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Lettera aperta ad un funzionario pubblico “finito nella fogna”

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Hai partecipato a quella selezione nel 1997. Un bando fatto su misura per te. Cercavano, anche se non gli serviva, un funzionario amministrativo, che fosse laureato in giurisprudenza e che avesse i baffi come solo tu li sai portare

Ti sei seduto su quella seggiola, bella fresca e comoda. Quelle prime ore di quel primo giorno la tua vita ti sembrava a portata di mano. Uno schiocco di dita e la fortuna ti avrebbe sorriso per sempre. L’entusiasmo di lavorare, l’orgoglio di essere qualcuno, al servizio dei cittadini. Sì, perché in quell’ufficio pubblico tu sei servitore dello Stato, servitore dei cittadini. Ben presto, però, ti lasci avvolgere dalla supponenza, da quel senso di impunità ereditato in fretta dai tuoi colleghi più anziani. Ben presto capisci che basta fare il minimo indispensabile e magari anche meno, per avere il premio di produttività. Capisci che bisogna cedere alle richieste del benefattore, quello che nel bando ha inserito il requisito dei “baffi come solo tu li sai portare.” Adesso anche tu devi sistemare quelle carte per favorire un giovine “volenteroso e brillante” come lo eri tu nel 1997. Ben presto capisci che in fondo non sei un servitore dei cittadini, ma sono i cittadini che devono elemosinare la tua benevolenza. E già, perché sennò quella pratica rimane ferma nei cassetti. Cominci a godere dei benefici della furbizia, come fanno quelli degli uffici del corridoio di sopra. Certificati medici, permessi, il tuo cartellino timbrato dal collega. Capisci che in fondo le responsabilità nella tua funzione d’ufficio, grazie ai grovigli normativi, contrattuali, legislativi, burocratici, è sempre scaricabile su qualcun altro, o su tutti gli altri. In tempi record hai fatto carriera, senza meriti, ma per gli interessi del tuo beneamato e sempiterno benefattore.  Guadagni di più, ma devi anche dare di più agli altri. Non ai cittadini, no, ma a lui agli amici di lui che adesso sono anche tuoi amici. Ben presto ti rendi conto che sei dentro un sistema: di relazioni, di interessi, di affari. Un sistema a cui devi rispondere, sempre, in ogni caso. Devi spesso chiudere un occhio, a volte anche due. Devi spesso mentire, falsificare delibere e documenti. Tanti cittadini, per causa tua, subiscono ingiustizie e abusi. E pensare che sono loro a pagarti, con le loro tasse. Però, quelli del sistema ti pagano di più, una mano sporca l’altra, si sa. Non vorrei essere nei tuoi panni il giorno in cui toglierai quei baffi, quando davanti allo specchio, scoprirai che nella vita sei stato nessuno, un inutile, dannoso, schifoso nessuno. Sei ancora in tempo, svuota il sacco, parla. I soldi vanno e vengono, ma la dignità una volta persa non torna più. E tu l’hai già persa. Puoi, però, recuperare il rispetto per te stesso. Un giorno mi hai detto: “Se finisci nella fogna e vuoi sopravvivere, devi comportarti come i ratti.” Sì, va bene, sei stato costretto, ma adesso dacci quelle carte, sveliamo quelle fogne. Fallo per tutti gli altri funzionari che lavorano con onestà e serietà.  Nel peggiore dei casi saremo querelati noi, non tu. 

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