ipertutelati e troppo retribuiti. A chi giova?

E’ di certo una visione fuorviante e distorta, ampiamente smentita dai numeri, e non riesco ad immaginare a chi possa giovare. So però chi danneggia: tutti. Sembra la replica del classico metodo ‘divide et impera’, perché causa un inutile conflitto tra lavoratori, senza considerare che il personale della ex compagnia di bandiera ha dovuto subire tagli pesantissimi già dal 2008 in poi. Il costo medio dei dipendenti Alitalia è tra i più bassi in Europa, inferiore a quello delle grandi compagnie quali Air France o Lufthansa, ed è ormai un dato consolidato il fatto che le retribuzioni siano sempre più basse in generale. Questo riguarda ogni settore lavorativo, senza esclusione alcuna. A concausare tutto questo è stato anche il metodo del doversi ciclicamente accontentare al ribasso, pur di non perdere il posto o pur di trovare un lavoro. Uno schema che questo ‘no’ dei lavoratori Alitalia ha decisamente messo in discussione.

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