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Diamoci la possibilità di “realizzarci”!

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Qual è l’elemento principale per la “felicità professionale”? Il compenso economico? Il potere?


Concretamente, anche se è difficile da credere, nessuna delle due: stiamo bene solo se, utilizzando una metafora musicale, riusciamo ad includere il tempo (ritmo) del lavoro nell’armonia della nostra vita. Concediamoci il lusso di allargare lo spazio emotivo, creativo, relazionale e anche il rapporto col lavoro sarà migliore.


 Il fantasma dell’insoddisfazione professionale, considerate le condizioni generali attuali, permea le aziende e le nostre vite e s’incarna spesso in un’inevitabile sensazione e bisogno di lamentela. Cesare Kanelin ritiene che non è il denaro, la molla della soddisfazione e nemmeno il potere, salvo che per alcuni. Se non è denaro, potere…cosa allora? Riconoscimento! Concordando con Kanelin e vivendolo sulla mia pelle, ritengo che un rimando positivo, il sentirsi ben valutati e incoraggiati,è decisamente più importante rispetto al solo essere pagati meglio.


La domanda cruciale all’interno dell’ambito professionale non è “Cosa mi manca”, ma “Che cosa ho”? Anni fa il rapporto tra l’individuo e il suo lavoro era rappresentato non solo dal contratto ma anche della sfera emotiva, dall’orgoglio, dall’identificazione. Adesso che siamo “flessibili ed intercambiabili”, questo legame, ormai debole, è stato rimpiazzato dalle poche certezze offerte da carriera e responsabilità.


Una cosa è certa a mio avviso: rapporti umani insoddisfacenti danneggiano la migliore organizzazione e provocano nei lavoratori un malessere individuale, una caduta della propria motivazione, distanza e distacco dall’organizzazione, dalle proprie aspirazioni professionali.


 Qual è allora la chiave della soddisfazione professionale?


Cominciamo con l’avere un progetto, “presentificarsi” nel futuro ed essere consapevoli e muoversi nell’hic et nunc! Bisogna rinunciare a pensare che il progetto lavorativo e quello di vita siano due cose distinte e considerare che il lavoro è solo un pezzetto del puzzle nel nostro essere produttori-consumatori, cittadini e soprattutto persone. Per avvicinarsi alla soddisfazione bisogna abbandonare l’ansia di controllo e l’incapacità di “staccare” uscendo dall’ufficio. Se usiamo meno energie nel controllo, ne avremo di più per il progetto e il cambiamento.


 Io Voglio credere alla possibilità dell’esistenza della soddisfazione professionale oltre il denaro e il potere. Voglio crederci, non perché vivo di illusioni o mi piace perdere il contatto con la realtà.  Non affermo che il compenso economico e il potere non siano importanti, ma voglio considerare tutti i pezzi del puzzle che ci permettono di continuare ad avere entusiasmo per quello che si fa in questi difficili tempi, aspettandone di migliori. E voi?

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